“Testimonianza” «Io, portaborse a vita»

09/03/2007
    venerdì 9 marzo 2007

    Pagina 11 – Interni/Primo Piano

    La storia
    Per 10 ore di lavoro c’è chi prende 600 euro al mese

      «Io, portaborse a vita»

        Stipendi miserabili (pagati in nero) e la fine di tutte le illusioni

          Un «portaborse» ci ha inviato questa amara testimonianza sulla professione di «collaboratore parlamentare». La pubblichiamo senza il nome dell’autore, che chiede di non essere citato.

          Sull’onda delle notizie comparse in questi giorni sui “portaborse”, quale io sono, vorrei esprimere alcune considerazioni. Ho scelto La Stampa, perché sono torinese, anche se vivo a Roma ormai da un po’ di anni.

          Intanto molti potrebbero chiedersi perché si decide di fare questo lavoro. Nel tentare di rispondere, devo tornare con la memoria a quel lontano 1985, quando iniziai il mio percorso. E’ un tuffo nel passato, nostalgico, che ripercorre l’ultimo scorcio di un epoca politica che stava arrivando al capolinea senza che nessuno se ne accorgesse, e men che meno io, “pivellino” con grandi ideali e troppa utopia. Parlo della fine della Gloriosa Prima Repubblica.

          Un’epoca in cui si cresceva e ci si formava nelle sezioni di partito, in cui si partiva alle due di notte con il portabagagli dell’auto pieno di manifesti, disposti a fronteggiare gli altri attacchini, ragazzi anche loro con sogni e ideali, pur di non farsi coprire i manifesti ancora freschi di colla. E si respirava ancora un po’ di politica nelle assemblee studentesche, nei licei prima e nelle università dopo. E chi come me aveva qualche sogno in più, veniva notato dai maggiorenti del partito e avviato a un percorso che prima o poi avrebbe portato anche a fare il portaborse.

          E il portaborse diventava organico al parlamentare, ne diventava spesso il segretario particolare, depositario di molti suoi segreti. E faceva politica, costruendo il suo entourage che curava e faceva crescere nella speranza del grande salto e del sogno più grande: il Parlamento. Era un percorso impervio, minato, che comportava sacrifici e rinunce e che costringeva a crescere troppo in fretta.

          Poi Tangentopoli. Ogni notiziario, ogni tg, diventa un bollettino di guerra. Avvisi di garanzia, arresti, suicidi, lanci di monetine. Un terremoto di violenza inaudita e un mondo che si sgretola in un attimo, e insieme si sgretolano anche i sogni, le speranze, talvolta persino gli ideali.

          Si rimane frastornati, rimbambiti. Cerchi un punto di riferimento che non trovi più. Di colpo i telefoni smettono di squillare. La memoria di chi fino a poco prima ti dormiva sul pianerottolo pur di incontrarti si affievolisce, fino a non riconoscerti più e a cambiare marciapiede pur di non salutarti. Sì, perché – pur essendo solo un portaborse – rappresenti comunque un mondo da cui è meglio tenere le distanze.

          Viene voglia di cambiare lavoro, ma ti rendi conto che non sai più fare altro. La politica è un virus che ti si annida dentro. Una droga dalla quale non ci si può disintossicare.

          Ci si rende conto che è cambiato tutto, ma tant’è. Sia pure a fatica, alla fine si fa il palato ad ogni cosa. E ciò che prima era mosso dai sogni e dagli ideali, ora scopri che è mosso dalla necessità di lavorare, di vivere, spesso solo di sopravvivere.

          Il portaborse diventa “collaboratore parlamentare”. Che, però, è di un’altra razza, ha altri obiettivi: lavoro, stabilità, certezze. Come tutti.

          Ma quando va a rinnovare la sua carta d’identità scaduta, alla voce “professione” non può scrivere “collaboratore parlamentare” perché è una voce che non esiste. E ciò lo fa entrare in crisi. Al vero portaborse non sarebbe mai importato di avere la qualifica sul documento d’identità perché questo lavoro era visto come transito, non come arrivo.

          Il collaboratore parlamentare non è malato di politica, è solo furioso – sommessamente furioso, per la verità – perché non ha diritti, ha pochi soldi e spesso, quei pochi, li ha in nero. Tutto lì.

          E’ una persona che invidia i precari, perché loro – pur lavorando saltuariamente – quei pochi mesi l’anno possono sentirsi in regola.

          E’ una persona che guarda i disoccupati con terrore, perché sa che domani può essere uno di loro senza preavviso, e senza che a nessuno importi nulla.

