Test finale per l’accesso agli Albi

28/03/2001



Mercoledì 28 Marzo 2001



Corsi triennali, ingegneri critici

Gli albi accettano i cicli universitari
ROMA La riforma delle professioni in base alla nuova mappa dei titoli universitari è alla svolta finale. Il Consiglio dei ministri, probabilmente oggi, avrà l’ultima parola sugli spazi concessi ai futuri laureati triennali. Il ruolo di questi nuovi professionisti fa da sfondo alla contrapposizione tra ministero dell’Università e Ordini tecnici.Gli ingegneri, soprattutto, chiedono che i laureati triennali siano nettamente differenziati, nella loro qualifica professionale, dai laureati specialisti. Quindi chi ha seguito un corso triennale dovrebbe essere designato come tecnico per sottolineare il livello meno approfondito della formazione.

Servizio a pag. 27

 
Riforme in cantiere
Al Consiglio dei ministri i regolamenti che ridefiniscono l’organizzazione degli Ordini
Test finale per l’accesso agli Albi

Maria Carla De Cesari

ROMA. Si gioca sui nomi l’esito della riforma degli ordinamenti professionali in seguito ai nuovi titoli universitari. Spetterà al Consiglio dei ministri, probabilmente già oggi, risolvere il nodo della qualifica professionale dei laureati e dei laureati specialisti abilitati nell’area tecnica.
Il ministero dell’Università sostiene la formula che abbina la denominazione della professione seguita dal titolo accademico: architetto laureato, architetto laureato specialista eccetera. Tuttavia, gli Ordini dell’area tecnica affermano, invece, la necessità di distinguere, in modo più diretto, i due livelli professionali per non ingenerare confusione tra gli utenti: per questo i laureati abilitati dovrebbero essere qualificati come «tecnici».
Ieri il ministero dell’Università è intervenuto per ribadire che «nella tradizione del sistema di istruzione italiano il diploma di "tecnico" è stato sempre rilasciato dagli istituti secondari di istruzione tecnica. Ora si è aggiunto anche il nuovo comparto post-secondario dell’istruzione e della formazione tecnico-superiore (IFts), che rilascia a sua volta il titolo "tecnico di"». L’Università rilascia, invece, «lauree, diplomi di specializzazione e di perfezionamento, titoli di dottorato di ricerca. C’è quindi una coerenza complessiva dell’intero percorso formativo, a cui non giovano confusioni nominalistiche».
Tuttavia, l’esito del prossimo Consiglio dei ministri non appare scontato anche perché dietro la "battaglia sui nomi" si nasconde il futuro equilibrio all’interno delle professioni e tra le categorie. Lo dimostra l’attacco che l’altro giorno gli ingegneri hanno rivolto alla proposta di regolamento per coordinare i nuovi percorsi universitari con la disciplina degli accessi agli Ordini. Se i laureati provenienti da corsi di studio appartenenti alle stesse «classi» potranno scegliere se iscriversi ai Collegi (geometri e periti industriali, in particolare) o alla sezione "B" degli Ordini degli ingegneri (ma anche degli architetti) si apre la "concorrenza" per conquistare le nuove leve. Una concorrenza che può innescare la corsa all’allargamento delle competenze. Si tratta di un terreno minato, che nel caso delle professioni tecniche tradizionali — diplomate e laureate — ha dato vita a una ricca giurisprudenza, nonché a interventi per regolare la faccenda in Parlamento. L’ultimo tentativo è stato il disegno di legge sull’oggetto professionale di geometri e periti industriali approvato dal Senato, che ridefinisce i confini della "modesta costruzione" utilizzando la formula degli edifici fino a tre piani sopra terra, con un interrato o seminterrato.
Ma non c’è solo il braccio di ferro tra Ordine degli ingegneri e Collegi dei geometri e dei periti industriali. La contrapposizione interessa anche le professioni laureate: «Gli ingegneri — afferma Dina Porazzini, presidente del Consiglio dei dottori agronomi e forestali — si oppongono alla denominazione "europea" della nostra categoria: in quasi tutti i Paesi Ue noi siamo chiamati ingegneri agronomi e forestali. Senza l’adeguamento del titolo incontriamo difficoltà a farci riconoscere e a lavorare oltrefrontiera».
In mezzo a questo groviglio di interessi l’opera di arbitro potrebbe essere esercitata dal ministro della Giustizia, Piero Fassino, cui tocca il concerto sul provvedimento proposto dal ministero dell’Università. La Giustizia, cui è sfuggita in questa legislatura la possibilità di una riforma complessiva delle professioni, resta comunque — al di là della questione dell’accesso che il Dlgs 300/99 attribuisce al futuro dicastero dell’Istruzione — il ministero vigilante su Ordini e Collegi.
In ogni caso, con due schemi di regolamento (uno specifico per la nuova professione dei dottori commercialisti che incorpora i ragionieri) l’Università ridisegna la geografia degli Ordini: per le professioni che attualmente richiedono come titolo di studio la laurea, gli Albi dovrebbero essere organizzati in due sezioni, una per i laureati e una per i laureati specialisti (dopo l’esame di Stato e l’abilitazione). Il tentativo del ministero è dare sbocchi professionali anche ai laureati, redistribuendo — in base agli attuali ordinamenti professionali — le competenze tra i due livelli. Comunque, i laureati degli Ordini avranno competenze specifiche rispetto ai laureati dei Collegi, che ne "erediteranno" l’oggetto professionale.
Intanto sulla questione interviene anche il Cnsu (il Consiglio nazionale degli studenti, organismo consultivo che rappresenta gli universitari), secondo cui la definizione delle competenze potrebbe soffrire — alla prova dei fatti — di scarsa chiarezza. Inoltre, il Cnsu sollecita il ministero a scoprire le carte per quelle professioni non interessate dai due schemi di regolamenti: da quelle dell’area sanitaria ai giornalisti e agli avvocati.

Mercoledì 28 Marzo 2001

 
|

|