Termini, la fabbrica che non produce assembla a caro prezzo: ecco perché chiude

27/01/2010

La produzione a Termini Imerese si ferma a metà mattinata. Decine di Tir, carichi di materiali, restano parcheggiati sul piazzale dall´altra parte della strada. Non si entra più alla Fiat: hanno bloccato l´ingresso i familiari dei 18 licenziati dalla «Delivery», quelli che da oltre una settimana protestano sul tetto dello stabilimento dove raccoglievano i rifiuti speciali. A Termini è cominciata la lenta agonia. Non ha futuro lo stabilimento siciliano, costruito nel 1970 di fronte al mare e accanto a quell´impianto dell´Enel che, in questi decenni, ha espulso tanti di quei veleni non far crescere nemmeno più un albero sulla montagna vicina.
Il numero uno della Fiat, Sergio Marchionne, ha deciso di chiudere, di non produrre più automobili in Sicilia. La lunga illusione di far diventare quest´area a una quarantina di chilometri da Palermo, con tanto di porto e di collegamenti ferroviari, un distretto integrato dell´auto tramonta così. La Lancia Ypsilon che esce dalla linea di Termini (1.300 addetti circa) costa troppo: mille euro in più di una qualsiasi altra vettura costruita nel mondo, in Polonia, in Brasile, oppure a Melfi nella profonda Lucania. Termini appartiene ad un´altra era. A quella della Fiat, industria nazionale, sensibile agli interessi locali e a quelli sociali. Ma oggi il Lingotto è una multinazionale che punta a sopravvivere alla Grande Recessione, la stessa che ha ridisegnato, sconvolgendole, le leadership mondiali tra i produttori d´auto.
Basta stare qui per capirlo, tra i sedici disperati (due sono già stati ricoverati) accampati sul tetto e strapazzati dal vento gelido che non dà tregua da giorni, e i camion fermi sul piazzale. Tra i piccoli trasportatori (micro aziende con uno, due dipendenti) c´è chi arriva da Melfi oppure da Avellino, con non meno di undici ore di viaggio sulle spalle. Portano i pezzi da montare sulle Ypsilon che da qui ripartiranno per il mondo con il marchio «made in Sicilia». Perché Termini da sé non produce nulla, non le fiancate, non i motori, non i cambi, non i cofani, non le plance. Questa è l´anomalia termitana, sopravvissuta per quarant´anni in attesa di un cambiamento che non è mai arrivato.
Qui non si producono auto: si assemblano. E non è una questione linguistica: è sostanza. Vuol dire che si aspettano i componenti da fuori e che poi si uniscono l´uno con l´altro per ripartire. Un processo anti-economico che somma costi a costi. Per capirsi: un container di quelli montati sui Tir può contenere le lamiere per solo otto vetture. Facile fare i conti di quanti ce ne vogliano considerando che ogni giorno escono dalla linea 350 auto.
L´indotto di Termini Imerese è di piccole dimensioni, fragile e insignificante dal punto di vista industriale. La verità è che la Fiat non ha voluto crearlo un indotto come ha fatto in altre aree, a cominciare proprio da Melfi, il «prato verde» della produzione snella dei primi anni Novanta. E i governi, centrali e regionali, hanno sempre sottovalutato questo aspetto. Ma ora siamo alla resa dei conti. Che pagheranno principalmente gli oltre duemila lavoratori coinvolti, tra diretti e, appunto, dipendenti delle aziende dell´indotto.
C´è, più o meno, una stasi industriale accanto alla Fiat di Termini. E´ un effetto domino al contrario: ferma la Fiat, ferma anche la «Lear Corporation» (multinazionale americana con 174 dipendenti) che fa i sedili. Ferma la Bn Sud (circa 80 addetti) che fa i paraurti e altre componenti di plastica, ferma la Clerprem (18 persone) che fa le spugne destinate ai sedili. Questo è ora anche tutto l´indotto della zona. Tre imprese. Fuori dai cancelli sale la tensione. C´è chi dà fuoco a sterpaglie e materiali plastici. Le fiamme vengono spente rapidamente dai vigili del fuoco interni alla Fiat. Poi ritorna una calma apparente. Sono le prime avvisaglie di una situazione che rischia facilmente di degenerare. Lo temono e lo dicono, a mezza bocca, i sindacalisti. Dal blocco degli ingressi è facile pensare che si passerà al blocco della vicina autostrada. E poi chissà.
Ma Termini non doveva finire così. Proprio lì dove ora si accendono i piccoli falò c´è la prova che Marchionne ci credeva a Termini Imerese e aveva un piano. Lì c´è l´impianto di lastratura che, però, non è mai entrato in funzione. Anno 2007, Termini doveva diventare un polo d´eccellenza. La Fiat ci avrebbe investito 1,2 miliardi di euro; circa 400 lo Stato e la Regione. Torino mandò i suoi tecnici a esaminare le zone dove costruire i capannoni per installare le presse. Termini sarebbe diventato stabilimento di produzione per 200 mila vetture l´anno e cinquemila addetti in tutto. Finalmente. Ma i tecnici del Lingotto scoprirono che i terreni scelti dalla Regione erano destinati alla coltivazione dei carciofi e che quello era terreno alluvionale. Poi a Palermo, il governatore di allora, Totò Cuffaro, si dimise per le note vicende giudiziarie; a Roma si dimise anche Romano Prodi per le note vicende politiche. E la Fiat spostò quegli investimenti in Serbia. Infine c´è stato il credit crunch e di piani per Termini Imerese – che ha sfornato la 500 e la 126, la Panda e la Punto – ormai non ce ne sono più.

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