Tarak, il «soccorso rosso» del Cavaliere

16/01/2006
    sabato 14 gennaio 2006

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      Tarak, il «soccorso rosso» del Cavaliere


        personaggio
        FRANCESCO MANACORDA

        MILANO
        Tarak, naturalmente. E chi se non lui, il polimorfo produttore-finanziere-mediatore-banchiere franco-tunisino e quando serve pure assai italiano, poteva risultare così prezioso con le sue rivelazioni a Silvio Berlusconi, tanto da portare il premier a varcare la soglia della Procura romana? «Ho confermato ai magistrati che sono a disposizione della giustizia per parlare con loro. Stiamo fissando la data e l’ora visto che sono all’estero», risponde adesso al telefonino Tarak Ben Ammar, cortesissimo come sempre ma abbottonato come non mai. Ma anche se «non confermo e non smentisco quello che ha detto Berlusconi», conferma in pieno quello che aveva dichiarato appena venti giorni fa in un’intervista a Repubblica, ossia che «Consorte ha contattato i soci francesi ma il cda di Generali è stato inflessibile: vendiamo al miglior offerente» e che «ho informato Berlusconi dell’eventualità che l’8% di Bnl finisse all’Unipol».

        Quella di Ben Ammar, del resto, è una presenza costante nella vita e nelle opere – spesso esaminate con interesse dalla magistratura – del Silvio Berlusconi politico e imprenditore. Tanto da concretizzare talvolta il sospetto di un vero e proprio «soccorso – absit iniuria verbis – rosso», del premier a cui lo legano un rapporto cominciato nell’83, una grande amicizia e molti affari in comune.

        C’è Tarak, ad esempio, nel processo All Iberian, che vede Berlusconi imputato di finanziamento illecito al Psi di Craxi, condannato in primo grado e poi assolto in appello perché il reato finisce in prescrizione. In quel processo Ben Ammar dichiara che i 20 e rotti miliardi di lire transitati per la società All Iberian in realtà sono diretti a lui come pagamento per una transazione, anche se all’epoca si dimostra meno sollecito di oggi nella collaborazione giudiziaria: invitato a comparire due volte come teste dai giudici milanesi non si presenta adducendo impegni di lavoro e chiedendo invece di essere ascoltato – come non accadrà mai – a Parigi. Ma anche nel campo degli affari Tarak è uomo preziosissimo per Silvio. C’è lui, con i suoi contatti intercontinentali e interculturali, a portare il finanziere saudita Al Waleed bin Talan di cui è il plenipotenziario nell’azionariato Mediaset quando nel 1995 il Cavaliere oberato dai debiti lancia il «progetto Wave» e fa sbarcare in Borsa la sua holding televisiva. E spunta Tarak anche accanto a quel Rupert Murdoch che prima di provare sulla sua pelle di squalo il morso del duopolio televisivo italiano aveva scelto l’alleanza con il Biscione per cercare di sfondare in Italia. Un rapporto così stretto, quello tra Ben Ammar e Berlusconi, che il produttore entra nel consiglio di Mediaset proprio nel 1995 per uscirne solo nel 2003, quando tra l’altro conquista una poltrona nel cda di Mediobanca. Ma la sua strada e quella del gruppo Fininvest continuano comunque a intrecciarsi anche in tempi recentissimi. A fine 2003, infatti, è proprio Ben Ammar a rilevare 776 frequenze analogiche in Italia che Murdoch era stato obbligato a vendere dall’Antitrust europeo dopo la fusione Stream-Tele+ da cui nasce Sky Italia. Poi, assieme ai francesi di Tf1 e ad Angelo Codignoni – altra vecchia conoscenza del cavaliere – lancia nel 2004 lancia il canale Sportitalia. Ma dopo circa due anni l’uomo per il quale la politica, gli affari e soprattutto la tv di casa nostra non dovrebbero avere segreti, si accorge della tragica realtà del duopolio Rai-Mediaset. Soluzione. Sportitalia passa sulla piattaforma digitale di Sky e le frequenze analogiche passano a una nuova società – a maggioranza Mediaset – che le userà per fare tv sui telefonini. Un «portage», che riconduce in casa del Biscione le frequenze che Murdoch era stato obbligato a cedere, osserva qualcuno. Ma Tarak replica convinto: «Vendo perché in Italia c’è il duopolio Rai-Mediaset e l’Auditel non rileva le piccole televisioni».

          Non è, del resto, che al nostro manchi la capacità dialettica. Anzi, per il produttore che vanta il nome anche sui titoli di coda di Guerre Stellari e su quelli – lui, musulmano dichiarato – della Passione di Cristo, cortesia e loquacità sono come abiti tagliati addosso. Un po’ per formazione familiare e culturale, visto che è nipote del primo ministro Habib Burghiba e suo padre era il primo ambasciatore a Roma di una Tunisia finalmente indpendente. Un po’ per una naturale esuberanza e un’innegabile simpatia che lo spinge inevitabilmente ad essere molto amato dal mondo giornalistico e un po’ meno da quello finanziario di rito ortodosso. Memorabili, ad esempio, alcune sue esternazioni all’uscita del consiglio di amministrazione Mediobanca, dove siede in rappresentanza dei soci francesi, che hanno contibuito a fare a brandelli molta della mitologia sui silenzi tombali di Piazzetta Cuccia e dei suoi soci. Ma, colore giornalistico a parte, dall’alta torre di Mediobanca lo sguardo può spaziare oggi ben più lontano di quanto si spingesse in Mediaset. Fino ad esempio a quelle Assicurazioni Generali – di cui proprio Mediobanca è il primo azionista – che Berlusconi ha evocato ancora l’altro giorno e che, scalate bancarie a parte rappresentano per molti, premier compreso, il vero frutto proibito della finanza italiana.