“Tasse 2″ Conti pubblici già troppo precari (F.Bruni)

01/04/2004

1 Aprile 2004

OPINIONI A CONFRONTO SULLE PROPOSTE LANCIATE DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
TASSE: Conviene o no?

RISTRUTTURARE LE IMPRESE

CONTI PUBBLICI GIA’ ORA TROPPO PRECARI

    di Franco Bruni

    E’ ONESTO che il capo del governo ricordi con insistenza di aver promesso di tagliar le tasse. Far patti chiari con gli elettori e cercar di mantenerli è un buon ingrediente della politica. Ma non basta a rendere i patti stessi giusti e realizzabili. Berlusconi può spiegare agevolmente che le condizioni economiche, nazionali ed internazionali, in cui si trova sono diverse da quelle che si attendeva quando fece le sue, forse un po’ incaute, promesse. Quel che deve risultargli più difficile ammettere è che il suo governo non ha realizzato quella sorta di «rivoluzione liberale» che alcuni fra i suoi elettori si attendevano, fatta di radicali liberalizzazioni e privatizzazioni, con la quale, comunque la si giudichi, proprio un forte ridimensionamento delle entrate e delle spese pubbliche avrebbe avuto una sua speciale coerenza.
    Le imposte sono una «selva selvaggia» che può essere rimodulata e riformata in vari modi, per renderla meno distorsiva e più efficiente.

    Il governo ha impostato alcune azioni con questa finalità. Quel che sarebbe più urgente è la riduzione delle tasse e dei contributi che, in varia forma, colpiscono l’occupazione di lavoro, facendone crescere il costo e diminuire l’impiego. Per finanziare tale riduzione si potrebbe persino studiare forme di tassazione patrimoniale.
    Ma un conto è riformare le imposte, un conto è diminuirle «per lasciar più reddito da spendere nelle tasche dei cittadini». L’effetto espansivo sarebbe trascurabile in uno scenario dominato dall’incertezza politica ed economica, con un sistema previdenziale controverso e sempre meno credibile. E’ un clima in cui i consumatori non spenderebbero volentieri qualche risparmio di oneri fiscali. E’ comunque escluso che una riduzione di aliquote si autofinanzi nel breve periodo generando maggior reddito imponibile. La situazione della finanza pubblica italiana è già precaria perché è alto il nostro debito (il che rischia di escluderci anche dagli ammorbidimenti del Patto di stabilità che si stanno considerando) e perché le «una tantum» e i condoni di cui il governo ha abusato rischiano, nei prossimi esercizi, di aggiungere l’eccesso di deficit a quello del debito. Infine, la crisi internazionale della nostra competitività fa sì che prima di non esser spesi i nostri redditi non vengono neanche prodotti. In altri termini, abbiamo problemi di offerta che dominano quelli di domanda.
    Il rilancio dell’economia italiana, così come quello di una parte notevole dell’economia europea, richiede profonde ristrutturazioni produttive politicamente e socialmente costose. Occorre chiudere imprese e aprirne altre, rivoluzionare situazioni di privilegio di intere categorie e professioni, spostare lavoratori, impiegare immigrati, licenziare, riqualificare, riassumere, modificare le retribuzioni relative di settori e regioni. Come ha osservato Roberto Perotti nel suo limpido contributo su «Lavoce» è allora urgente cercar risorse per proteggere efficacemente i più deboli durante la difficile fase di transizione che ciò comporta. E questa è solo una delle ragioni per cui un taglio delle imposte non può esser facilmente compensato da riduzioni della spesa pubblica. Anche la spesa infatti, più che venir ridotta, dev’essere riorganizzata, perché risponda meglio a quell’aumento della domanda di beni e servizi pubblici che ho avuto occasione di sottolineare su queste colonne il 30 marzo.