“Tasse 1″ Una manovra che non sarebbe credibile (M.Deaglio)

01/04/2004



1 Aprile 2004

OPINIONI A CONFRONTO SULLE PROPOSTE LANCIATE DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
TASSE: Conviene o no?
    Una situazione economica difficile, con un’«economia in trappola», come ieri hanno riconosciuto anche fonti del Tesoro. E non si intravede una via d’uscita a tempi brevi, perché la ripresa internazionale è ancora lontana e perché in Italia manca la fiducia. A rompere questa cappa di piombo ci ha provato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che dal Forum della Confcommercio di Cernobbio, domenica, ha lanciato due proposte-choc: gli italiani devono lavorare di più, accorpando i «ponti», e si deve ridurre al 33 per cento l’aliquota massima del 46 per cento. Un vigoroso taglio alle tasse che secondo il premier avrebbe la conseguenza di una terapia d’urto sulla nostra economia con un rilancio dei consumi.
    Dopo la polemica estemporanea ed un po’ elettorale sulle ferie, il dibattito all’interno del governo e tra Polo e Ulivo si è spostato sul taglio delle imposte: quando? E quanto? Qualcuno ha già fatto i conti, costerebbe alle casse pubbliche intorno ai 20 miliardi di euro, più di una normale Finanziaria, mentre altri parlano di 30 miliardi. Soprattutto, ieri il confronto nella maggioranza si è spostato su un altro aspetto: dove tagliare. Ai redditi più alti, come pare indicare la proposta di Berlusconi? Oppure a quelli più bassi, come indica senza reticenze il vicepremier Fini, che condiziona la presenza di An nel governo a questa priorità. Il dibattito è aperto, in questa pagina ospitiamo diversi pareri sulle terapie per rianimare l’economia del Bel Paese.


RICONQUISTARE FIDUCIA

UNA MANOVRA CHE NON SAREBBE CREDIBILE
di Mario Deaglio

    PROPORRE oggi una riduzione delle imposte significa fare i conti senza due osti, la Commissione europea di Bruxelles e i mercati finanziari. Ci vorrebbero infatti, nel migliore dei casi, alcuni trimestri perché lo stimolo derivante da questa riduzione si traducesse in una ripresa economica; durante questo periodo il deficit pubblico peggiorerebbe in maniera piuttosto sensibile, esponendo l’Italia alla possibilità di sanzioni a livello europeo. Prima ancora delle sanzioni (che potrebbero essere addolcite o condonate, come è successo a Francia e Germania), scatterebbe però il giudizio negativo dei mercati finanziari. Essendo quasi doppio, rispetto al prodotto lordo, di quello francese o tedesco, il debito pubblico italiano potrebbe facilmente essere «declassato» dalle agenzie internazionali di rating; il declassamento si tradurrebbe in più elevati interessi pagati dal Tesoro per i nuovi prestiti e quindi in un ulteriore e non voluto peggioramento dei conti pubblici.
    Facciamo uno sforzo di immaginazione, supponiamo che tutto ciò non si verifichi e che, per effetto della riduzione fiscale, nuove risorse finanziarie arrivino davvero nelle tasche del consumatore. Ebbene, il consumatore non si comporta come il cane di Pavlov: non agisce in base a riflessi condizionati e quindi non è sufficiente mettere nel suo piatto un po’ di soldi perché obbedientemente li spenda. Perché un taglio fiscale si traduca in un’espansione dei consumi, è necessario che il cittadino lo ritenga permanente e credibile; in caso contrario, i comportamenti di spesa non vengono modificati in maniera significativa.
    Il carattere estemporaneo dell’annuncio del presidente del Consiglio, insieme con le evidenti e marcate differenze di opinione all’interno del governo, non contribuiscono certo ad aumentare questa credibilità ed è quindi molto probabile che la parte maggiore del bonus fiscale venga lasciata sul conto in banca oppure usata per estinguere debiti, come è recentemente successo negli Stati Uniti. I sostanziosi tagli alle imposte, operati dall’amministrazione Bush, non hanno rilanciato l’economia e sono soltanto riusciti – a mala pena – a impedire che l’economia affondasse, contribuendo peraltro, in maniera non indifferente, al dissesto delle finanze pubbliche americane.
    Facciamo uno sforzo ulteriore e immaginiamo che i consumatori superino le proprie paure, seguano alla lettera le raccomandazioni del presidente del Consiglio e si rechino immediatamente in negozi e supermercati: l’effetto di stimolo della loro spesa sull’economia italiana risulterebbe in ogni caso piuttosto basso in quanto una buona percentuale – difficile da stimare, ma probabilmente pari al 25-35 per cento – del valore dei beni in vendita proviene dall’estero. Su cento euro di questa nuova spesa degli italiani, quindi, soltanto 65-75 andrebbero a stimolare la produzione italiana.
    Se intende davvero stimolare l’economia e non dare ai cittadini una semplice «mancia» elettorale, il governo ha a disposizione un’altra strada, quella dell’aumento della spesa pubblica, sempre che riesca a rimanere entro i limiti prescritti dalle intese europee. Invece di affidare eventuali nuove risorse finanziarie a un consumatore esitante, potrebbe accelerare, tanto per fare un esempio, la spesa per infrastrutture (solo il 10-15 per cento di questa spesa è rappresentato da importazioni). Anche questa cura, però, richiede tempo; la morale di questa storia è che l’economia è troppo complicata perché si possa immaginare di risolverne i problemi attuali con un unico provvedimento, quasi un colpo di bacchetta magica.
    mario.deaglio@unito.it