«Termini, il sindacato sia realista»

13/01/2010

L’amministratore delegato Fiat: più ottimista oggi per Chrysler che nel 2004 per Torino
Marchionne: da pazzi riabilitare l’impianto. Lombardo: il suo è accanimento

MILANO— Prima, nella tarda serata americana, usa toni tutto sommato soft: «La Fiat è una multinazionale e i sindacati devono rendersi conto dell’equilibrio necessario tra domanda e offerta. Noi siamo disposti al confronto. Ma nessuno può ignorare la realtà». In Italia è mattina presto, e le reazioni arrivano subito. Inizialmente soft anche quelle, per la verità. Sì, scattano scioperi spontanei a Termini Imerese (che oggi si fermerà), perché è a quello stabilimento e alla sua chiusura dal 2012 che Sergio Marchionne si riferisce. Ma tra i leader sindacali c’è per esempio Guglielmo Epifani, attento a non incendiare ulteriormente l’atmosfera e, se è vero che parla di «una rigidità Fiat che non si giustifica», è vero pure che aggiunge: «Siamo pronti a soluzioni che tengano conto anche dei problemi dell’azienda». Il punto chiave però non cambia. Se il leader della Cgil ci prova — ed è tra i pochi — a non inasprire lo scontro, la linea di demarcazione resta la stessa di chi è già sulle barricate: «Continueremo a batterci per dare a Termini la prospettiva che deve avere nell’auto perché, se dovesse finire, non ci sarebbe davvero altro che disperazione e disoccupazione. Una cosa che non possiamo accettare».
L’amministratore delegato Fiat, dal Salone di Detroit, le parole di Epifani forse la apprezza. Non così per le altre dichiarazioni che arrivano nel corso della giornata, soprattutto dalla politica siciliana. «Adesso basta, Marchionne dica la verità sulle ragioni del suo accanimento contro Termini» attacca — tra gli altri — il presidente della Regione Raffaele Lombardo. Ed è qui che il numero uno del Lingotto i toni diplomatici li abbandona del tutto. La verità? Eccola: «Riabilitare Termini Imerese è da pazzi. Non lo farebbe nessuno». Ruvido, certo. Brutale. Ma gli dà fastidio che ci sia chi continua a fingere di non capire: «L’ho detto il 18 giugno. L’ho ripetuto a Palazzo Chigi prima di Natale. L’ho ripetuto di nuovo qui, ieri, e non è cambiato niente nel messaggio: il livello di non competitività di Termini non può essere risolto con interventi strutturali. Non ha niente a che fare con la qualità del lavoro, è questione di logistica». In passato aveva fatto promesse? Sì, «ipotesi di sviluppo ne avevamo: però basate su un mercato in crescita, e con un impegno dei governi su cose che poi non abbiamo visto».
Non è la sola frecciata — da leggere in chiave sia nazionale sia regionale— che Marchionne riserva al sistema Italia. Gli chiedono se, rispetto alla sfida «Fiat 2004», il risanamento Chrysler (prevista in attivo già quest’anno se le vendite recupereranno il 18% negli Usa e il 27% a livello globale) presenti le stesse difficoltà. No, è la risposta: «Fiat è molto più grande e perciò più complessa. E poi in Italia non ho avuto l’aiuto che il Tesoro americano mi ha dato per Chrysler. Ero solo». Aggiungere che «ho dovuto lavorare come don Chisciotte contro i mulini a vento» non gli sembra, ricordando il clima di allora intorno al Lingotto, esercizio di presunzione.