“Tasse 3″ Vito Tanzi: tagliare le imposte fa bene

01/04/2004


1 Aprile 2004

OPINIONI A CONFRONTO SULLE PROPOSTE LANCIATE DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

TASSE: Conviene o no?



L’EX SOTTOSEGRETARIO AL TESORO: INCENTIVARE LE SPESE DEI MENO ABBIENTI
Vito Tanzi: tagliare le imposte fa bene
«Ma è meglio ridurre le aliquote per i redditi più bassi»

intervista
Maurizio Molinari
corrispondente da NEW YORK

    TAGLIARE le imposte fa bene all’economia ma a condizione che avvenga anche una proporzionata riduzione della spesa pubblica». Questo il giudizio di Vito Tanzi, ex sottosegretario al Tesoro ed oggi consulente a Washington della Banca interamericana per lo sviluppo, sull’ipotesi di una riduzione delle aliquote fiscali nel nostro Paese.
    Perché è a favore della riduzione del livello delle imposte?
    «Perché a mio avviso sono molto alte, sommano a circa il 42 per cento del prodotto interno lordo. Si tratta di una quota considerevole in confronto a quelle di Paesi che iniziano a dare problemi di competitività all’Italia come nel caso della Cina, dell’India, del Brasile, del Messico ed anche degli Stati Uniti dove il livello di imposte è al 28 per cento. Il Giappone invece è al 27. E’ vero che la soglia del 42 per cento del pil è superata da alcuni membri dell’Unione Europea ma si tratta di nazioni che usano la spesa pubblica in maniera assai più efficente di noi, sostenendo ad esempio le attività di ricerca e la preparazione dei lavoratori».
    La riduzione delle imposte può avere a suo avviso un impatto positivo sull’economia?
    «Il punto di vista secondo il quale qualsiasi tipo di imposta fa sempre male all’economia è a mio avviso estremo, tuttavia è vero che le imposte quando sono alte scoraggiano le attività economiche. Le prove non mancano, a cominciare da quanto avvenne a me: quando ero professore all’Università ed andai al Fondo monetario internazionale le imposte marginali negli Stati Uniti erano del 70 per cento, del mio stipendio accademico non mi restava che il 30 per cento e decisi che non valeva più la pena di insegnare».
    Come giudica la proposta di portare l’aliquota sui redditi più alti dal 45 al 33 per cento?
    «Una tassa marginale del 45 per cento è a mio avviso abbastanza alta. Molti Paesi si stanno avviando verso una media del 35 per cento. Mirare al 33 è positivo, ma ci sono due elementi che bisogna tener presente. Primo: si tratta di un provvedimento che è destinato a favorire le famiglie più ricche. Secondo: l’abbassamento di cui si discute può costare moltissimo».
    Da dove nasce questa preoccupazione?
    «Dal fatto che se non si ridurrà allo stesso tempo anche la spesa pubblica il rischio è quello di andare incontro ad un aumento del disavanzo pubblico».
    E’ preferibile tagliare le aliquote più alte o quelle intermedie?
    «Per spingere l’economia in avanti con una ricetta di tipo keynesiano classico l’abbassamento dell’imposta marginale non è la strada buona. Si tratta infatti di un provvedimento che garantisce l’efficienza dell’economia nel lungo termine perché le imposte marginali sono quelle che causano più distorsione nelle attività umane».
    Quale è allora la strada preferibile da seguire per favorire un aumento della domanda nel breve e medio periodo?
    «Bisogna abbassare la prima aliquota, adesso del 23 per cento, fino al 20 o addirittura anche a meno. E’ questa l’aliquota che ha l’effetto più immediato sulla domanda, sull’aumento della spesa. Sono infatti le famiglie con reddito più basso che possono essere incentivate a spendere di più nel breve periodo, sostenendo l’andamento dell’economia. Abbassando l’aliquota marginale dal 45 al 33 sarebbero pochi gli italiani a trarne beneficio, credo meno del cinque per cento. Si tratta di persone che già spendono ciò che vogliono spendere. Per incentivare a breve l’economia nazionale bisogna tagliare di più a chi guadagna di meno».
    Quali sono i rischi legati all’adozione dei provvedimenti sulla riduzione del peso fiscale?
    «L’abbassamento delle tasse avviene in base al principio che il ruolo dello Stato nell’economia deve essere il più ridotto possibile, con il governo che arriva solo lì dove il mercato non può, come ad esempio nel settore della ricerca. Ma abbassare solo le tasse senza fare altrettanto nei confronti della spesa pubblica significa che la differenza – che adesso è circa del 2,5 per cento – crescerà abbastanza in un prossimo futuro. Poichè in Italia abbiamo ancora un debito pubblico non indifferente, l’aumento del disavanzo potrebbe avere un immediato impatto sui tassi di interesse che il governo deve pagare per sostenere il debito pubblico. Se il governo riuscisse a ridurre la spesa pubblica allo stesso passo delle imposte condividerei con entusiasmo ciò che vuole fare. Ciò che bisogna evitare è un aumento del disavanzo pubblico».