Terapia sbagliata contro il declino del Paese (M.Riva)

15/07/2003

martedì 15 luglio 2003
Pagina 17 – Commenti
 
 
Quella terapia sbagliata contro il declino del Paese

          di MASSIMO RIVA

          A MAGGIO l´indice grezzo della produzione industriale ha segnato un drammatico meno sette per cento che, nel caso di un settore tradizionalmente portante quale quello dell´auto, ha toccato l´abisso del meno 8,1. Per ritrovare un dato peggiore di questo occorre risalire all´agosto del 1996. È recessione, come sostiene l´ex ministro diessino Bersani? Ovvero non lo è, come replica l´attuale viceministro Baldassarri, forte del fatto che l´andamento del prodotto interno lordo non è ancora passato in negativo? Ci si consenta di non appassionarci a una simile disputa terminologica. Di certo queste cifre indicano che le cose vanno male, molto male. Ed è del tutto inutile, anzi scandaloso, che la tv pubblica (Tg1 delle 13.30 di ieri) dedichi pochi secondi a questa notizia allarmante per diffondersi in lunghi servizi sul divieto d´importazione dei ragni velenosi ovvero sui carabinieri e la moda.
          Di sicuro, non è facendo finta di nulla che il governo e i suoi garzoni mediatici possono immaginare di gestire una situazione economica che chiude, purtroppo dalla parte del giudizio del governatore, il duello Fazio-Tremonti sul punto se l´Italia sia o non sia in declino.
          Naturalmente, numerosi possono essere i fattori contingenti financo esterni ai quali attribuire una parte di colpe per il pessimo dato di maggio. Per esempio, la forte rivalutazione del cambio dell´euro, che certamente non ha favorito le esportazioni. O, ancora, nello stesso segno la debolezza della domanda in paesi (come la Germania) che hanno sempre rappresentato uno sbocco fondamentale per il "made in Italy". Ma il punto cruciale è che questa difficile congiuntura internazionale fa venire al pettine un nodo fondamentale: la declinante competitività del sistema produttivo domestico, che ha nella crisi Fiat solo il suo indicatore più appariscente.
          Non è vero, come ritengono in molti, che l´Italia non abbia avuto in questi anni una politica industriale. La vera questione è che, da troppo tempo, ne ha praticata una sbagliata e dannosa. Vale a dire una politica basata sulla continua somministrazione al sistema di dosi crescenti sia di svalutazione monetaria sia di basso costo del lavoro, tanto in nero che no. In questo modo l´apparato industriale del paese – salvo rarissime eccezioni – è stato sospinto a trascurare gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo tecnologico per concentrarsi su produzioni tradizionali in settori più che maturi. Non è un caso che, proprio pochi giorni fa, il ministro Tremonti abbia indicato la Cina come il più temibile concorrente per la nostra quota di commercio mondiale. Non con gli Stati Uniti e neppure con qualche paese dell´Unione europea – si badi bene – ora l´Italia si trova a dover competere con il sistema che possiede la maggiore riserva planetaria di manodopera a buon mercato. Questo la dice tutta sulla fragile argilla di cui erano fatte le gambe di quell´incredibile miracolo economico che, appena un paio d´anni fa, Antonio Fazio e Giulio Tremonti – allora in armoniosa sintonia – promettevano a quattro mani.

          La realtà della nostra flotta industriale è che l´oppio delle svalutazioni e dei bassi salari ha progressivamente cancellato dal panorama le grandi portaerei della chimica, dell´informatica, dell´aviazione civile, delle tecnologie di consumo e ora vede in pericolo anche quella del settore automobilistico. Certo, non mancano incrociatori e torpediniere di buon livello, ma con i quali è arduo immaginare di affrontare le armate concorrenti negli alti e profondi oceani della competizione mondiale. Del resto è un segno che vorrà ben dire qualcosa il fatto che l´imprenditore di maggior successo di questa Italia, narcotizzata dalle svalutazioni, sia – come lui stesso si definisce – un venditore di spot televisivi, diventato per giunta presidente del Consiglio. Tutto si tiene, in una logica che i tedeschi chiamerebbero Zeitgeist, lo spirito del tempo.
          In questo scenario l´allarmante dato sulla produzione industriale dovrebbe suonare la sveglia un po´ per tutti, anche perché con l´euro si sono dissolti anche i fumi dell´oppio del cambio. Il tanto atteso Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) potrebbe essere l´occasione per cominciare a imprimere una prima svolta anche alla politica industriale. Ma, come si vede, di tutto si è discusso in questi giorni e ancora si sta dibattendo in queste ore fuorché di simili obiettivi. Sì, magari il ministro Tremonti sta ipotizzando qualche ulteriore sgravio fiscale o contributivo per le imprese, ma appunto: non si esce dalla consueta e consunta logica di qualche boccata d´ossigeno finanziaria. Manca l´idea stessa di iniziare una terapia di lenta e duratura disintossicazione del sistema da quelle droghe che ne hanno svuotato lo slancio innovativo e frenato la proiezione negli alti piani della competizione internazionale.
          E forse non c´è neppure da stupirsene. Che cosa è stato fatto in questi ultimi due anni anche nel campo della finanza pubblica? Che cosa se non spacciare per continuità del risanamento il ricorso continuo e perverso a misure una tantum, praticate con la stessa ipocrisia con la quale il medico pietoso offre morfina al malato dolente? E che cosa ancora si sta facendo se non illudere il paziente con la promessa di una guarigione (la fantomatica ripresa) poi rinviata puntualmente da un anno all´altro? A ben vedere non è tanto o soltanto il dato sulla brusca caduta della produzione industriale che suscita allarme: può perfino darsi che l´indice del mese successivo segni un qualche miglioramento. Ciò che più preoccupa è la cecità diffusa verso i guasti di fondo del sistema e la volontà pervicace di diffondere un ottimismo da spot pubblicitario, nascondendo o manipolando la realtà. D´altro canto, è arduo immaginare che possano essere proprio i mercanti di oppio contabile a impegnarsi in una campagna di bonifica del sistema dai vizi prodotti dalle loro cure.