“Tfr” Le lobbies bloccano la riforma

06/10/2005
    giovedì 6 ottobre 2005

    Le lobbies bloccano la riforma del Tfr

      Il Consiglio dei ministri rinvia il voto. L’assicuratore Berlusconi finge di astenersi
      Maroni minaccia le dimissioni. Trionfano gli interessi di banche e assicurazioni

        di Felicia Masocco / Roma

          TREDICI MILIARDI sono le liquidazioni dei lavoratori che maturano ogni anno, oggetto di riforma e di appetiti. Si deve partire da questa cifra se si vuole capire perché sul Tfr si è scatenata la bufera, il governo si è diviso, ha di fatto sfiduciato il ministro Maroni rinviando alle Camere la «sua» riforma quella che ieri doveva essere approvata definitivamente. È stato un vero colpo di scena e si è scoperto, se ce n’era bisogno, che in seno all’esecutivo la lobby delle assicurazioni è molto più forte dei ministri leghisti, messi in minoranza. Del resto la Fininvest non controlla con Ennio Doris Mediolanum, cioè il gruppo che detiene un quinto del mercato delle polizze assicurative? Davvero Maroni si era illuso che con tredici miliardi in ballo ogni anno sarebbe stato digerito il vantaggio concesso ai fondi contrattuali sulle polizze assicurative per il lancio della previdenza complementare? Le compagnie assicurative, tra l’altro, sono escluse dalla possibilità di incassare quella parte di Tfr rappresentato dai contributi dei datori di lavoro che può essere conferito solo ai fondi integrativi contrattuali.

            Al momento del voto il premier ha fatto il beau geste, si è alzato e se n’è andato. Come se questo bastasse a cancellare il conflitto di interessi. «C’è stato il rinvio perché ci sono alcuni punti che bisogna mettere a fuoco», dirà più tardi. Hanno votato contro il rinvio i ministri leghisti, a favore gli altri. Per alzata di mano, come chiesto da Gianfranco Fini. Sceso in sala stampa visibilmente contrariato il titolare del Welfare ha parlato di «forti pressioni da parte del mondo economico-finanziario». Le Camere hanno un mese di tempo per riformulare i pareri. Dopodichè farà il governo. «Se la riforma non verrà approvata ci saranno problemi rilevanti sul piano politico», è stato l’avvertimento di Maroni. «Io, personalmente, non potrei restare senza essere riuscito a completare la riforma. Direi di più, credo che la Lega dovrà prendere questa decisione», ha poi aggiunto.

            Sull’orlo di una crisi. Roberto Maroni ha riferito di una discussione «accesa». In realtà c’è stato uno scontro in piena regola. La Lega è stata isolata, non solo se n’è andato il premier, ma anche Giulio Tremonti ha lasciato la sala e non ha votato. «Il ministro è profondamente amareggiato» riferiscono fonti vicine a Maroni. «Tremonti è dovuto andar via per un impegno» replicano dall’Economia. I leghisti contro tutti, in particolare contro Gianni Alemanno e Giorgio la Malfa i quali adducendo questa o quella motivazione hanno chiesto il rinvio sine die del provvedimento.

              Lo strappo è stato accolto con sorpresa e preoccupazione dalle imprese, dai sindacati e dalle forze d’opposizione. Accusata di aver fatto pressing, l’Ania -l’associazione delle assicurazioni- ha difeso orgogliosamente la propria posizione «sempre trasparente ed esposta lealmente». La Cgil con Morena Piccinini ha parlato di «un vero e proprio colpo di mano del Consiglio dei ministri sollecitato non certo indirettamente dalle lobbies delle assicurazioni e delle banche, tentando di imporre cambiamenti devastanti per il sistema previdenziale e per i diritti dei lavoratori». In sintonia la Cisl, per il leader Savino Pezzotta il rinvio «è un episodio grave ed inaspettato», che segnala «il peso eccessivo delle lobbies assicurative». «Una vergogna», per il vicesegretario della Uil Adriano Musi è questo «l’unico commento possibile per quanto avvenuto».

              Chiamate in causa, replicano anche le banche: «Le accuse di aver bloccato il decreto sono assolutamente infondate», afferma l’Abi. Se i sindacati criticano duramente la «resa» del governo, il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, non si sbilancia. «Prendiamo atto del rinvio», dice ribadendo le condizioni degli industriali. Il presidente di Confcommercio Sergio Billè si schiera con Maroni e avverte «quello di oggi è un rinvio pericoloso».

              Dall’opposizione, il presidente Ds Massimo D’Alema afferma: «Ho visto che il ministro Maroni denuncia pressioni del mondo finanziario e assicurativo. Il problema non sono le pressioni, ma il fatto che c’è un governo incapace di reagire a queste pressioni».