“Telecom” Guido Rossi torna sul luogo del «delitto»

18/09/2006
    domenica 17 settembre 2006

    Pagina 1 e 2 – Economia/Oggi

    La storia

      Guido Rossi torna sul luogo del �delitto�

      A VOLTE RITORNANO Nel 1997 Rossi guid� la privatizzazione Telecom, poi si oppose all’Opa dell’Olivetti. Ora prende il posto di Tronchetti Provera. Perch�? Per salvare la Pirelli, per scorporare la rete e Tim o perch� le inchieste della magistratura sulle intercettazioni stanno preparando novit� importanti?

        Rinaldo Gianola

          In questo Paese non cambia mai nulla. Dopo dieci anni ci ritroviamo Guido Rossi al vertice di Telecom Italia e gli facciamo tanti auguri, ma ci sembra di assistere a un vecchio film, con una trama noiosa e attori un po’ consumati. Nel ’97 Rossi, che le agiografie dei giornali inquadrano nella categoria �santo subito�, venne chiamato dal governo di Romano Prodi, sempre in pista, per privatizzare Telecom, splendida azienda, cresciuta nel monopolio del dopoguerra fino a diventare la quinta compagnia al mondo.

          Rossi torna per la terza volta sul �luogo del delitto� e speriamo abbia maggior fortuna, non perch� nutriamo un particolare interesse per le sorti del professor Rossi e delle sue molteplici responsabilit� – solo la perfetta conoscenza delle patologie del conflitto di interessi lo ha tenuto al riparo da questa epidemia tipicamente berlusconiana – ma perch� abbiamo molto interesse per il futuro di Telecom.

          Telecom non era un’azienda da salvare. Telecom era un gioiello che in un’ottica riformatrice, di mercato, andava collocata al pubblico, agli imprenditori privati affinch� la sviluppassero o almeno ne conservassero il prestigio. L’Unione Europea premeva per la privatizzazione e la liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni, il centrosinista voleva dare prova di modernit� e di apertura. Cos� in pochi mesi venne avviata la rivoluzione. Allontanati gli ultimi boiardi, compreso il granatiere Ernesto Pascale che qualcuno potrebbe ricordare con nostalgia: non incassava gli stipendi e lo stock option di certi industriali e manager e di telecomunicazioni ci capiva, Rossi si mise al lavoro.

          Ce lo ricordiamo bene: si present� una mattina nella saletta della Borsa di Palazzo Mezzanotte, in piazza degli Affari, accompagnato dall’amministratore delegato Tomaso Tommasi di Vignano (poi vittima innocente dello scandalo inventato di Telekom Serbia) e dal giovane banchiere Gerardo Braggiotti, uno dei ragazzi di Enrico Cuccia cui era stata affidata la regia del collocamento (Braggiotti � sempre sulla breccia, ma dopo aver lasciato Mediobanca la sua stella non brilla come un tempo: ora fa i piani, e che piani, per Tronchetti Provera). Rossi inizi� con una domanda: �Alzi la mano chi di voi avrebbe mai pensato che saremmo riusciti a privatizzare Telecom in cos� poco tempo?� In quel momento, mentre Rossi parlava, il pasticcio era gi� stato combinato. Per accompagnare la Telecom privatizzata sul mercato il governo aveva offerto ai maggiori gruppi imprenditoriali, bancari, assicurativi del Paese di partecipare al �nocciolo duro� o noyau dur, alla francese, come preferisce il professor Rossi: cio� un gruppetto selezionato di soci che avrebbe dovuto garantire il controllo di Telecom. Fu una gran fatica mettere insieme gli Agnelli, le Generali, l’Imi, l’Ina, il Credito Italiano, il Monte Paschi, il San Paolo e pochi altri, tutti riottosi a entrare in settore straordinario come le telecomunicazioni. La privatizzazione fu un mezzo fallimento e il �nocciolo duro� un disastro. Forse Prodi, che � il politico italiano che ha privatizzato di pi�, dovrebbe fare un bilancio delle vendite di Stato, tenuto conto che in Francia e Germania ci sono ancora interi settori in mano pubblica, nessuno si scandalizza e quelle economie vanno come treni.

          � da qui che bisogna partire se si vuole davvero capire cosa � successo in dieci anni a Telecom Italia e perch� i suoi azionisti privati, dal �nocciolino duro� alla cordata padana, dall’Olivetti di Colaninno al tandem Pirelli-Benetton, non sono riusciti a combinare progetti in sintonia con le enormi potenzialit� dell’impresa ex statale e hanno avuto, pur nella diversit� dei soggetti, un denominatore comune: la mancanza di capitali.

          L’unico a riconoscere senza tante giustificazioni la fatica e il pasticcio della privatizzazione di Telecom fu Massimo D’Alema: �Abbiamo offerto un gioiello pubblico e non sono stati capaci di comprarlo – disse – � stato un evento sconcertante, si � dovuti andare a chiedere per piacere che qualcuno si comprasse lo 0,6%. Spaventa che in questo Paese non ci sia qualcuno che abbia la voglia o il coraggio di affrontare questo tipo di sfide�.

