«Tagliare i ponti festivi? Un costo di 10 miliardi»

30/03/2004





martedì 30 marzo 2004

I conti della Federalberghi.
«Tagliare i ponti festivi?
Un costo di 10 miliardi»
Gli esperti: il tempo libero è utile per la società, va preservato
      ROMA – A fare i conti è la Federalberghi. Tagliare i ponti festivi, sette in tutto dalla Befana all’8 dicembre, costerebbe al turismo italiano 10,65 miliardi di euro. Anche lasciando al suo posto l’intoccabile Ferragosto, sparirebbero 6,25 miliardi di euro, quasi l’8% del settore, lo 0,55% del Pil. Una batosta. Per questo Bernabò Bocca, presidente dell’associazione, dice che le «dichiarazioni del presidente del Consiglio si scontrano purtroppo con la realtà di un Paese turistico come il nostro». Un Paese dove il ponte non è solo un’istituzione ma anche una macchina che produce denaro: soltanto le vacanze del 25 aprile, sempre secondo Federalberghi, muovono 3 miliardi di euro, 2 quelle del primo maggio. La bella stagione aiuta e infatti in autunno le cose vanno meno bene: il ponte dell’Immacolata vale 300 milioni di euro, quello di Ognissanti 200. Come dire, se proprio bisogna tagliare… Anche in Federturismo, l’associazione del settore targata Confindustria, la pensano così: «Il vero problema – spiega il presidente Costanzo Jannotti Pecci – non è produrre di più ma aumentare le presenza e spalmare questo aumento su un maggior numero di settimane di vacanze rispetto all’attuale concentrazione estiva. E’ una questione che va affrontata con le famiglie, oltre che con il personale della scuola e del pubblico impiego». Non diminuire le ferie, insomma, ma diversificarle.
      Lascia invece una porta aperta la Fiavet, la federazione delle agenzie di viaggio. Dice il presidente, Antonio Tozzi: «Il nocumento derivante dalla soppressione di un certo numero di festività potrebbe essere bilanciato dall’aumento del potere d’acquisto delle famiglie, con provvedimenti finalizzati a questo scopo che però devono avere effetti immediati, non a lunga scadenza».
      Ma se il no del mondo del turismo all’ipotesi avanzata da Silvio Berlusconi è quasi scontato, cosa ne pensa chi invece può avere una visione generale del problema? Lo abbiamo chiesto ad un economista e ad un sociologo del lavoro.
      Il primo è Massimo Lo Cicero, professore di Economia della comunicazione all’Università di Tor Vergata: «Sono d’accordo con Berlusconi se le sue parole valgono come un’esortazione morale, una battuta che può servire da trauma emotivo perché gli italiani si diano da fare di più. Il vero problema, però, non è la quantità di ore lavorate ma la qualità e soprattutto l’organizzazione che quando manca fa perdere tempo e soldi». E se invece le dichiarazioni del premier venissero prese alla lettera? «Viviamo in un momento in cui il problema è la scarsità della domanda. Aumentare la produttività senza distinguere tra settori che tirano e settori che non tirano significherebbe solo far crescere le scorte invendute». Scettica anche Giuditta Alessandrini, professoressa di Pedagogia del lavoro all’Università di Roma III: «E’ un ragionamento che si basa su una visione meccanicistica storicamente superata. Non ci sono più i padroni del vapore, non c’è più Charlie Chaplin incollato alla catena di montaggio. A produrre ricchezza non sono tanto le ore passate alla macchina o al computer ma la bontà delle idee e dell’organizzazione. Senza contare che il tempo libero, per l’uomo moderno, è un valore importantissimo. Il tempo libero dal lavoro è diventato il tempo necessario per realizzarsi, per dare un senso al proprio esistere. Chi ci rinuncerebbe?».
Lorenzo Salvia


Economia