Tfr addio: siamo appesi alle Borse

19/01/2005



 
   

martedì 18 gennaio 2005
pagina 11

  INCHIESTA

Tfr addio: siamo appesi alle Borse
Oggi il ministro Maroni comunica ai sindacati la fine delle liquidazioni

PAOLO ANDRUCCIOLI

L’appuntamento è confermato per oggi. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, riceverà i sindacati nel suo ufficio più rappresentativo di via Veneto. L’occasione infatti è di quelle importanti, visto che Maroni dovrà spiegare ai sindacati parecchie cosette: dal metodo con cui sarà applicato il «silenzio-assenso», (l’ultima parola spetta ai datori di lavoro?) e dove si troveranno i soldi per far partire la previdenza complementare e attuare quindi l’ultima versione della riforma previdenziale. I soldi servono per coprire finanziariamente gli incentivi fiscali ai fondi pensione e per rispondere alle aziende che – oltre alle agevolazioni fiscali – hanno chiesto un intervento per bilanciare la perdita del Tfr. In pratica le imprese chiedono la possibilità di avere crediti agevolati per sostituire i soldi del Tfr che finora venivano investiti nelle attività produttive, prima di darli al lavoratore al momento della liquidazione.

Il silenzio-assenso

La delega previdenziale prevede il sistema del silenzio-assenso per il conferimento del Tfr ai fondi pensione. Si tratta, in sintesi, del vecchio detto «chi tace acconsente», ma con una possibile complicazione, su cui si è aperto lo scontro tra ministro Maroni e sindacati. In pratica, quando scatteranno i sei mesi di tempo con i decreti attuativi, tutti i lavoratori privati (per i pubblici è ancora tutto in alto mare) dovranno scegliere: se non diranno nulla, il loro Tfr «maturando» andrà direttamente nei fondi. Pare che il ministro Maroni abbia intenzione di delegare ai datori di lavoro l’ultima parola, ovvero la destinazione finale dei soldi, cosa che non era prevista dalla delega. L’idea ha fatto molto arrabbiare i sindacati, che criticano anche l’equiparazione totale tra fondi di previdenza negoziali e fondi aperti. Una cosa sono i fondi di categoria – dicono i sindacati – che sono strumenti più controllabili, trasparenti e dove i lavoratori possono incidere in qualche modo attraverso i propri rappresentanti. Altra cosa i «prodotti» previdenziali privati offerti individualmente dalle assicurazione, che poi hanno normalmente costi molto più alti.


Fondo pensione o Tfr?

Nel caso in cui il lavoratore voglia conservare in azienda il proprio Tfr, dovrà scrivere una lettera al suo datore di lavoro. Ma su questo c’è ancora grande confusione. Che cosa scrivere e quali passaggi dovrà fare la lettera che certifica la volontà dell’interessato sono ancora elementi da chiarire. Maroni ha detto che sarà uno degli oggetti dei decreti attuativi che faranno partire la previdenza complementare dal prossimo luglio. I sindacati spingono per ridare al lavoratore l’ultima parola. Inizialmente la delega prevedeva l’obbligatorietà del trasferimento delle liquidazioni. La misura è stata combattuta dai sindacati confederali e comunque sarebbe stata molto a rischio di costituzionalità.

In ogni caso è risultata alla fine impraticabile la strada di obbligare tutti i lavoratori ad accettare lo spostamento automatico del proprio Tfr nei fondi pensione. Alla vigilia della riunione di oggi è circolato però un documento del ministero del Welfare dove ancora si attribuisce al datore di lavoro l’ultima parola sulla destinazione del Tfr. E’ una questione che andrà assolutamente risolta, come hanno detto in più di un’occasione sia Morena Piccinini, segretaria confederale della Cgil, sia Pier Paolo Baretta, segretario confederale della Cisl. La Uil, con Adriano Musi, ha sempre parlato di una libera scelta del lavoratore sulla destinazione della propria liquidazione. D’altra parte sarebbe evidente anche dal punto di vista giuridico, visto che il Tfr è una parte del salario del lavoratore, è salario differito, anche se già oggi ha finalità semi-previdenziali.


E’ possibile chiedere anticipi?