          D’Alema, proprio per queste parole, fin� nel mirino dei salotti finanziari italiani che, anche oggi, non gli perdonano il suo peccato originale: aver consentito la scalata di Colaninno alla Telecom, un evento che suscita i sudori freddi tra i signori dei patti di sindacato. Anche Rossi, che aveva mollato velocemente la Telecom privatizzata non senza polemiche, si trov� sul fronte opposto a D’Alema e al centrosinistra al momento del suo secondo passaggio in Telecom, anche questo poco fortunato.

          Lo chiam� Franco Bernab� che, assunta la responsabilit� del gruppo, si trov� quasi subito a fronteggiare l’offerta pubblica di acquisto lanciata dall’Olivetti, mentre il �nocciolino duro� si scioglieva come neve al sole. Rossi fu durissimo col governo D’Alema accusato di appoggiare Colaninno. Lo scontro divenne incandescente soprattutto quando, in una memorabile assemblea degli azionisti di Telecom, convocata a Torino da Bernab� per bloccare l’operazione, il Tesoro e la Banca d’Italia non si presentarono. L’assemblea fall� e il professore si scaten�: �Siamo in democrazia, non siamo qui a prendere schiaffi. Il governo si � castrato della possibilit� di avere diritto di voto: � un fatto grave, gravissimo�. Per Rossi fu una brutta giornata che port� dritto dritto alla vittoria dell’Olivetti.

          Passata anche la breve stagione di Colaninno, che fece una vera operazione di mercato ma con dei compagni di viaggio poco affidabili e alcuni davvero impresentabili, e avviata a sorpresa la fase di Tronchetti Provera, molto faticosa e impegnativa, oggi ritorna Rossi nel ruolo forse che preferisce, cio� quello di commissario straordinario. Una specie di Croce Rossa, come dice Bersani, chiamato nelle emergenze pi� gravi, come avvenne per il crac del gruppo Ferruzzi-Montedison.

          Che cosa far� Rossi alla guida di Telecom � tutto da verificare. Potrebbe realizzare la linea strategica di Tronchetti Provera come � stato subito detto, cio� scorpori di rete e Tim e magari vendite per non parlare del miraggio della Media company, e allora trover� probabilmente l’opposizione del sindacato che ha gi� dichiarato lo sciopero e magari anche del governo (a proposito: ma il consigliere Rovati continuer� a stare al suo posto, accanto a Prodi? Se s�, potrebbe almeno rivelarci il vero autore del piano inviato a Tronchetti Provera…).

          Potrebbe invece aprire un confronto pi� sereno col governo, nel rispetto dell’autonomia di ciascuno, contando anche sulla stima ritrovata con D’Alema. Potrebbe infine scegliere la sua strada preferita e sciogliere l’eventuale conflitto d’interessi tra la controllante Pirelli e la controllata Telecom e darebbe cos� un bel segnale ai mercati. Poi bisogna vedere se Rossi si occuper� solo di Telecom e allora i problemi sono di strategie, di scelte industriali, di alleanze, ma non c’� nulla di drammatico, niente di irreparabile. Se invece Rossi dovr� pensare anche alla Pirelli, magari ai Benetton e anche alle banche creditrici, un po’ preoccupate, allora l’impegno rischia di essere diverso e pi� gravoso.

          Ma, in attesa delle prime mosse del professore, ci sono un paio di questioni che non quadrano e che solo il tempo potr� risolvere. La prima: ma perch� Rossi, che gi� si occupa di molte cose, si � infilato un’altra volta in questa partita industriale, finanziaria, politica? Se escludiamo l’ipotesi della bulimia di poltrone, allora bisogna interrogarsi se � solo per dare una mano al grande gruppo e ai suoi azionisti oppure se c’� dell’altro. � possibile che le inchieste giudiziarie aperte sulle intercettazioni indebite effettuate da manager poco fedeli di Telecom Italia possano produrre importanti novit� nel breve periodo? Se fosse cos� allora i cambiamenti in casa Telecom andrebbero letti con un’altra lente e i problemi veri potrebbero essere altri da quelli che oggi appaiono a prima vista.

            La seconda questione riguarda le relazioni di potere di Tronchetti Provera. La caduta, perch� di caduta si tratta, di Tronchetti Provera dai vertici Telecom apre una fase di instabilit� nel salotto, oggi diviso, dei moralizzatori del Corriere della Sera dove non si possono escludere ripercussioni entro la fine dell’anno. Tronchetti riuscir� a mantenere saldo l’asse con Montezemolo, Della Valle, Geronzi oppure la bufera su Telecom e le incomprensioni col governo produrranno altre ferite e altre fratture?