“Tfr” Al bivio tra fondi e aziende

04/07/2005
    sabato 2 luglio 2005

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        Al bivio tra fondi e aziende

          Sei mesi per scegliere la destinazione dei versamenti

          GIUSEPPE RODÀ

            Inizia il conto alla rovescia per la nuova disciplina sul Tfr, che dovrebbe contribuire ad alimentare la previdenza complementare. Con lo schema di decreto legislativo previsto dalla legge 243/ 2004 e adottato ieri dal Consiglio dei ministri ( ma passibile di correzioni prima dell’approvazione definitiva prevista per l’inizio di ottobre), i lavoratori si troveranno di fronte a un bivio: lasciare il Tfr in azienda oppure conferirlo ai fondi pensione. La riforma entrerà in vigore — secondo il ruolino di marcia del ministro del Lavoro, Roberto Maroni — il 1 ? gennaio 2006. Ci saranno dunque alcuni mesi di tempo per informare i lavoratori sulle caratteristiche dei fondi e sulle misure fiscali collegate all’investimento previdenziale. I lavoratori avranno sei mesi per decidere se conferire o meno il futuro Tfr ( il trattamento di fine rapporto, che finora è rimasto in gran parte depositato presso i datori di lavoro) ai fondi di previdenza. Il silenzio, in base al meccanismo individuato dalla legge delega 243/04, corrisponde a una volontà, sia pure inespressa, di investire nella previdenza complementare ( meccanismo cosiddetto del « silenzio assenso ») . Vediamo in sintesi le previsioni dello schema di decreto legislativo per la scelta dei lavoratori.

            I nuovi e i "vecchi" assunti. Entro sei mesi dalla data di prima assunzione ( o entro fine giugno 2006 per i già assunti) il lavoratore potrà conferire l’intero importo del Tfr maturando a una forma di previdenza complementare da lui scelta. Il lavoratore potrà anche decidere di mantenere il Tfr maturando presso il proprio datore di lavoro. Questa opzione, comunque, potrà essere successivamente revocata, individuando la forma pensionistica complementare. Il silenzio del lavoratore equivale, come detto, a una scelta tacita. Dunque, nel caso in cui il lavoratore non formalizzi una volontà nei sei mesi a sua disposizione, dal mese successivo deve agire il datore di lavoro. E gli scenari sono diversi per quanto riguarda il fondo di destinazione del Tfr:

              • il datore di lavoro trasferisce il Tfr ancora da maturare alla forma pensionistica collettiva prevista dagli accordi o contratti collettivi, anche territoriali, salvo sia intervenuto un diverso accordo aziendale tra le parti che destini il Tfr a una forma collettiva.
              L’accordo deve essere notificato dal datore di lavoro al lavoratore, in modo diretto e personale;

              • nel caso in cui l’azienda abbia aderito a più forme pensionistiche, il Tfr ancora da maturare è trasferito a una di esse, individuata in accordo tra le parti. Se manca l’accordo, il Tfr è conferito a quella scelta dal maggior numero di lavoratori dell’azienda;

              • in caso di mancato accordo tra le parti e in assenza di una forma pensionistica complementare collettiva prevista da accordi o contratti collettivi, il datore di lavoro trasferisce il Tfr maturando alla forma pensionistica complementare istituita presso l’Inps.

              Lavoratori assunti prima del 29 aprile 1993. Occorre distinguere tra dipendenti iscritti, alla data di entrata in vigore del nuovo decreto legislativo, a forme pensionistiche complementari, oppure no. Nel primo caso è consentito scegliere, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della riforma, se mantenere il residuo Tfr maturando presso il datore di lavoro, ovvero conferirlo ( e ciò vale anche nel caso in cui non si esprima alcuna volontà), alla forma complementare collettiva alla quale i lavoratori abbiano già aderito.

                Nel secondo caso (cioè la non iscrizione a forme pensionistiche complementari alla data di entrata in vigore del decreto legislativo) si può scegliere, entro sei mesi, se mantenere il Tfr maturando presso il datore di lavoro o se conferirlo in misura non inferiore al 50% a una forma pensionistica complementare. In questa ipotesi resta aperta la strada a incrementi successivi. Se il lavoratore non dovesse esprimere alcuna volontà, il silenzio equivale a un’adesione tacita. Va, inoltre, evidenziato che gli statuti e i regolamenti delle forme pensionistiche prevedono, in caso di conferimento tacito del Tfr, l’investimento nella linea a contenuto più prudenziale.