Termini, i cinesi non convincono

02/02/2010

Nei piani del fondo Hong Kong Tai He gli operai di Termini Imerese dovrebbero assemblare lamierati e pezzi per auto, prodotti in Cina. Le vetture, realizzate per conto del gruppo Chery o Faw, poi sarebbero imbarcate sulle navi, con destinazione il mercato orientale. Un piano, che a Termini, fa storcere il naso. Anche alla Regione Sicilia, dove il dossier è arrivato nei giorni scorsi, per la verità il progetto del fondo cinese, che sarebbe interessato ad acquisire lo stabilimento, suscita non poche perplessità. Non è chiaro il business, nè sono chiari gli obiettivi della Hong Kong Tai He International Ltd, finanziaria già nota in Italia per avere manifestato interesse nei mesi scorsi per le carrozzerie Bertone e per lo stabilimento Panasonic a Pisticci Scalo, in Valbasento. Quella del fondo cinese è una delle tante proposte che sta esaminando la task-force del ministro Claudio Scajola e che saranno al centro del tavolo tecnico previsto per il 5 febbraio, sempre al ministero. Anche se al momento si sa poco, quella che, a Roma e a Palermo, molti danno in leggero vantaggio riporta a Gian Mauro Rossignolo, che di recente ha acquisito lo stabilimento Pininfarina di Grugliasco, nel torinese. Rossignolo ha smentito l’interesse, ma in realtà una sua proposta sarebbe sul tavolo di Scajola e l’ex manager Fiat e Telecom avrebbe già avuto contatti con la Regione Sicilia.Un’altra delle proposte del settore auto sarebbe quella della Keplero del finanziere torinese Domenico Reviglio, con cui Rossignolo ha già intrapreso un duello per la Carrozzeria Bertone, finito poi male per entrambi. Reviglio, tra l’altro, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Torino nell’ambito delle indagini sulla titolarità delle azioni di Bertone, poi rilevata da Fiat. C’è poi il progetto del finanziere siciliano Simone Cimino, presidente del fondo Cape Natixis, che vorrebbe rilevare, con l’indiana Reva, lo stabilimento per farne un centro di assemblaggio di vetture ecologiche di piccole dimensioni. Ma si parla pure di Ikea e della realizzazione di studios cinematografici.
Intanto a Termini l’attesa cresce. Ieri gli operai sono rientrati in fabbrica, dopo tre giorni di sospensione della produzione, in un clima mesto, quasi di rassegnazione di fronte alla volontà del Lingotto di chiudere il sito dove viene assemblata la Lancia Ypsilon. L’appello di Papa Benedetto XVI, che durante l’Angelus ha richiamato al senso di responsabilità governo, imprenditori e lavoratori sui temi dell’occupazione citando la Fiat di Termini e l’Alcoa di Portovesme, sembra aver ridato un po’ di speranza. «Il Pontefice ha fatto un gesto bellissimo – dice Roberto Mastrosimone, segretario della Fiom di Termini – Le sue parole hanno commosso molti lavoratori, che non si aspettavano il suo intervento». In fabbrica, ieri, si sono svolte le assemblee con Fim, Fiom e Uilm che hanno riferito sui contenuti della riunione della scorsa settimana al ministero. Davanti ai cancelli gli operai, al cambio turno, hanno poca voglia di parlare, la sensazione di rassegnazione è evidente, anche se l’appello del Papa viene colto come un elemento di novità. «Speriamo che la Fiat e il governo ascoltino il Santo Padre», è il commento dei lavoratori che si preparano allo sciopero, l’ennesimo, di domani. Anche a Termini i dipendenti Fiat e dell’indotto – in totale circa 2mila persone – si fermeranno per 4 ore, a fine turno. «Sarebbe stato troppo chiedere di scioperare 8 ore, dopo tutta la cassa
integrazione e la sospensione dell’attività fatte finora», dice il segretario Uilm di Palermo, Vincenzo Comella. Intanto il Tribunale di Termini non ha accolto il ricorso della Fiat (ex articolo 700 codice di procedura civile) nei confronti di un gruppo di dipendenti, di alcuni operai dell’indotto e di familiari dei lavoratori della Delivery (ditta dell’indotto) saliti nei giorni scorsi sul tetto del capannone dello stabilimento, accusati dall’azienda di avere effettuato blocchi che hanno impedito dal 26 al 28 gennaio l’ingresso in fabbrica delle merci. Secondo il giudice Roberto Rezzonico,mancherebbe la prova che il blocco effettuato il 26 si è protratto fino al 28, periodo durante il quale il Lingotto ha sospeso la produzione proprio per la presunta protesta davanti agli ingressi del sito industriale. Per il giudice, inoltre, sarebbe «inverosimile » attribuire ai blocchi eventuali ritardi nella consegna delle merci, ripercussioni sulle vendite di auto.