          E’ una persona, nella maggioranza dei casi, che guarda allo stipendio di un operaio Fiat come a una chimera irraggiungibile.

          Ed è incazzato per vari motivi. Perché agli occhi dell’opinione pubblica è un privilegiato, che sta nelle stanze del potere e quindi ne gode i vantaggi. Perché lavora dove si fanno leggi a tutela dei lavoratori, che valgono ovunque tranne che in Parlamento.

          Così la rabbia monta, e vedi il Palazzo come un “mostro” tentacolare, mastodontico, che ti fagocita e dal quale vuoi fuggire appena possibile, e, se ci riesci, lo guardi da fuori con tutto l’amaro possibile.

          Ad ogni inizio di legislatura c’è sempre qualche gruppetto di speranzosi che si illude che le cose possano, finalmente, cambiare. Li ascolto con tenerezza, sapendo che non potrà accadere per mille motivi. E l’unico consiglio che riesco a dare, quando ci riesco, è quello di andarsene il prima possibile, di non crearsi illusioni.

          Qualche mese fa è tornata alla ribalta l’annosa questione. Si diceva: ora che alla presidenza delle Camere ci sono due ex sindacalisti, risolveremo certo il problema.

          Una parlamentare dell’attuale maggioranza si chiedeva: perché non avanzare al presidente della Camera Bertinotti una proposta affinché i parlamentari debbano necessariamente utilizzare i fondi destinati ai portaborse? «Tale soluzione – si legge nella sua lettera – permetterebbe di ridurre lo stipendio dei parlamentari e di consentire a circa mille ragazzi di avere un contratto di collaborazione dignitoso, nonché una porta d’accesso al mondo politico». (Peccato che la stessa parlamentare, almeno nella scorsa legislatura, abbia riconosciuto alla sua collaboratrice – per circa 10 ore di lavoro al giorno – la “stratosferica” cifra di 600 euro al mese, ovviamente in nero).

          Sull’onda di questi entusiasmi, due parlamentari, sempre di maggioranza, presentano (verso la fine di settembre 2006) in fase di approvazione del bilancio interno della Camera, un ordine del giorno per la regolarizzazione giuridica ed economica dei collaboratori parlamentari. «Il nostro ordine del giorno – sottolineano – propone di estendere anche a loro il trattamento riservato ai collaboratori dei membri dell’Ufficio di presidenza e dei presidenti di Commissione, cioè il versamento diretto dei compensi da parte dell’amministrazione della Camera detraendo le somme dagli emolumenti dei parlamentari». (Per chi non lo sapesse, ogni parlamentare riceve ogni mese, per il collaboratore e per le spese di segreteria, circa 4500 euro).

          E’ fatta, dicevano gli ingenui. Macché, dicevo io.

          Negli stessi giorni, a Palazzo Madama, i senatori votano il loro bilancio interno. Un neoeletto, di opposizione questa volta, denuncia in Aula: «Per un decennio e passa (solo per un decennio, caro senatore?) giovani laureati, alcuni anche con doppia laurea, hanno svolto per senatori e deputati la loro prestazione professionale in nero. Oggi mi hanno confessato di non avere nessun anno di contribuzione previdenziale ed assicurativa perché hanno sempre percepito fra i 500 e i 1500 euro al mese in nero». Lo zelante senatore interpella anche la direttrice generale del ministero del Lavoro. La risposta è un paradosso: «C’è l’assenza di una qualificazione normativa, cioè il parlamentare che vuole comportarsi correttamente ha difficoltà a trovare uno strumento normativo di riferimento chiaro e preciso».

          Ma il tenace senatore non si arrende, si spinge fino alla presentazione di un ordine del giorno – accolto – che lo fa esultare e dire con solennità: «Oggi nell’aula del Senato abbiamo compiuto un primo passo per far adottare misure concrete e idonee alla completa tutela dei collaboratori, garantendo di conseguenza il corretto adempimento degli obblighi a carico del parlamentare. Ora occorrerà un intervento legislativo per disciplinare il rapporto giuridico tra collaboratore e parlamentare e porre fine così a una situazione tanto incresciosa che va avanti dalla nascita della Repubblica». Fine. Capitolo chiuso. Per questa legislatura hanno già dato. Ecco, caro Senatore Paravia: occorrerà un intervento legislativo per arrivare a disciplinare ecc. ecc. ecc.

          E io sarò ancora qui spero per altri anni, con la consapevolezza, forse sbagliata, che l’intervento legislativo che gli illusi sognano, non arriverà mai.