“Telecom” I miliardi bruciati di un sistema fragile

05/04/2007
    giovedì 5 aprile 2007

      Prima Pagina (segue a pagina 6) – Economia

      L´ANALISI

      I miliardi bruciati
      di un sistema fragile

      Alessandro Penati

        La vicenda Telecom dovrebbe essere solo cronaca economica. Invece è diventato uno psicodramma nazionale, perché ha messo a nudo magagne e debolezze del sistema: dovrebbero esserci ben note, ma evidentemente abbiamo fatto finta di non vederle. Il caso Telecom è, prima di tutto, l´ultimo atto di una disastrosa gestione aziendale.

        L´investimento nella telefonia avrebbe dovuto far fare il salto dimensionale al gruppo Pirelli, traghettando un´icona della nostra industria nel settore dei servizi. Invece lascia un panorama di macerie: per investire in Telecom, Pirelli ha venduto quasi 8 miliardi di attività, e si è indebitata per 2; ora, anche dopo la trattativa con At&t e America Movil per la quota in Olimpia, ha un valore di mercato quasi dimezzato, nonostante la Borsa sia salita del 30% in questo periodo. Una colossale distruzione di valore risultato non solo del prezzo insensato pagato per Telecom nell´estate del 2001, ma anche dei tanti errori di gestione: l´uscita dai mercati esteri per concentrarsi su un mercato interno saturo e a bassa crescita; l´incapacità di tagliare i costi; la scarsa capacità di generare ricavi dalla banda larga; e i continui cambi di strategia (vedi la scissione-fusione-scissione del fisso/mobile). A margine, operazioni in potenziale conflitto di interessi (come gli immobili di Telecom trasferiti a Pirelli RE); e una spy story che rivela, nella migliore delle ipotesi, un´assoluta mancanza di controllo sull´operatività.

        Nonostante sia Pirelli ad incassare un premio (quasi più di consolazione che di controllo) la Borsa festeggia Telecom con un +15%. Il messaggio è bruciante: qualsiasi gestione, straniera o meno, è meglio di quella attuale.

        L´uscita di Tronchetti è anche un simbolo della fragilità del modello italiano del capitalista-imprenditore-padrone: accentratore che soffoca lo sviluppo di una classe manageriale; più interessato a fare affari che a gestire un´azienda; grande capitalizzatore di relazioni e visibilità mediatica. Privilegia il controllo, spesso detenuto grazie a complesse strutture finanziarie e legali, anche a costo di rinunciare a espandersi se le dimensioni necessarie per competere nel mondo sono troppo grandi per mantenerlo. Non intendo sminuire l´importanza delle tante imprese familiari italiane che competono creando ricchezza e innovazione. Ma siamo 58 milioni: ci vogliono tante grandi imprese per assicurare una crescita del reddito. Eppure i casi di successo si contano sulle dita delle mani: Luxottica, Lottomatica, Italcementi, Fiat…. Le privatizzazioni dovevano servire anche a far fare il salto dimensionale al nostro capitalismo e promuovere il mercato dei capitali. L´uscita di Tronchetti dalla Telecom è indice di quanto l´obiettivo sia stato mancato.

        Ma se la gestione Telecom-Pirelli è stata così insoddisfacente così a lungo, la responsabilità è anche delle istituzioni finanziarie che in tutti questi anni hanno finanziato e sostenuto i progetti di Tronchetti. Le due maggiori banche italiane sono state socie di Pirelli in Olimpia fin dall´inizio (e sono appena uscite). Mediobanca, Generali, Intesa, Capitalia partecipano al sindacato di controllo di Pirelli, condividendone le scelte di gestione; e hanno finanziato Tronchetti per impedire che il peso delle sue holding in Pirelli si diluisse. È dunque grottesco che oggi si invochi l´intervento delle banche italiane per far uscire Telecom da quella cattiva gestione che hanno contribuito a sostenere e perpetuare. Se avessero ritenuto di poter gestire con maggior profitto Telecom, bastava che comprassero sul mercato il 14% (hanno già il 6%) quando il titolo languiva a 2,14 euro, spazzando via il controllo di Pirelli, sostituendo il management, rilanciando l´azienda, e facendo un affare d´oro. Ma evidentemente non credevano ci fossero affari da fare. Intervenire oggi sarebbe solo un favore politico per togliere dall´imbarazzo il governo.

        Il paragone con la Fiat non regge: in quel caso le banche erano creditrici di un gruppo a rischio di dissesto e hanno dovuto convertire il debito in azioni per salvare l´azienda (come in Parmalat). Telecom genera 3 miliardi di utili netti; il suo è un problema di crescita deludente. E Pirelli ha attività nette per quasi 5 miliardi.

        Tronchetti è giustamente criticato perché vuole incassare un premio di controllo per Telecom, pur detenendo una frazione del capitale. Queste critiche però vengono da chi ha sempre giustificato, lodato e utilizzato patti, sistemi duali, intrecci azionari, holding e strumenti derivati come mezzo per assicurare "stabilità" alla gestione. Ma una volta che i diritti degli azionisti sono segmentati, chi può decidere se l´esercizio del controllo è utile o dannoso?

        Tra le forze di governo, l´affare Telecom ha fatto scattare la difesa dell´italianità: la "rete" Telecom deve rimanere italiana perché strategica. Lo slogan ha facile presa, ma non spiega concretamente quale sia il problema: la differenza non è tra italiano ed estero, ma tra pubblico e privato. Nessun privato rinuncerebbe a investimenti redditizi in una rete che ha comprato a caro prezzo. Se il governo ritiene che la banda larga sia un bene pubblico, e in quanto tale non in grado di remunerare il capitale, dovrebbe nazionalizzare la rete, utilizzando il debito pubblico per pagarla. Se il problema è garantire l´accesso alla rete, spetta all´Antitrust stabilire regole che qualsiasi azionista, italiano o straniero, è tenuto a rispettare (come nel citato caso Bt). E se infine il problema è la localizzazione di ricerca e innovazione, bisognerebbe rammentare che la rete italiana è già oggi costruita su tecnologie straniere: ironicamente, l´unica componente italiana erano i cavi, che Pirelli li ha ceduti a un fondo americano.

        Anche il sindacato difende l´italianità, perché pensa che in questo modo sia più facile tutelare l´occupazione. Se i costi di un´azienda sono eccessivi però, lo sono a prescindere dalla nazionalità del capitale. E ostacolando una ristrutturazione si ottiene solo rendere più incerto il futuro dell´azienda: Alitalia docet.

        Dieci anni fa, liberalizzazioni, privatizzazioni e, con l´euro, l´integrazione dei mercati dei capitali erano il cardine del programma e il fiore all´occhiello del governo Prodi. Era chiaro che il risultato di quelle politiche avrebbe annullato, nel tempo, la capacità della classe politica di influenzare la gestione delle imprese e (attraverso le banche) dei flussi finanziari. Viene il sospetto che il governo Prodi di allora fosse poco consapevole di quello che stava facendo. Perché oggi, questa prospettiva è diventata inaccettabile. Ecco la ragione dell´affannosa ricerca di azionisti italiani, a portata di telefono, che surroghino lo Stato nel controllo delle imprese: banche, fondazioni, Cassa Ddpp, imprenditori "amici", enti locali, cooperative. Telecom è solo l´ultimo caso.

        Nello psicodramma, una rappresentazione scenica aiuta il paziente a stabilire un approccio più armonico e meno sofferto alle esigenze della realtà. Se il caso Pirelli-Telecom riuscisse a ottenere questo risultato con il capitalismo italiano, a Tronchetti bisognerebbe intitolare piazze e monumenti.