“Tfr” Il premier assicuratore insulta i lavoratori

19/10/2005
    mercoledì 19 ottobre 2005

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    Tfr, il premier assicuratore
    insulta i lavoratori

      Berlusconi: al voto il 9 aprile. Poi dice: «Le banche sono
      in mano alla sinistra», «non bisogna dare soldi ai sindacati»

        di Marcella Ciarnelli/ Roma

          ATTACCO a tutto campo. La strategia del premier che cerca di rialzarsi dal Ko delle primarie dell’Unione appare subito chiara in una giornata trascorsa tutta sotto i riflettori. Nell’obbiettivo gli avversari politici, gli alleati che osano sfidarlo, ma anche i banchieri che si sono messi in fila ed hanno votato domenica scorsa, «tutti, tranne Capitalia», ed i sindacati che «sono opposizione». Quelli a cui «non bisogna fare altri regali su Tfr, Inps e patronati perché così regaliamo montagne di soldi ad organizzazioni che non li usano per il bene di tutti. Sapevamo che loro erano in grado di militarizzare e inquadrare moltissimi elettori del centrosinistra, visto che sanno portare in piazza un milione di persone».
          Punto sul vivo da una riforma che lo colpisce nel portafoglio, alla casella assicurazioni il premier non si è saputo trattenere. È andato ben oltre il civile confronto. E si è trovato da solo. A prendere le distanze da lui ha provveduto subito il ministro Maroni, pronto più che mai a sostenere la legge. «Non sono d’accordo con Berlusconi. La riforma sul Tfr non è un regalo ai sindacati. Non lo è nemmeno alle compagnie assicurative». A ruota sono arrivati i distinguo di An e Udc.

            Ma il sovraeccitato premier che ha parlato di tutto, senza fermarsi mai, ha poi scelto di glissare sulla questione per perdersi in una serie di annunci a cominciare dalla data delle elezioni politiche che non coincideranno con le regionali previste in maggio. Al diavolo l’election day anche se alle casse dello Stato il mancato accorpamento costerà 150 milioni di euro. «Il 9 aprile gli italiani saranno chiamati a scegliere tra noi e una sinistra illiberale» che va presa a modello solo quando con le primarie riesce ad incassare un bel po’di euro. Il Cavaliere Paperone ha colto al volo l’unico insegnamento che è nelle sue corde, dato che il confronto politico non gli appartiene, per lanciare «primarie di centrodestra, non sui candidati ma sul programma». Insomma «se gli altri fanno bene noi copiamo…». Nessun gazebo, però. Nessuna sezione aperta. Un po’ di convention in giro per l’Italia sperando che il pigro elettore di centrodestra partecipi e sborsi anche tanti euro. Lui ne è convinto. Per il resto ci ha tenuto a ribadire che non è possibile controllare quanti realmente siano stati i votanti di domenica, che i numeri sono cresciuti anche con le urne chiuse da ore e che a lui è parsa «una manifestazione un po’ razzista» perché gli è stato riferito che chi era in fila si era detto soddisfatto di sapere che il suo vicino non era di Forza Italia. Davvero troppo «per un liberale».

              Alla quarta riunione del cosiddetto «partito unico», quelo che ha come nocchiero Ferdinando Adornato, il premier ha fissato per l’8 novembre una pantomima del tipo “contratto con gli italiani”, perché i leader che intendono aderire alla nuova formazione politica (che però vedrà la luce dopo le elezioni che se fatte con il proporzionale saranno l’esaltazione dei partiti separati)appongano la loro firma sotto un patto di sangue, «un atto formale di adesione». Il giorno seguente Berlusconi vuole organizzare una manifestazione in ricordo della caduta del muro di Berlino. «Voglio fare una manifestazione come presidente del Consiglio perché sarà molto più presente sulle tv e magari otterremmo la diretta».

              Dal che si deduce che l’anticomunismo sarà uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale, peraltro già iniziata, in accoppiata alla insistente rivendicazione che non è vero che il Paese sta male, che anzi l’Italia è prospera grazie a tutto il sommerso che ha. Che i disoccupati non ci sono perché tutti lavorano, anche se in nero. Che il Pil segna positivo. Che le grandi opere sono una realtà anche se di «epocali» finora ci sono solo gli annunci del premier.

                Berlusconi nega di puntare al Quirinale, «non è un’ipotesi da considerare, siete fuori strada» e sembra interessato solo a conservare il suo posto a Palazzo Chigi. Casini e Fini cercano di toglierli la poltrona? «Ci provino. Sono pronto a farmi da parte se riescono a costruire un sogno e a prendere più voti di me» dice sicuro che questo non accadrà. Lui, per il momento, deve condurre in porto le ultime battaglie in aula prima del grande scontro elettorale. Fosse per lui in Parlamento non ci andrebbe più. «Ho difficoltà ad andarci: quando ci vado mi insultano sempre». A Casini questa battuta non è piaciuta proprio.