“Tfr” La riforma vicina al fallimento

08/09/2005
    giovedì 8 settembre 2005

    pagina 18

    PENSIONI IL NUOVO REGIME IN DIFFICOLTÀ PER IL CREDITO ALLE IMPRESE, CHE PERDEREBBERO LA DISPONIBILITA’ DI 13 MILIARDI L’ANNO

      La riforma del Tfr vicina al fallimento

        Banche irremovibili: no ai meccanismi di finanziamento automatico, sui prestiti decidiamo noi

          Marco Sodano

            Le pensioni targate Maroni rischiano di incagliarsi sulla riforma del trattamento di fine rapporto: non c’è più molto spazio per trattare e chiudere, come promesso più volte dal governo nelle ultime settimane, entro il 6 ottobre.

              Mancare quell’appuntamento significherebbe non riuscire ad avviare il pacchetto per il primo gennaio 2006 e quindi – di mezzo ci sono i sei mesi del periodo di «silenzio assenso» durante i quali i lavoratori saranno chiamati a decidere che fare della liquidazione che matura durante la loro vita lavorativa – rinunciare a vedere il nuovo regime operativo entro giugno 2006. Sul piano politico il governo Berlusconi fallirebbe uno dei punti più importanti – e strombazzati – del suo mandato. Ma non è la politica, questa volta, a frenare il Cavaliere, quanto una questione di soldi: il tfr rappresenta circa il 10% della retribuzione annua di un lavoratore dipendente, secondo i calcoli fatti dal ministro circa 13 miliardi. Quel denaro, oggi, resta nelle casse delle aziende: una fonte di finanziamento preziosa cui gli imprenditori non sono disposti a rinunciare gratis, tanto per accontentare il ministro. Più volte Maroni, che spinge sulla riforma ormai da quattro anni, ha ripetuto che avrebbe trovato una fonte di finanziamento alternativa: «credito automatico per le imprese», ha detto. E a questi patti il ministro ha incassato un parziale via libera di Confindustria e dei sindacati.

                L’idea non è però piaciuta a chi il credito dovrà concederlo, vale a dire le banche. «Credito automatico» non è espressione gradita, negli uffici dei banchieri. Il presidente dell’Abi Maurizio Sella ha sottolineato che scegliere se «concedere il credito è il mestiere del banchiere». Non permetterà che lo facciano altri, e nelle ultime ore si è chiarito che la posizione non è cambiata: irremovibile.

                  Intanto imprese e sindacati aspettano la nuova versione del decreto attuativo messo a punto dal ministero, dove i tecnici cercano di quadrare il cerchio. Maroni ha in agenda per domani un incontro con le parti sociali, che però hanno bisogno di tempo per valutare le modifiche. D’altra parte gli uomini di Maroni sono ancora incerti sui i nodi cruciali della riforma: oltre al finanziamento delle imprese, c’è il ruolo da assegnare ai fondi pensione contrattuali e alle polizze assicurative. Infine la questione della copertura finanziaria. Il sottosegretario al Welfare Alberto Brambilla ostenta ottimismo: «Non penso che ci sarà un rinvio del decollo della riforma previdenziale. Stiamo cercando di accogliere le modifiche che ci sono state chieste». I sindacati chiedono di vedere presto che la nuova versione della riforma: «Siamo in attesa del nuovo testo e confidiamo che arrivi presto. Se non arriva un testo, è plausibile che l’appuntamento salti», dice il segretario confederale Cisl Pierpaolo Baretta. E il suo omologo alla Uil Adriano Musi: «Pensavamo a quest’ora di avere già il decreto. A questo punto è chiaro che si pone un problema di tempi per poter dare un parere e fare delle osservazioni».

                    Sul versante opposto a quelle delle banche Confindustria è pronta a far saltare l’intesa: «Non accetteremo mai un accordo che finirà con l’escludere dall’accesso al credito il 30 per cento delle aziende, soprattutto quelle di piccole dimensioni, e accrescerà il costo del lavoro anziché ridurlo. Sarebbe una beffa», avverte il vicepresidente degli Industriali, Alberto Bombassei. Altolà sfradito ai sindacati: «Confindustria ha le sue ragioni per quanto riguarda le compensazioni e le condivido nel merito, ma sbaglia se pensa di far saltare tutto», ribatte Baretta. Di analogo tenore la risposta di Musi: «Confindustria ha sbagliato mettendo l’accento solo un aspetto della delega».