Termini nazionali sui rimborsi

19/09/2003



      Venerdí 19 Settembre 2003

      NORME E TRIBUTI
      LAVORO


      Termini nazionali sui rimborsi

      Lavoro – Per la Ue legittimi i limiti sulle richieste al datore insolvente

      MARIA ROSA GHEIDO


      In materia di insolvenza del datore di lavoro e tutela dei lavoratori, il termine di decadenza stabilito dalla legge nazionale non osta con le disposizioni della direttiva 80/987/Cee solo se rispetta il principio di equivalenza e quello di effettività. L’eventuale termine concesso per la presentazione della domanda da parte del lavoratore deve, cioè, essere tale da non rendere praticamente impossibile l’esercizio del diritto e non deve essere meno favorevole rispetto ai termini che le norme nazionali fissano per domande analoghe.
      È la conclusione a cui è giunta la Corte di giustizia della Ue ieri con la sentenza nella causa C-125/01 avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale, proposta da un tribunale tedesco, sulla compatibilità dell’articolo 9 della direttiva 80/987/CEE; la norma concerne il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative alla tutela dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro, con le norme nazionali che stabiliscono un termine di decadenza per la domanda del lavoratore di indennità per le retribuzioni non percepite.
      In effetti, l’articolo 4 della direttiva consente agli Stati membri di porre limiti all’obbligo di versamento a carico degli organismi di garanzia ma non pone alcun limite di decadenza per l’esercizio del diritto da parte del datore di lavoro.
      L’articolo 9 ritiene non pregiudizievoli disposizioni legislative, regolamentari o amministrative applicate dagli Stati membri, purché più favorevoli ai lavoratori.
      Nel caso specifico, la Germania stabilisce un termine di decadenza di due mesi, prorogabile in caso di effettiva impossibilità del lavoratore a esercitare il diritto.
      La Corte è stata pertanto chiamata a decidere se il termine di decadenza stabilito da una norma nazionale sia compatibile con l’articolo 9, se la previsione del termine possa essere considerata una norma di maggior favore per il lavoratore, se il collegio giudicante nazionale sia tenuto a non applicare la disposizione relativa al termine stesso. Sono intervenuti nel giudizio i Governi tedesco, danese e finlandese, argomentando che la previsione del termine è compatibile sia con la direttiva specifica che con il diritto comunitario in generale, che il termine è indispensabile per garantire l’efficacia e il buon funzionamento dell’ente di garanzia. La stessa Commissione considera il termine in causa proporzionato al fine perseguito. La Corte di Giustizia ha ritenuto che, non essendo il termine di decadenza previsto dalla direttiva in materia, esso non deve contrastare con i principi del diritto comunitario, non deve cioè essere meno favorevole di altri termini che la normativa nazionale pone per domande analoghe né deve essere irragionevole e quindi tale da impedire l’effettivo esercizio del diritto.
      Spetta al giudice nazionale verificare che la durata del termine di decadenza sia «giustificato da motivi imperativi connessi al principio della certezza del diritto, in particolare al buon funzionamento dell’ente di garanzia».
      In Italia la materia è regolata dal decreto legislativo n. 80/1992 che all’articolo 2 stabilisce che il diritto a ottenere la prestazione si prescrive in un anno. Tale prescrizione inizia a decorrere dal primo giorno utile per la presentazione della domanda.