Una delle questioni più controverse in tutta questa faccenda della riforma previdenziale (o controriforma come è stata definita da più parti) riguarda l’utilizzo pratico del Tfr e la rivoluzione che sta per avviarsi con i decreti attuativi in arrivo. La riforma Maroni prevede la sostanziale soppressione del Tfr come voce della retribuzione. Se non ci saranno novità, il Tfr andrà nei fondi (poi vediamo quali). Le ipotesi a questo punto sono due. La prima: se il lavoratore sceglie di tenersi il Tfr in azienda tutto rimarrà come prima e alla fine della carriera si potrà avere la liquidazione che sarà stata rivalutata secondo le norme (un tasso del 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo accertato dall’Istat, più una parte fissa pari all’1,5%).

La seconda ipotesi: il lavoratore non dice nulla e il suo Tfr viene indirizzato ai fondi pensione secondo una scala di priorità. Morena Piccinini (Cgil) nota che nella formulazione iniziale della delega previdenziale era stata data priorità ai fondi regionali, piuttosto che – come è logico – ai fondi negoziali di appartenenza. Ora, invece, l’ultima formulazione prevede che il Tfr vada ai fondi della categoria professionale di appartenenza. In assenza del fondo di categoria, il Tfr andrà ai fondi regionali, o in assenza di questi, all’Inps che sta predisponendo un «fondo residuale» a cui si applicheranno le stesse regole della previdenza complementare.

Ma se i soldi andranno nel fondo pensione si potranno utilizzare per anticipi come si fa oggi? Daniele Cerri, uno dei sindacalisti della Cgil, che da anni si occupano nello specifico della previdenza complementare, ricorda che per i fondi pensione si applicano le stesse regole del Tfr per quanto riguarda gli anticipi per ragioni di salute, per il mutuo della casa, ecc. Ai soldi spostati nel fondo pensione, spiega Cerri, si applica la legge 297 del 1982, che prevede la possibilità di chiedere anticipi sulla liquidazione dopo 8 anni dall’assunzione, o in questo caso dall’accesso al fondo pensione. Nel caso in cui il lavoratore dovesse cambiare lavoro e spostarsi in un altro fondo pensione, la data (gli 8 anni) varrebbe quella di accesso al primo fondo.


Chi sceglierà il fondo?

Con i decreti attuativi della riforma Maroni che il ministro vorrebbe far partire dal prossimo luglio si aprirà in Italia, tra i lavoratori, un singolare e inedito referendum, molto delicato perché oltre alle opinioni delle persone coinvolge i loro destini finanziari per i prossimi anni. In questo articolo tralasciamo volutamente tutti gli aspetti politici più generali, che però sono alla base della situazione attuale. Non riparliamo cioè delle riforme degli anni `90 (Dini, Amato, Prodi) che hanno cambiato le pensioni pubbliche. E non affrontiamo il tema centrale della presunta (o falsa insostenibilità finanziaria del pubblico, tesi contrastata da anni da molti economisti di sinistra, tra cui Pizzuti, Mazzetti, Pivetti, ecc).

Tralasciando quindi il giudizio sulla presunta «inevitabilità» delle riforme del centrosinistra anni `90 che ci hanno portato fino alla situazione attuale e che comunque determinano un crollo delle rendite previdenziali pubbliche (il tasso di sostituzione si evidenzia chiaramente nella tabella che pubblichiamo), cerchiamo di dare qualche indicazione pratica. E’ evidente, prima di tutto che i lavoratori con più anni di anzianità alle spalle non hanno alcun interesse a trasferire il loro Tfr ai fondi pensione. Tutti coloro che non hanno aderito fino a questo momento ai fondi pensione di categoria o sono prossimi alla pensione, devono tenersi ben stretto il loro Tfr. Sono dunque i primi interessati ad avere le informazioni che il ministro Maroni dovrebbe mettere a punto sulla lettera di diniego al trasferimento del fondo pensione. Sono anche i primi ad essere interessati al ripristino delle condizioni di democrazia (e di civiltà minima): l’ultima parola deve cioè spettare al lavoratore e non al datore come vorrebbe il ministro Maroni.


Le speranze dei giovani

In linea puramente teorica, i fondi pensione dovrebbero essere più interessanti per i lavoratori giovani che avranno una copertura previdenziale pubblica molto bassa (si parla di percentuali che vanno dal 40 al 30% dell’ultima retribuzione). Con il solo Tfr non riusciranno mai a coprire quello che viene tagliato dalla pensione pubblica. I fondi sono però appesi alle Borse. In pratica i lavoratori giovani sono quindi oggi i più deboli e i più precari.