“Teatr’Italia” Celentano, la commedia politica (G.E.Rusconi)

02/11/2005
    sabato 29 ottobre 2005

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      PALCOSCENICO ITALIA

        Celentano
        la commedia
        politica

          Gian Enrico Rusconi

            BERLUSCONI non è all’altezza del suo (celebrato) intuito politico, se non capisce che Celentano con la sua Rockpolitik potrebbe preparargli la strada per una possibile trionfale ripresa mediatica. Naturalmente se accetta la sfida. Se ha il fegato di scendere nell’arena televisiva, che è la nuova versione della sua storica «discesa in campo».

            Ma forse il politico si sente meno bravo del comico. Teme di non tenergli testa. Dovrebbe infatti recitare a ruota libera, senza copione garantito. Giocare davvero alla libertà di espressione. Nella trasmissione di Bruno Vespa va sul sicuro, con Celentano invece il rischio della «brutta figura» è grande. Anche se il comico in molti punti di sostanza gli è molto meno ostile di quanto non sembri.

            Ma il semplice sospetto che Berlusconi non si senta all’altezza della sfida, diventa deleterio per la sua immagine e fortuna politica – più delle critiche che gli sono rumorosamente rivolte. Se davvero Berlusconi è l’inventore della «democrazia mediatica» – come è stato affermato in decine di saggi su qualificate riviste politologiche italiane e straniere – non è una aspettativa o una richiesta stravagante che lui compaia a Rockpolitik.

            Certo: se Berlusconi accettasse il confronto e superasse la sfida, si leverebbe il coro serioso dei suoi critici di centro-sinistra che vi vedrebbero confermata la sua predilezione per la politica-spettacolo. Siamo in un circolo vizioso.

            Tutto questo ha a che fare con la democrazia? O ne è una patologia? L’edificante predicozzo di Benigni su Socrate (con un pudico cenno a Cristo) è la copertura di una chiassata goliardica? O è il ritorno dello spettacolo totale dell’antica commedia politica ateniese in versione televisiva?

            Affermare che si tratta di una commedia politica significa ammettere che i due termini non sono in contraddizione. Significa quindi smentire i commenti, fintamente rilassati, di molti politici e intellettuali (di destra e di sinistra) che assicurano che siamo davanti ad una innocua sana satira. Non si tratta affatto di satira innocua. Potrebbe infatti spostare voti da una parte all’altra – anche se è sempre difficile contare gli spostamenti elettorali sulla base della influenza dei mass-media. Ma soprattutto non è innocua perché incide in profondità sulla qualità della comunicazione politica, mediatica innanzitutto.

            Questa è la vera novità. Nella misura in cui si affermano spettacoli come quelli di Celentano, i classici talk-show sono finiti. Da tempo del resto appaiono logorati. Assisteremo quindi ad un’altra metamorfosi del linguaggio politico, anzi dell’intera rappresentazione politica, di cui devono tenere conto sia i politici professionisti sia gli studiosi di politica.

            Rimane l’obiezione più seria. La commedia politica è in grado di trasmettere – in modo spettacolarmente efficace – contenuti politici positivi, costruttivi, dotati di sostanza, i famosi «programmi»? Può diventare supporto ad una campagna elettorale? O per sua natura vive esclusivamente di una corrosiva irridente liberatoria distruttività?