Testa rossa a Bologna

28/01/2011

La più grande manifestazione operaia degli ultimi 30 anni in Emilia Romagna. Se lo sciopero dei metalmeccanici (anticipato a ieri per ragioni di calendario) qui doveva essere la «prova generale» di quello nazionale oggi, la verifica è più che riuscita. Dal palco si snocciolano le cifre delle astensioni dal lavoro nelle principali fabbriche territoriali ricordando che, su questo, «non si può fare propaganda, perché i padroni lo sanno se le fabbriche sono vuote o piene». In tutte le fabbriche più grandi l’astensione viaggia in media intorno al 75%. Il riscontro lo si ha con le cifre diffuse da Confindustria, che parla – sì – del 35%, ma che cimette dentro anche le microimprese dove il sindacato è per forza di cose assente. È stata una piazza certa della sua forza e determinata ad andare avanti in un conflitto che non riguarda davvero soltanto un paio di stabilimenti Fiat, ma «l’assetto delle relazioni industriali in Italia, la democrazia, il diritto di chi lavora di potersi organizzare liberamente e collettivamente per contrattare le proprie condizioni di lavoro». Una piazza che ha accolto con un’ovazione da stadio il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, reggiano, emozionato e cantilenante nella calata che tutti qui condividono, sottolineandone con altrettante «ole» i passaggi più forti, fino all’esplosione liberatoria della richiesta di «uno sciopero generale di tutte le categorie promosso dall’intera Cgil». Una piazza rimasta delusa fino a una raffica di fischi quando, a conclusione di un intervento tutto giocato contro il governo e la sua inadeguatezza, la segretaria generale della Cgil non ha inserito lo sciopero generale neppure tra le eventualità remote. E dire che Susanna Camusso aveva esordito ammiccando, «il messaggio che arriva da Bologna è molto chiaro»: uno striscione gigantesco era del resto piazzato a dieci metri dai suoi occhi, un altro calato dal palazzo comunale alle sue spalle, e ogni intervento – dai difensori dell’acqua pubblica agli studenti dagli scrittori ai comitati «Uniti contro la crisi» – aveva ripetuto all’unisono la stessa richiesta. Messaggio volutamente non recepito e respinto da colei che rappresenta per il momento il più grande sindacato italiano. Cielo grigio e strade rosse, invece, «in una città che non tradisce mai». Anche i sindacati di base (Usb) stavoltahanno fatto convergere qui i loro iscritti,e si vedono. Un mare di gente scesa da 160 pullman,migliaia di auto, da decine di treni per pendolari. Al punto che il corteo è entrato in piazza maggiore quando questa era già piena e inutilmente dal palco arrivava l’invito a serrare i ranghi. Per chi voleva vedere c’era una scoperta da fare: i metalmeccanici sono giovani, orgogliosi, arrabbiati. Qualcuno piùmaturo soffianei fischietti, ma la maggior parte inventa slogan e li grida come si facevaoltre 30 anni fa: «chi lavora ha già dato, giù le mani dal sindacato», «se cercate i veri fanulloni sono dentro il governo Berlusconi», fino a quello gridato da donne d’ogni età «chi non salta una Ruby è». Da Porta Saragozza si è partiti presto, invadendo i controviali a file compatte, nella gioia di esserci e scoprirsi tanti, che quasi non si riesce a leggere uno striscione via l’altro. A piazza dei Martiri entrano insieme Landini e Camusso, restano fisicamente sempre vicini, ma nei ripetuti stop per rilasciare dichiarazioni davanti alle telecamere le parole non potrebbero essere più diverse. Il primo collega l’offensiva delle imprese con la complicità del governo e della coppia Cisl-Uil. La seconda si concentra solo sul governo, polemizza con ilministro Sacconi («uno sciopero solo politico, privo di obiettivi concreti », aveva ripetuto inmattinata), critica la Fiat per il «modello autoritario» che vuole imporre;ma sul piano delle proposte di mobilitazione non va oltre «una grande campagna per la democrazia e la rappresentanza» o le «marce per il lavoro». Da questa piazza, ricorda Landini, «nel 2001 – il primo contratto separato per i meccanici – Sabattini ci insegnò che un sindacato che cede ai ricatti smette d’essere un sindacato». E oggi «Pomigliano eMirafiori parlano a tutti noi: si può lottare e cambiare, mettendo al centro lavoro e diritti». Perché non è vero che «per competere bisogna comprimerli: Volkswagen investe 50 miliardi da qui a tre anni, assume gente, fa le macchine elettriche e meno inquinanti e va benissimo». Chi va male,come Fiat, «ha perso il treno dell’innovazione ». Insieme a un paese «fuori di testa, dove si tagliano i fondi alla ricerca e all’università, e quindi che non può più nemmeno cercarle, le innovazioni». Propone una contestazione forte sui luoghi comuni circa le «regole della globalizzazione», con lo sguardo agli «operai cinesi – non al sindacato di regime – che si organizzano e ottengono aumenti salariali e più diritti ». La posta in gioco è altissima. La risposta che serve deve essere a questa altezza. Lo «sciopero generale» sarebbe soltanto il primo passo. Le delegazioni delle altre categorie della Cgil qui presenti sembrano condividere questa opinione, a sentire slogan e mugugni. Chissè se anche la confederazione se ne accorgerà…