Tensione a Termini, operai in piazza

14/01/2010

Il segretario Cgil, Epifani: da Marchionne parole pesanti e sbagliate, l’impianto va salvato

Per la marcia sul capoluogo avevano previsto sei pullman. Non sono bastati. Ne hanno rimediati al volo altri due. Ancora insufficienti. E allora via con le macchine. È lungo, il corteo che porta gli operai di Termini dai cancelli della fabbrica a piazza del Parlamento, Palermo, sede della Regione. Più lungo di quanto gli stessi sindacati avessero previsto. Ci sono le tute blu Fiat, e quelle dell’indotto, e a dare manforte anche quelle dell’Italtel. Non è pressoché totale solo l’adesione allo sciopero — non il primo e non l’ultimo — proclamato dopo le parole con cui, ancora martedì, Sergio Marchionne ha ribadito l’«irreversibilità» delle decisioni sul futuro dello stabilimento: niente più auto, dal 2012 Termini chiuderà, pensare a «una riabilitazione è da pazzi, non lo farebbe nessuno » . È massiccia anche la presenza alla manifestazione che Cgil, Cisl, Uil, Ugl hanno organizzato a Palermo, dove l’assemblea regionale è riunita proprio per discutere della vertenza. Duemila, più o meno, sono i siciliani che lavorano tra la Fiat (1.300) e il suo indotto. Un migliaio, suppergiù, quelli che si sono presentati in piazza.
La protesta è pacifica. Slogan e striscioni rituali, fin qui. Ma corrono — anche tra i leader sindacali, almeno quelli locali— le due parole che in molti temono: «Rivolta sociale». Il rischio c’è davvero, dicono, e del resto è quel che era successo già nel 2002. Così si moltiplicano le richieste perché il governo prenda in mano la situazione. Perché il titolare dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, convochi al più presto il «tavolo Termini». Perché— le parole sono di Raffaele Lombardo, il governatore della Sicilia — «si neghino gli incentivi, se Marchionne insiste con questa beffa: porterò la questione in Consiglio dei ministri».
Non c’è bisogno di sollecitazioni, ha nel frattempo già fatto sapere il ministro del Lavoro: Maurizio Sacconi definisce «comprensibile una larga adesione allo sciopero di fronte alla minaccia di chiusura», ma assicura che «la presidenza del Consiglio segue direttamente la situazione, come lo fanno Scajola e il sottoscritto per la parte che riguarda gli ammortizzatori sociali». L’obiettivo? «Garantire continuità produttiva». Tradotto, significa continuare a fare auto. Proprio quello che Marchionne ha ormai categoricamente escluso. Poi no, Sacconi non nega che i nodi e soprattutto i costi della logistica cui fa riferimento il numero uno Fiat ci siano e siano concreti. Però minimizza, o prova a mediare: «Qualche problema relativo alla logistica c’è, ma può essere risolto agevolmente».
Da Torino scelgono di non rispondere, l’amministratore delegato l’ha già detto in tutte le salse che sono anni, che dai governi nazionali e regionali si sente promettere «impegni su cose poi mai viste: e un’auto prodotta a Termini continua a costarci mille euro in più rispetto a qualsiasi altro stabilimento». Dunque, non saranno né gli scioperi né l’eventuale taglio degli incentivi a far innestare improbabili marce indietro. Nemmeno Marchionne, però, può rischiare uno scontro sociale. Ed è Guglielmo Epifani, consapevole dei pericoli (compresi quelli di strumentalizzazione) e perciò attento più al confronto sul merito che ai titoli sui giornali, ad avvertirlo. Toni come quelli usati l’altro ieri da Detroit— «Il sindacato ignora la realtà» — andrebbero evitati, gli dice il leader Cgil: «Sono parole molto pesanti, sbagliate, che gettano benzina sul fuoco e lo alimentano». Con un solo risultato: «La vertenza diventa più difficile».