“Tasse e crescita 2″ Il modello di Bush

06/04/2004

martedì 6 aprile 2004


Riforme e sviluppo
La questione fiscale
Tasse e crescita 2







NEGLI USA

Il modello di Bush:
imposte più leggere e

incentivi alla difesa

      «Affama la bestia» è il credo che i conservatori americani predicano, dagli anni Ottanta, quando si viene a parlare di tasse. E sul quale hanno eletto tre presidenti. La loro bestia è la spesa pubblica. O, meglio ancora, lo Stato, il Government: quel sistema di burocrazia (che ha molto spreco) e di Welfare State (che disincentiva il lavoro) che non smette mai di crescere e ha bisogno di razioni di cibo sempre maggiori; unico modo per contrastarla, affamarla. Detto con parole uscite spesso dai discorsi di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher: più soldi i politici hanno a disposizione, più ne spendono; l’unico modo per limitare le loro follie è non dargliene, pagare meno tasse. A questa impostazione George Bush non è venuto meno, pur in un mondo che, dopo l’11 settembre 2001, è a gambe all’aria. D’altra parte, suo padre, che era succeduto a Reagan su un programma di continuità, è passato alla storia anche per una straordinaria gaffe fiscale. «Leggete le mie labbra: nessuna tassa in più», aveva scandito davanti alle televisioni americane. Televisioni che mandarono in onda la frase a ciclo continuo quando il presidente si rimangiò la promessa, contribuendo alla sua mancata riconferma e alla vittoria di Bill Clinton. Clinton che, per parte sua, negli otto anni di presidenza fu neutro in materia fiscale: nel 1993 le tasse erano il 28,4% del Prodotto interno lordo (Pil) americano e nel 2000 erano il 28,9.
      Succede, insomma, che negli Stati Uniti è politicamente molto scorretto parlare di aumento delle tasse: si è creata una situazione esattamente contraria a quella dominante nell’Europa continentale, dove il politicamente corretto consiste nel tenere alto il peso dello Stato, sia come prelievo fiscale sia come erogazione di servizi. I numeri che spiegano la differenza sono questi: negli Stati Uniti, lo Stato si appropria di meno del 30% del Pil, in Europa questa percentuale è di circa il 45% in Francia, di poco sotto il 40% in Germania, attorno al 42% in Italia, fino al 46% del Belgio, al 47% della Finlandia, al 54% della Svezia (fonte Ocse). L’Atlantico, in altri termini, è veramente un grande mare anche in fatto di approccio alle tasse.
      Sull’altare di questa dottrina e determinatissimo a non fare passi falsi fino alle prossime elezioni di novembre, Bush ha impostato un amplissimo programma di tagli a ripetizione. Nonostante l’economia in recessione dopo la bolla di Internet e nonostante le spese eccezionali per la sicurezza nazionale dopo l’esplosione del terrorismo, l’Amministrazione di Washington ha ridotto una serie di imposte, comprese quelle sui dividendi, con l’obiettivo di far piacere agli americani e di spingere la ripresa (obiettivo quest’ultimo che molti danno per raggiunto, almeno fino all’autunno, quando poi si dovrà probabilmente curare l’America dagli effetti collaterali di una cura espansiva da cavallo).
      Paul Krugman, uno degli economisti americani più prestigiosi e critico feroce di Bush, calcola che il prelievo effettuato dallo Stato federale (singoli Stati esclusi, quindi) sia passato dal 20,9% del Pil nel 2000 al 15,7%: il livello più basso dal 1950. Il 45% di questa riduzione, dice Krugman, è proprio da imputare ai tagli fiscali del presidente (il resto sono le entrate minori per via della recessione e, aggiunge l’economista, un probabile aumento dell’evasione e del ricorso a paradisi fiscali).
      Bush il giovane, insomma, vive in una grande e pericolosa contraddizione: resta ligio alla dottrina del taglio delle tasse, cioè a una politica nettamente liberista, in un periodo in cui deve però anche fare il keynesiano, cioè spendere per la Difesa, la sicurezza interna e tutto l’apparato industrial-militare che segue. Il deficit dello Stato programmato a 521 miliardi per il 2004 (quasi il 5% del Pil) è insomma il risultato di un presidente che cambia cappello a seconda delle necessità: una volta non incassa, l’altra spende.
      Per alcuni – e tra questi ci si può mettere un peso massimo come il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan – la strategia è forse poco ortodossa ma può funzionare, in tempi straordinari come questi: poi si tornerà a tagliare le spese. Secondo altri – e tra questi moltissimi economisti – l’enorme deficit che si sta creando sta invece portando alla fine del miracolo degli anni Ottanta e Novanta, fondato su tasse basse, spese basse, conti in ordine. Ma di alzare le imposte non lo propone seriamente nemmeno John Kerry.

      Il peso del prelievo fiscale federale a carico dei cittadini americani. Il livello più basso dal 1950
Danilo Taino


Economia