Telefonata del premier a Pezzotta

08/07/2002


6 luglio 2002



A sbloccare la trattativa la conversazione privata tra Berlusconi e il leader della Cisl. Sotto pressione, il ministro dell’Economia sbotta: siete impazziti?

Telefonata del premier a Pezzotta e lo scatto di Tremonti

      ROMA - Alle 9 di mattina Savino Pezzotta è nel suo ufficio alla Cisl. E’ nervoso e anche preoccupato: la trattativa su fisco e lavoro si è interrotta bruscamente nella notte appena trascorsa. Squilla il telefono: è Silvio Berlusconi. «Ma che cosa sta succedendo?» chiede, allarmato, il presidente del Consiglio. «Non possiamo far saltare tutto all’ultimo momento – dice il premier -. Dimmi quali sono i nodi da sciogliere, mi impegno personalmente». Il segretario della Cisl va giù piatto: «Tremonti ci ha promesso 5 miliardi di sgravi, ma io voglio certezze, non basta la parola. Alla Confindustria avete dato un sacco di soldi. Ora tocca a noi. E poi ci dovete garantire che non ci date con una mano e ci togliete con l’altra, riducendo la spesa sociale». «Vediamo quello che si può fare. Adesso parlo con Tremonti – è la risposta del premier -. Non voglio rompere proprio adesso, dopo tutto quello che abbiamo fatto». Pezzotta butta giù un altro caffè e raggiunge Luigi Angeletti. Il segretario della Uil non è convinto, non vede i margini per firmare. Tanto che ha già scritto una lettera al governo, per rimandare tutto a settembre. Su una cosa, però, i due sono d’accordo: la sfida «radicale» lanciata dal leader della Cgil, Sergio Cofferati, può essere fronteggiata solo portando a casa moneta sonante e non vaghe promesse.
      Alle 11 Pezzotta e Angeletti arrivano a Palazzo Chigi. Il sottosegretario Gianni Letta li aspetta nel suo ufficio. Con lui ci sono il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e il viceministro Mario Baldassarri. Il giorno prima Tremonti aveva dovuto fronteggiare le richieste dei commercianti, degli artigiani e delle piccole imprese. Marco Venturi, presidente della Confesercenti, era stato durissimo: «Ministro, voi tagliate le tasse sui redditi e va bene. Ma dovete tenere conto anche di noi. La riduzione dell’Irpeg tocca solo 500 mila aziende. Almeno fate qualcosa sull’Irap (l’imposta regionale sulle attività produttive, ndr
      )». Tremonti, asciutto: «Ci piacerebbe farlo, ma non abbiamo le risorse». «Se volete, le risorse si trovano», sibilava Venturi. E a quel punto Letta aggiornava la riunione alla mattina.
      Ora, seduti nell’ufficio del sottosegretario, Pezzotta e Angeletti rilanciano l’offensiva, forti della telefonata di Berlusconi. Angeletti tira fuori la lettera. Letta vorrebbe intervenire, ma Tremonti scatta, lanciando per aria tutti i fogli: «Ma siete impazziti?».
      Poi, piano piano, la discussione riparte. Lo scoglio sono sempre le tasse, o meglio la distribuzione degli sgravi fiscali tra i diversi scaglioni di reddito. Il segretario della Uil si gioca tutto: «Se non ho garanzie su tasse e spesa, io non firmo un bel niente. Ho una base cui rispondere». Pezzotta è ancora più brutale: «Le volete le modifiche sull’articolo 18? E allora tirate fuori ’ste benedette tabelle sul fisco e mettete per iscritto che non tagliate le pensioni». Comincia una lunga discussione. Tremonti chiama il suo collaboratore e amico di vecchia data Giuseppe Vitaletti che si precipita a Palazzo Chigi con un fascio di carte. I due sindacalisti si trasformano in commercialisti, talmente tignosi da sfinire persino il professore di diritto tributario, Tremonti. Anche nei corridoi il clima è teso. Il futuro leader della Cgil, Guglielmo Epifani, smonta riga per riga il documento. Ogni tanto scuote la testa e borbotta: «Che vergogna». Il direttore della Confindustria, Stefano Parisi, incrocia il vice di Pezzotta, Raffaele Bonanni. I due sono amici. Ma ora sono soprattutto nervosi. «Che state combinando? Così fate saltare tutto», attacca Parisi. «Chissenefrega – ribatte livido Bonanni – non potete toccare la spesa sociale». Nell’ufficio di Letta, intanto, Baldassarri ha raccolto le tabelle buttate all’aria da Tremonti. Riprende il filo dei conti. E’ quasi fatta. Ma Pezzotta tenta l’ultimo affondo: «Finora avete parlato di 5 o 6 miliardi di euro. Con queste simulazioni direi che ci servono 6 miliardi». Tremonti guarda Baldassarri: «Fino a quanto possiamo arrivare?». «Forse fino a 5,5 miliardi», è la risposta del vice. Si chiude. Arrivano Berlusconi e tutti gli altri. Si firma.
Giuseppe Sarcina