“Telecomunicazioni” I sindacati: «Il gruppo deve restare italiano»

14/03/2007
    mercoledì 14 marzo 2007

    Pagina 12 – Economia & Lavoro

    I SINDACATI
    «Il gruppo deve restare italiano»

      di Giuseppe Vespo/ Milano

      «Quello delle Tlc è un settore che riassume al meglio la metafora del fallimento del capitalismo italiano». È pesante il commento Emilio Miceli, segretario nazionale Slc-Cgil, che si domanda come sia stato possibile lasciarsi soffiare sotto gli occhi un’industria che «negli ultimi anni è cresciuta di 4-5 punti percentuale più del Pil del nostro Paese. L’Italia non ha saputo tenere il grande polo di telecomunicazioni che aveva alla fine degli anni ‘90». Una sfida persa con la globalizzazione? La speranza dei sindacati è che non sia così, «l’ultima parola non è ancora detta». Certo è che in questi sei anni di gestione Tronchetti Provera di cose ne sono successe: dalla fusione con Tim del 2005 al possibile di ingresso in Olimpia – un anno dopo – del magnate di Sky, Rupert Murdoch; fino alle dimissioni di Tronchetti dopo la presentazione del piano per trasformare l’azienda in media company e dopo il caso Rovati, il consigliere di Prodi che voleva separare e vendere la rete fissa. In mezzo una buona estate di scandali e intercettazioni. Poi l’apertura agli spagnoli di Telefonica e agli stranieri in generale. «Cose che dovrebbero fare riflettere», riprende Miceli. Chi? «Confindustria e i governi degli ultimi anni, il sistema bancario». Attori «che non hanno avvertito la necessità di un intervento a salvaguardia degli interessi del Paese». Impassibili di fronte «alla lenta agonia della nostra Tlc». E soprattutto la proprietà. «Nessun altro colosso di telecomunicazioni è mai stato così sotto pressione dal punto di vista proprietario». Il vero problema sembra essere proprio questo: «Telecom è un’azienda sana, con 30 miliardi fatturato e una produttività che viaggia a più 66 per cento. È vero il debito è troppo alto. Ma l’assetto proprietario – continua Miceli – ha sempre pensato a distribuire dividendi più alti degli utili». Insomma Omnitel da Olivetti è diventata dell’inglese Vodafone, Wind dall’Enel è finita sotto l’egiziana Orascom e Fastweb sembrerebbe diventare svizzera. Ora Telecom. Cosa succederà? Per il sindacalista l’ingresso di un proprietario straniero potrebbe voler dire «andare verso sinergie sfavorevoli. Spostare i centri di ricerca verso altre capitali, rinsecchire gli asset aziendali. Ma non è datta l’ultima parola. Il 18 per cento di Olimpia non è tutta Telecom. E se non reggesse il patto di sindacato?»

      Anche il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, è preoccupato e auspica che Telecom resti in «salde mani italiane». «Spero che un Paese importante con un mercato appetibile a livello mondiale come l’Italia – dice – non perda un pezzo importante di telefonia. L’Italia è in grado di raccogliere la sfida, però i nostri imprenditori sono stati abituati male».