Tanti call center e pochi diritti

16/10/2003




 
   
16 Ottobre 2003
ECONOMIA




 

Tanti call center e pochi diritti
Aumentate del 1000% in 10 anni, le postazioni telefoniche sono ormai 72 mila, e vi lavorano oltre 180 mila operatori. Molti di loro, però, sono soltanto co.co.co. o interinali, resi ancor più precari dall’alto ricorso del settore all’«outsourcing». Oggi la giornata nazionale delle aziende, e lo sciopero dei ragazzi di Atesia-Sky

ANTONIO SCIOTTO

Un settore che cresce a ritmi esponenziali nonostante la crisi dell’economia: secondo l’associazione più rappresentativa, la Cmmc, negli ultimi 10 anni le postazioni di call center sarebbero aumentate del 1000% in Italia, passando dalle 700 del ’93 alle 72 mila di quest’anno. Gli operatori che si alternano al microfono – ogni singola postazione, secondo i turni, è utilizzata in genere da più addetti – avrebbero raggiunto la cifra di 180 mila, la maggior parte dei quali (il 65%) sono donne, e con una media di 28 anni di età. A fronte di questo enorme sviluppo, il problema dei diritti: non tutti i lavoratori godono infatti di contratti coperti dai contributi, molto diffuso è l’uso dei co.co.co. o delle partite Iva. Mentre dei 65 mila nuovi ingressi del 2002, ben il 25% ha lavorato con contratti interinali, ovvero «in affitto» per un periodo limitato di tempo. Nella Cmmc sono associati big come Vodafone, Telecom Italia, Tim, Dhl, Poste Italiane, banche e società di assicurazioni: alcuni gruppi fanno uso di call center in-house (interni), altri usano quelli in outsourcing (in appalto). Rispetto al totale delle postazioni, il 71% (pari a 50 mila) sono in-house, il restante 29% in outsourcing (22 mila, pari a 54 mila operatori). A fronte di una mole così ricca e dettagliata di dati, la Cmmc non fornisce però cifre precise sull’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale. Possiamo solo sapere che dei 54 mila operatori in outsourcing, un quarto sono co.co.co., dunque circa 13.500: vengono utilizzati per periodi di breve durata, soprattutto per servizi stagionali (ad esempio nel turismo) e per campagne di marketing o specifiche manifestazioni. E gli altri? Sono più fortunati? Hanno i contributi? Forse maggiori risposte potranno venire dalle due giornate nazionali dedicate al settore: la prima si svolge oggi all’interno dei diversi call center, la seconda il 30 ottobre, nel corso di un convegno a Roma, dove è invitata anche la Cgil. Continuando comunque a scorrere la ricerca diffusa dal Cmmc, si trovano altri numeri interessanti: nel mondo i call center sono quasi 200 mila, con oltre 10 milioni di persone impiegate. Nel nostro paese ci sono in tutto 1800 call center, con una media di 40 postazioni ciascuno (vanno da oltre 1000 postazioni, come quelli di Vodafone o delle Poste Italiane, a meno di 50). Il fatturato totale del 2002 è stato di oltre 3,15 miliardi di euro, mentre il mercato dei call center in outsourcing viene stimato in circa 660 milioni di euro. Outsourcing che è in generale più diffuso nel centro e nel sud – probabilmente più conveniente perché il costo del lavoro è più basso – rispetto al nord Italia.

E proprio dal fronte del lavoro, l’iniziativa di oggi di Cgil, Cisl e Uil che hanno organizzato un’assemblea di tutti i lavoratori del call center Atesia, uno dei più «selvaggi» in quanto a mancato rispetto dei diritti minimi. Circa 7 mila addetti, tutti co.co.co. e senza un minimo fisso, impiegati a cottimo nel call center romano di proprietà di Telecom: in particolare sono sotto accusa le campagne Telecom 187, Tim 119 e Sky. Per quanto riguarda Telecom 187, Nidil Cgil, Alai Cisl e Cpo Uil lamentano «l’aumento delle incombenze, senza un adeguato ritorno economico; il numero delle postazioni abilitate, spesso inferiore a quello dei collaboratori contrattualizzati; trasferimenti punitivi verso altre campagne». La campagna Tim 119 vede invece «una diminuzione dei compensi, l’interruzione improvvisa delle consuete attività e la deviazione verso impieghi diversi». Per Sky si parla di «una diminuzione dei compensi del 30%, incentivi e bonus inadeguati e tecnicamente irraggiungibili, aumento delle incombenze e responsabilità senza un adeguato ritorno economico». Non se la passano meglio gli operatori che lavorano nei servizi per le Ferrovie o sulle indagini di mercato: «sono malpagati, difficilmente superano i 5 euro al giorno, e sottoposti a una forte pressione in quanto addetti a campagne minori», con personale insufficiente. L’assemblea è fissata per oggi, a partire dalle 13, davanti alla sede di Atesia (via Lamaro 1, Cinecittà): i ragazzi che si occupano di Sky, la tv satellitare di Murdoch, aggiungeranno uno sciopero di 4 ore, dalle 12 alle 16.