Tfr, 3Omila miliardi in ostaggio di Confindustria

09/04/2001

 

domenica 8 aprile 2001

Lo scambio: libertà di licenziare

Tfr, 3Omila miliardi in ostaggio di Confindustria

Raul Wittenberg

ROMA In Italia i Fondi pensione stentano a decollare per mancan-
za di carburante. Nonostante il centinaio di fondi aperti e una
quarantina di origine contrattuale, con un tasso medio di adesio-
ne del 30% (dopo decenni la Gran Bretagna ha raggiunto il
40-50%), la raccolta dei capitali non supera i 1.000 miliardi di
lire. Siamo lontani dalla massa critica di liquidità che consente da
una parte rendimenti elevati al lavoratore, dall’altra i grandi
flussi di risorse che un mercato finanziario asfittico come quello
italiano attende da queste istituzioni. Il problema sta anche nel
regime fiscale, ancora poco incentivante rispetto ad altri paesi. Ma
il punto critico è nelle risorse che devono confluire ai fondi, consideran-
do che la busta paga, fra tasse e contributi, più di tanto non si può spre-
mere. Eppure i soldi ci sono, e sono tanti: 30.000 miliardi l’anno che le
imprese accantonano per la liquidazione, detta Tfr (Trattamento di fine
rapporto, oltre il 7% della retribuzione).
Il Tfr fu inventato nel secondo dopoguerra perché si aggiungesse alla pensione di allora, che era da fame. Nasce dunque con una finalità previdenziale. Poi è diventato lo strumento per comprare la casa al figlio. 0ra, nell’Italia industrializzata, è una fonte di liquidità a costo zero per le imprese. Più brutalmente, sono soldi che il lavoratore presta al
suo padrone senza interessi. Ma siccome la pensione pubblica si
sta riducendo, il lavoratore vorrebbe adesso che quei soldi — alme-
no i futuri accantonamenti — venissero restituiti alla loro finalità
originaria, quella previdenziale. Vorrebbero cioè che servissero ad
alimentare i Fondi pensione, che significa pure rafforzare il capita-
lismo con il potenziamento della Borsa.
Ma la Confindustria dice no. O meglio, dice si, ma in cambio
mi devi dare la libertà assoluta di licenziare. A questo proposito è
utile ricordare che nel 1992 Giuliano Amato presidente del Consi-
glio riusci a concretizzare il progetto dei Fondi pensione dopo un
lungo braccio di ferro, durato anni, con gli imprenditori che non
volevano mollare sul Tfr. Ai tempi di Militello presidente dell’Inps
e Nesi della Bnl (nella seconda metà degli anni Ottanta furono
loro a lanciare il primo progetto) si sapeva che con un terzo del
salario assorbito dalla previdenza obbligatoria, lo spazio per quel-
la a capitalizzazione stava nel Tfr, un mare magnum di 300.000
miliardi di stock accantonato.
E nel ‘92, anno drammatico per l’economia italiana, Amato
convinse gli industriali. Fu una sorta di gentlemen agreement, un
tacito accordo fra signori. La Confindustria mollava il Tfr a patto
che riguardasse non lo stock ma i flussi futuri, prelevandone una
piccola parte con la contrattazione, obbligatoriamente solo per i
nuovi assunti. Ma intanto gli industriali avevano portato a casa
lo sgravio degli oneri impropri e la riforma della pensione obbliga-
toria con l’abolizione dell’aggancio automatico ai salari, l’allunga-
mento dell’età pensionabile e quello degli anni di retribuzione
utili per il calcobo della pensione.
Ed ora la Confindustria alza il prezzo applicando rigorosa-
mente i canoni marxiani dello scontro di classe. Per l’imprendito-
ria italiana, che gli esperti definiscono di tipo familiare, lo svilup-
po dei mercati finanziari è l’ultima delle preoccupazioni; abituata
com’è ad indebitarsi.
Del resto la Confindustria è un agente contrattuale, è com-
prensibile che faccia gli interessi di bottega, anche se un pochino
retro’. Eppure il drastico calo dei tassi d’interesse ha ridotto al
lumicino il maggior costo del ricorso al credito in sostituzione del
Tfr. Tuttavia da lorsignori, che girano il mondo, ci saremmo
aspettati una visione meno rapace, più moderna sulla dislocazio-
ne del risparmio. Ma tant’è. Con una raccomandazione, però. Ci
risparmino, per ilfuturo, le tirate retoriche sui sindacati conserva-
tori.