Tfr, altolà di Eurostat al trasferimento dei fondi all’Inps

20/05/2004

    20 Maggio 2004


    UNA NOTA RISERVATA DI BRUXELLES RENDE IMPRATICABILE IL PROGETTO A CUI STAVA LAVORANDO IL GOVERNO, A MENO CHE NON VENGA COMPLETAMENTE RISCRITTO
    Tfr, altolà di Eurostat al trasferimento dei fondi all’Inps
    In gioco 7 miliardi di nuove entrate l’anno

    Roberto Giovannini
    ROMA
    Nuove difficoltà per il governo, alle prese con la necessità di far quadrare i conti pubblici ed eventualmente finanziare gli annunciati sgravi fiscali. Tra le molte ipotesi allo studio degli uffici del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, infatti, c’era anche una complessa operazione contabile legata al Tfr e ai fondi pensione complementari che avrebbe permesso di computare come entrate diversi miliardi di euro, formalmente «girati» presso un fondo attribuito all’Inps. Ma a meno di colpi di scena – o di un drastico ridisegno dell’intera normativa sui fondi pensione – non se ne farà più niente. Colpa di una decisione presa da Eurostat, l’istituto statistico di Bruxelles che per conto della Commissione Europea vigila sulla contabilità dei paesi Ue. Prima il 2 marzo scorso con una «decisione» resa pubblica, poi il 17 maggio con un documento riservato che siamo in grado di anticipare, Eurostat infatti chiude decisamente la strada al progetto elaborato al Tesoro.
    Che il ministro Tremonti avesse intenzione di varare una nuova operazione contabile «creativa» usando i flussi di liquidazioni maturati dai lavoratori era cosa nota. All’inizio di maggio, però, il progetto era venuto alla luce con la presentazione di un emendamento alla delega previdenziale di due autorevoli senatori di Forza Italia. Fonti vicine al ministro Tremonti e della Ragioneria dello Stato avevano in seguito chiarito le caratteristiche dell’ambizioso progetto.
    L’idea era quella di creare in capo all’Inps uno speciale fondo pensione dove far confluire tutto il Tfr maturando (le liquidazioni, oggi versate e mantenute dai datori di lavoro) spettante ai lavoratori che attraverso il meccanismo del «silenzio-assenso» aderiranno alla previdenza complementare. Secondo le stime, in questo speciale fondo presso l’Inps potrebbero finire ben 7 miliardi di euro l’anno (su un totale di 13 miliardi, ovvero circa l’8% delle retribuzioni che i datori di lavoro oggi accantonano ogni anno per il Tfr). Danari, si scommetteva al ministero di Tremonti, che potrebbero essere contabilizzati come incremento del conto patrimoniale dell’Inps. In sostanza, come entrate aggiuntive, strutturali e ripetute anno dopo anno, registrabili sui conti della pubblica amministrazione, quelli che contano ai fini di Maastricht. Risorse tali da migliorare di più di mezzo punto il rapporto deficit/Pil dell’Italia, che oggi veleggia a dire degli addetti ai lavori ben oltre il 3%. E influire anche sul rapporto debito/Pil, visto che ad acquisire titoli pubblici per il fondo non sarebbero più stati soggetti «privati», ma un fondo nominalmente «statale».
    Il «veto» che giunge da Bruxelles praticamente vanifica tutto. Già il 2 marzo era arrivato un primo altolà, sotto forma di una «decisione» di Eurostat che sanciva il principio che «anche se gestito da un governo, un fondo pensione a capitalizzazione a contribuzione definita» (è il caso ipotizzato al Tesoro) «non può essere classificato come un programma di sicurezza sociale», e dunque non può far parte dei conti della pubblica amministrazione. Va separato dunque dai conti pubblici validi per Maastricht, anche se c’è una «garanzia del governo» sull’erogazione delle future prestazioni. Il 17 maggio, poi, è stata diramata da Eurostat e Commissione una nuova nota (ancora riservata) in cui si legge che alcuni paesi hanno già tentato di compiere la stessa operazione di cosmesi contabile studiata al Tesoro, talvolta per importi rilevanti. Si tratta di Svezia, Polonia, Danimarca, Slovacchia, Ungheria, Olanda e Lettonia. Con questi paesi Bruxelles avvierà trattative bilaterali per ricalcolare deficit e debito al netto dell’operazione «cosmetica» tentata. Va da sé che la nota chiude la porta anche a chi – come l’Italia – intendeva seguire l’esempio.
    Una strada per aggirare l’ostacolo, chiarisce sempre Eurostat, ci sarebbe: trasformare il fondo pensione in fondo a prestazione definita (lo Stato dovrebbe garantire comunque al lavoratore un assegno di un certo importo) oppure se sempre lo Stato si accollasse un onere superiore al 50% delle prestazioni future. Servirebbe una norma di legge, al limite l’annunciato decreto legge tagliaincentivi. Ma per la professoressa Elsa Fornero, uno dei più autorevoli esperti di previdenza del paese, «sarebbe doppiamente aberrante». Primo, «perché non si possono usare i soldi dei lavoratori, che servono alle pensioni, come risorse dello Stato, tantomeno con un provvedimento estemporaneo che stravolgerebbe le leggi vigenti». Ma anche, spiega Fornero, perché «in questo modo si annullerebbe il secondo pilastro previdenziale a capitalizzazione, sorto con tanta fatica: avremmo un solo gigantesco sistema a ripartizione, dove se non tornano i conti paga il contribuente».