Tanti modelli di decentramento

05/02/2003




Mercoledí 05 Febbraio 2003
ITALIA-LAVORO
Tanti modelli di decentramento

Federalismo & lavoro - Le Regioni procedono in ordine sparso nei piani di riorganizzazione delle competenze


MILANO – Quante Italie del lavoro esistono? Due: Nord e Sud? O venti? Tante quante sono le Regioni. Una frammentazione, ereditata dalla storia per essere confermata dalle statistiche. E da qualche anno anche degli assetti normativi. Le politiche del lavoro e della formazione sono al centro di un complesso processo di riforma che ha progressivamente spostato l’asse delle competenze dall’amministrazione centrale, lo Stato, a quella locale, le Regioni o addirittura le Province. Si tratta di un processo, sotto molti aspetti ancora in evoluzione, che nei fatti ha innescato doppi o addirittura tripli tempi di reazione, con Regioni prontamente scattate in avanti e protagoniste di un modello di amministrazione pienamente efficiente, in cui le competenze con le Province sono ben ripartite e non vi sono rischi di sovrapposizione delle funzioni (come nel caso della Toscana). Altre Regioni, come la Campania, sono ai blocchi di partenza, alle prese ancora con il recepimento delle leggi regionali di riferimento. E così – in particolare per le politiche sulla formazione – in un contesto in cui allo Stato è rimasto il coordinamento dei rapporti con la Ue e la definizione degli standard minimi di qualità, le Regioni hanno scelto e applicato modelli differenti di decentramento. Le ragioni di questi approcci diversificati sono in parte legate a scelte politico-istituzionali diverse, in parte al fatto che molte amministrazioni scontano ancora ritardi e lentezze, sul piano dell’efficienza dell’amministrazione. Alcune Regioni ad esempio hanno optato, come la Toscana, per un modello «finale» o «completo», secondo la definizione di un monitoraggio effettuato dall’Isfol. È questo il caso dell’Emilia Romagna, delle Marche, della Liguria e del Piemonte. Certo, anche in un quadro di piena efficienza, non sono mancate le difficoltà dovute soprattutto alle accresciute esigenze tecniche-organizzative delle Province. C’è poi una fascia intermedia che ha scelto la strada del decentramento «incompleto», ovvero un trasferimento parziale di funzioni e compiti. È successo nel Lazio e in Lombardia. Decentramento a metà anche per il Veneto, dove gli assessorati regionali mantengono un ruolo determinante nel supportare e portare a compimento il trasferimento alle Province. Mentre la Basilicata e la Calabria pur avendo scelto questa strada, nei fatti devono completare la normativa di recepimento. In coda, quelle Regioni che hanno scelto un decentramento «assistito» o «accompagnato» (Puglia). Ma il federalismo non riguarda solo la formazione, l’altro pilatro è la riforma dei centri per l’impiego. Oggi, dopo una lunga e complicata fase di avvio, sembra avviarsi verso una piena attuazione, almeno per quanto riguarda i servizi fondamentali previsti dalla riforma (accoglienza, orientamento, incontro domanda-offerta, percorsi di inserimento, consulenza alle imprese, sostegno all’occupazione femminile). Resta, tuttavia, drammaticamente bassa la percentuale di lavoratori "collocati" dal servizio pubblico: circa il 4%. Altra criticità è quella delle risorse umane: in molte regioni il carico di lavoro degli addetti è ancora eccessivo se rapportato al bacino di utenti potenziali. Solo, infatti, in un terzo il rapporto addetti-utenti può essere considerato soddisfacente. In forte affanno, Campania, Calabria, Lazio, Sardegna e Lombardia. E se – secondo l’Isfol – negli ultimi dodici mesi «sono stati sicuramente notevoli i progressi», non mancano ancora gli squilibri «fra la qualità dei servizi disponibili nelle diverse aree del Paese». Tanto che se stando alla media nazionale lo stato di adeguamento complessivo dei centri, per quanto riguarda la realizzazione delle nuove funzioni, è pari a circa il 50%, questa percentuale sale al 70% in Toscana e al 60% in Umbria per scivolare al 10% nel caso della Sardegna. Nel complesso, dunque, nel Centro-Nord la riforma è pienamente operativa, mentre nel Mezzogiorno le difficoltà sono ancora notevoli con una crescita che resta inferiore rispetto a quella del resto del Paese. E intanto per i centri per l’impiego si delineano «due importanti sfide – spiega Lea Battistoni, dirigente del ministero del Welfare -: lo sviluppo di servizi personalizzati e l’integrazione con i servizi privati». Un traguardo vicino che si concretizzerà con l’approvazione della legge delega di riforma del lavoro.
SERENA UCCELLO