Tetrapak, il cartoncino che cambiò la tavola

29/03/2001





Giovedì 29 Marzo 2001
Tetrapak, il cartoncino che cambiò la tavola

L’imballaggio compie mezzo secolo. Dal latte ai succhi, la praticità ha fatto impennare i consumi

      MILANO – Cinquant’anni fa, quando i primi 100 millilitri di panna finirono incartati, neppure lui, il guru del tetrapak, avrebbe scommesso che quel suo contenitore sarebbe andato così lontano. «Un imballaggio deve far risparmiare più di quanto costa», fu la formula magica che lo svedese Ruben Rausing, inventore del cartoncino per liquidi («Un cartoncino per il latte! Che assurdità», dissero i miopi), nel ’51 ripeteva ai suoi fino alla nausea. E di Danilo Severi, il modenese che tre anni dopo importò l’affare creando Tetrapak Italia, non dissero forse: «Ci ha i soldi da buttare, quello…»? Sbagliato: cinquant’anni di tetrapak non solo hanno fatto la fortuna dell’inventore e di chi ebbe il fiuto di crederci, ma hanno pure rivoluzionato le abitudini di mezzo globo: la praticità ha modificato i gusti a tavola. «Ci ha cambiato la vita quotidiana», riassume il sociologo Franco Ferrarotti, che conobbe Rausing e adesso ammette: «Il tetrapak è l’esempio perfetto di come piccole scoperte possano incidere sulla vita di tutti, fino a farle prendere una direzione diversa».
      La prima in Italia a credere che i liquidi potessero finire impacchettati – pacchetti con un’anima «speciale», s’intende – fu la centrale del latte di Modena che nel ’56 se ne uscì con certe strane confezioni in poliaccoppiato a forma di piramide, importate dalla Svezia, che sostituivano la bottiglia di vetro. «Cinque anni dopo arrivò la Centrale del latte di Roma e nel ’62 quella di Milano», fa il conto Giancarlo Poli, direttore di Tetrapak Italia. Le città vennero invase dai tetraedri che pesavano meno (facendo risparmiare fior di soldi sul trasporto), e non avevano il vuoto a rendere. Quei contenitori, oggi, sono diventati una specie di icona: qualcuno li colleziona, mentre i produttori li hanno ribattezzati «tetra classic», omaggio all’involucro che ha fatto epoca. «Leggeri, pratici, praticamente perfetti: come facevi a non affezionartici?», dice il sociologo. Nel tetrapak il latte si beve di più e le vendite crescono. Nel ’60 si consumavano 46 litri a testa, trent’anni dopo la cifra era quasi raddoppiata. Ma la piramide dura poco: arriva il parallelepipedo, quello utilizzato ancora oggi, più facile da maneggiare e da trasportare. «Il segreto è inventare sempre qualcosa di nuovo, che dia al consumatore quel pizzico di praticità in più», dice Poli. La prossima mossa? «Il latte con il tappo», anticipa Roberto Duca, direttore marketing per l’Italia di Elopak, colosso norvegese del cartoncino che ha inventato il contenitore con tettuccio, universalmente utilizzato per il latte fresco. Il segreto del tetrapak? Ha un peso piuma: nell’uovo, contenitore considerato perfetto, il guscio pesa il 10% del totale. In una confezione di un litro di latte l’imballaggio pesa il 2,5%. Meno di così, si torna alla merce sfusa. Il vetro? Roba da nostalgici.
      L’avversario, piuttosto, è un altro: la bottiglia in pet, trasparente, che, a differenza del teatrapak, permettere di vedere dentro quello che si compra. Dopo il latte, ci hanno provato con il tè, il vino e l’acqua minerale, ma il pubblico ha gradito poco. Il futuro del tetrapak segue altre strade: succhi di frutta, conserve di pomodoro e zuppe, da infilare nel microonde senza toglierle dalla scatola. Ma c’è un ma. «Saranno pure perfetti, questi contenitori. Però sono un ostacolo in più, un diaframma che ci separa dalle cose che mangiamo», dice Ferrarotti. E resta la questione dello smaltimento: si può riciclare, il tetrapak? «All’estero lo fanno, da noi non ci ha ancora provato nessuno», dice Emanuela Bianchi, alimentarista di Altroconsumo.

      Daniela Monti


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