“Tasse e crescita 3″ «A Londra una terza via»

06/04/2004

martedì 6 aprile 2004


Riforme e sviluppo
La questione fiscale
Tasse e crescita 3

L’INTERVISTA / Moritz Kraemer, economista di Standard & Poor’s:
il vero rischio è l’aumento del disavanzo pubblico
«A Londra una terza via per tenere basso
il prelievo e salvare il welfare»

L’economia britannica si muove a un ritmo tra il 2,6 e il 3,5%



      MILANO – «Il terzo mandato del Labour al governo si tradurrà inevitabilmente in un aumento delle tasse». Suona così l’atto d’accusa che la scorsa settimana il leader dei Tories, Michael Howard, ha lanciato contro Tony Blair e il «suo» cancelliere dello Scacchiere, Gordon Brown. «La nostra economia ha bisogno di prendere esempio da quella americana, dove il prelievo fiscale è al 28,9% – ha sottolineato Howard -. Invece, ci stiamo avvicinando all’Europa continentale, dove le tasse sono al 41%». E anche l’autorevole gruppo di economisti dell’Ernst & Young Item Club indica che senza un aumento del prelievo fiscale il bilancio britannico si ritroverà quest’anno con un buco di 4 miliardi di sterline. Rischia insomma di saltare anche l’attuale tax code a tre aliquote: 10% per redditi fino a 1.920 sterline, circa 2.900 euro, 22% per ulteriori 27.980 sterline, 42.400 euro, e 40% oltre le 29.900 sterline, 45.300 euro. Di certo, proprio le tasse sono destinate a diventare il tema dominante della prossima campagna elettorale inglese. Ma anche in questo, la Gran Bretagna conferma di seguire una sorta di «terza via» fra Europa e Usa, un ponte fra economia completamente deregolata e forti schemi di welfare state . Innanzitutto l’economia: se paragonata al ristagno dei Paesi euro-continentali, quella di Londra viaggia a velocità supersonica. Dopo una crescita del 2% nel 2003, il 2004 promette un Pil in aumento (per il tredicesimo anno consecutivo) fra il 2,6% e il 3,5%. La produzione viene stimata in rialzo del 2,5%. La disoccupazione è al 2,9%, il livello minimo dal 1973. E il governo ha avviato un ampio programma di spese pubbliche (che dal 41,1% saliranno al 42,6% del Pil nei prossimi tre anni) e di riorganizzazioni dell’apparato burocratico (con il taglio di 40 mila posti di lavoro) per liberare risorse per investimenti (soprattutto educazione e innovazione) e servizi sociali (a cominciare dalla sanità).
      Dove porta la ricetta di Gordon Brown?

      «Non c’è dubbio che l’aumento di spese abbia portato a un rapido deterioramento delle finanze pubbliche: dal surplus di bilancio siamo passati a un deficit pari al 3,2% del prodotto interno lordo – spiega l’economista Moritz Kraemer,
      director di Standard & Poor’s Sovereign Ratings -. Il governo ha già cominciato l’anno scorso ad elevare i contributi sociali e molti osservatori sono oggi concordi nel ritenere che servirà un aumento del prelievo fiscale per consentire al cancelliere dello Scacchiere di rispettare la "golden rule ", la "regola d’oro" in base alla quale il bilancio statale deve rimanere in sostanziale pareggio nell’arco complessivo del ciclo economico. Alcune imposte indirette, come quelle sugli alcolici, il tabacco, i carburanti, in Gran Bretagna sono già fra le più alte d’Europa. Le imposte dirette, però, restano più basse che nel continente».
      Gli inglesi sono disposti ad accettare aumenti di tasse?

      «Secondo i più recenti sondaggi d’opinione, direi di sì. Potrebbero accettare moderati aumenti della pressione fiscale in cambio di servizi pubblici migliori, soprattutto sanità, educazione e trasporti».

      La Gran Bretagna viene spesso indicata come un «modello»: un sistema di tutele sociali accettabile, che si coniuga con livelli d’indebitamento gestibili. E’ d’accordo?

      «Prendiamo come esempio il sistema pensionistico: qui la Gran Bretagna ha avviato una profonda riforma già molti anni fa. Oggi le pensioni statali assicurano giusto il minimo per vivere. Tutto il resto viene da schemi pensionistici legati ad accordi aziendali e al risparmio privato. Complessivamente raggiungono l’80% del Prodotto interno lordo. Molti programmi aziendali però dispongono oggi di risorse inadeguate».

      La copertura pensionistica è davvero molto più bassa rispetto ad altri Paesi europei ?

      «Non esattamente. Il governo britannico fornisce infatti una serie di altri benefit che non rientrano formalmente nel capitolo "pensioni" ma che contribuiscono ad elevare in modo consistente il reddito dei pensionati. In definitiva, sul fronte del welfare la differenza con l’Europa continentale è quasi insignificante. Perlomeno in termini di risorse stanziate. Il sistema inglese però appare molto più flessibile. Non ha le rigidità tipiche di altri schemi europei, come quelli a ripartizione, in base ai quali il reddito di chi lavora serve a mantenere chi è già in pensione».

      Vede solo lievi differenze fra Gran Bretagna ed Europa anche in tema di sanità pubblica?

      «Se è vero che il forte aumento della spesa per la sanità rischia di deteriorare seriamente il bilancio statale, altrettanto vero è che in Gran Bretagna le risorse destinate a questo settore sono ancora oggi molto inferiori, in rapporto con il prodotto interno lordo, rispetto a quelle degli altri maggiori Paesi europei. In definitiva, l’obiettivo del governo Blair appare proprio quello di colmare il gap che esiste nei confronti degli standard del resto d’Europa, di migliorare la qualità di un servizio che attualmente lascia molto a desiderare»
      .


      Giancarlo Radice


      Economia