Termini Imerese, già una settimana sul tetto della Fiat

26/01/2010

Sono ancora lì, appollaiati sul tetto della Fiat di Termini Imerese. Erano in 16 martedì scorso quando, ricevuta la lettera di licenziamento, hanno deciso di arrampicarsi fin lassù, ma tre di loro si sono ammalati e quelli rimasti non stanno molto meglio. Gli operai della Delivery Mail, fabbrica dell’indotto che dà lavoro a 18 persone, sanno che quella in corso è la madre di tutte le battaglie. Hanno mogli e figli, vivono in famiglie monoreddito. Accoccolato sotto una canna d’aspirazione dello stabilimento, dove i fumi tossici portano almeno un po’ di caldo, Tommaso La Bua dice al telefono che «da qui scenderemo o per tornare a lavorare o dentro una bara».
I tredici operai guardano il piazzale della fabbrica, dove oltre i cancelli ci sono i parenti che portano fagotti con i viveri e qualche ricambio, sollevati con una fune calata dal tetto. Fa un freddo cane e il vento spira con forza, tanto che le brandine sono ben piegate e messe da parte, perché basta una folata di maestrale per portarle via. Passano la giornata a guardare verso il basso i loro compagni, che da una settimana scioperano 2 ore al giorno, una per turno. Guardano i cassoni usati per il trasporto dei materiali e che un tempo ripulivano – era questo il loro lavoro. Adesso container e scatole vuote ripartono sporchi, perché la Fiat ha deciso che il servizio lo farà in proprio, che non ha bisogno di loro; ma intanto plastica e cartacce riprendono la strada del ritorno con il loro carico di residui.
Annamaria Lo Pinto è la moglie di Antonio Tarantino, anche lui sul tetto. Oggi, insieme ad altre donne, ha deciso che porterà le tende davanti allo stabilimento e organizzerà un presidio permanente. «I nostri uomini devono tenere duro – dice – e noi saremo con loro fino alla fine». Loro fanno un cenno con la mano, ed è come se avessero capito.
Ieri, un accademico incontro in prefettura non ha portato a nulla. I titolari della Delivery mail hanno allargato le braccia: senza un contratto con la Fiat possiamo solo licenziare e chiudere. Ma i sindacati non mollano e avvertono Torino che la vertenza è una sola: indotto e Fiat vivranno o moriranno insieme.
Enzo Masini, coordinatore nazionale auto della Fiom Cgil, ha spiegato che l’incontro convocato per venerdì prossimo dal ministro Claudio Scajola «non è quello richiesto unitariamente dalle organizzazioni sindacali, che chiedono, invece, di mantenere l’impegno assunto da Palazzo Chigi il 22 dicembre scorso, ovvero quello di aprire i tavoli relativi ai vari comparti del gruppo sul piano industriale, per discuterlo e modificarlo. La volontà di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese non è un incidente, ma parte di quel piano che, se attuato, avrebbe pesanti ricadute sull’intera industria nazionale». La Fiom andrà alla riunione, ma determinata a rifiutare «qualsiasi ‘idea’ di incontro tecnico e per rendere chiaro, anche al governo, il no alla Fiat e al suo piano».
Il tavolo, quindi, rischia di aprirsi per chiudersi subito dopo se non sarà bloccata la procedura di licenziamento dei 18 della Delivery Mail e se non saranno reintegrati a Pomigliano i 38 lavoratori con contratto a tempo determinato.
«Basta con questa patetica legge del più forte – dice Roberto Mastrosimone, segretario provinciale della Fiom – che razza di priorità è il licenziamento di 18 persone dell’indotto, nel mezzo di una vertenza. Questo è cannibalismo sociale: cominciano con i più deboli e pensano di essere a metà dell’opera. Ma c’è un concetto che qui tutti abbiamo imparato con chiarezza e si chiama solidarietà»