Tag Archives: DIRETTIVI

Care/i compagne/I

Svolgiamo una riunione del CD impegnativa per i temi che ci coinvolgono contrattualmente e per la situazione politica determinata dal post referendum.

Il voto del 4 dicembre avrebbe bisogno di una analisi molto più approfondita rispetto a quella che siamo in grado di svolgere oggi.

Rispetto a un inequivocabile risultato che ha visto esprimere il NO alle modifiche della riforma Boschi-Renzi con una percentuale del 60% contro il 40% dei SI, è utile guardare almeno tre elementi emersi dalle urne: la diversità del voto tra il centro-nord e il sud del paese, le diversità anagrafiche del voto dove, l’orientamento al NO, è stato prevalente tra i giovani; l’alta affluenza alle urne con oltre il 65% di persone che hanno deciso di esercitare il proprio diritto di voto e la libertà di scelta.

I vari commentatori nel paese e la stampa internazionale si sono dedicati a spiegare il risultato del voto, la crisi di governo che si è aperta in seguito ed ora l’elezione del nuovo governo.

C’è un dato che mi sembra di poter dire evidente nella sua semplicità: il voto ha intercettato tanti segnali che il paese ha voluto lanciare nuovamente alla politica. Il voto ha raccolto il malessere diffuso, i tanti problemi cui si sono date solo soluzioni enunciate, i grandi problemi del lavoro e della condizione di reddito delle persone, una gestione personalizzata e leaderistica del potere che continua ad affascinare ma per un tempo sempre più limitato perché, se non supportata da fatti concreti, provoca una reazione di intolleranza nelle persone.

Ma il voto ha avuto ad oggetto la riforma della Carta Costituzionale e, pur condizionato da una campagna elettorale che ha assunto dei connotati fuorvianti rispetto al merito, il risultato è stato il NO ad un intervento sulla Costituzione come definiti nella riforma Boschi-Renzi .

Dopo l’esito del referendum, i mercati, lo Spread e gli altri indicatori non hanno avuto crisi di nervi. Le conseguenze però erano inevitabili, a partire dalle dimissioni del Premier e l’apertura della crisi di governo, sanata in tempi giustamente rapidi con l’incarico al Ministro Gentiloni. Non spendo considerazioni sulla composizione del Governo- che ha comunque ricevuto la fiducia alle camere – ma credo sia utile capire se la politica, a partire dalle forze che in maniera sempre più fluida rappresentano la sinistra, saranno in grado di tradurre il cambiamento richiesto da questo voto elettorale in un cambio di passo a partire dalle decisioni sul lavoro.

In questo quadro non sfugge la questione della riforma della legge elettorale e l’obiettivo delle nuove elezioni ma per sintesi resto aderente al tema centrale del lavoro che, anche questa mattina, crea dibattito come riportato sulla stampa.

Se l’11 gennaio la Corte Costituzionale ammetterà i tre quesiti referendari che abbiamo proposto contro il Jobs Act come ha dichiarato oggi Susanna Camusso “non si può fuggire …prima o poi bisognerà votarli”.

Vedere la politica ed i partiti ragionare del legittimo e naturale ritorno alle urne in chiave antireferendum sul Jobs Act (collocare la data del voto per riuscire ad evitare e comunque spostare i tre referendum) credo sia, purtroppo, la dimostrazione che non si vogliono guardare i veri problemi del paese e non si è compreso molto dal voto del 4 dicembre.

Questa attenzione sarebbe ancora più necessaria perché i dati sulle disuguaglianze che segnano il paese e i dati Istat sull’occupazione mostrano in tutta la loro evidenza che permane un’emergenza che si chiama lavoro e che richiede una rilettura, almeno critica delle scelte e degli indirizzi fino ad oggi seguiti.

Per questo abbiamo la necessità di mantenere centrale e di far vivere quotidianamente la nostra proposta organica sul lavoro composta dai tre quesiti referendari e dal Nuovo Statuto delle Lavoratrici e Lavoratori.

Con ancora maggiore forza ci prepariamo a gestire, in una fase di transizione nella politica, una campagna elettorale per i referendum e per sostenere l’apertura della discussione sul Nuovo Statuto che sarà impegnativa sotto il profilo organizzativo ma ancora più impegnativa per far tornare il tema del lavoro centrale nel dibattito del paese, per ricercare alleanze e per sfidare la politica.

Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro

Federalberghi-Confindustria

Il nostro impegno contrattuale ha visto nel mese di Novembre la chiusura del CCNL Turismo con Confindustria dopo quarantadue mesi dalla scadenza.

La consultazione che possiamo ormai considerare in via di definizione ci sta consegnando un dato di condivisione pressoché unanime all’accordo raggiunto.

Contemporaneamente dobbiamo continuare a rilevare la ridotta platea dei consultati rispetto alla forza lavoro con una polarizzazione della nostra presenza sindacale solo in alcune città e in alcuni siti. Un dato per molti aspetti simile a quello che era già emerso nella consultazione dell’ipotesi di Accordo per il Contratto Federalberghi Faita nel 2014.

Aver prodotto il risultato con Confindustria, oltre al merito del contratto che abbiamo già valutato positivamente, ha consentito di inserire un ulteriore argine alla difficoltà dei rinnovi contrattuali.

Contestualmente sappiamo che i Contratti convivono in un quadro di interdipendenza nel settore. In tal senso il punto di approdo del Contratto Confindustria è da un lato un punto di riferimento per il Contratti ancora da raggiungere (Confesercenti) ma ha comportato l’attivazione della clausola di riallineamento prevista nel CCNL stipulato nel 2014 con Federalberghi.

Mi soffermo solo su quest’ultimo aspetto, non avendo ancora elementi sufficienti a determinare quando si concretizzerà la disponibilità che è stata fornita nelle scorse settimane da Confesercenti a definire il proprio Contratto.

La clausola di riallineamento prevista nel CCNL Federalberghi è stata per lungo tempo una clausola che possiamo definire silente. In tal senso la sua portata è stata ignorata durante i rinnovi, favorita da una stagione contrattuale che nel corso degli anni non ha mai visto il fenomeno del disallineamento tra i Contratti e le Associazioni imprenditoriali. in verità nell’ultimo rinnovo la delegazione Filcams ha provato ad intervenire per una modifica della clausola poiché gli indizi sulla disarticolazione tra le associazioni datoriali iniziavano a manifestarsi).

La richiesta di Federalberghi, unica Associazione che a oggi è andata a regime con gli aumenti retributivi del Contratto, è conseguenza di questo disallineamento, di questa spinta autonomista falsamente identitaria delle varie aggregazioni datoriali.

Credo che questa parcellizzazione del mondo della rappresentanza imprenditoriale che non può essere ricomposta dalla sola volontà e responsabilità delle organizzazioni sindacali e che, soprattutto, non può essere scaricata sulle organizzazioni sindacali diventerà uno dei temi di analisi.

La richiesta di Federalberghi non poteva essere ignorata poiché non è possibile ignorare l’esistenza pattizia della clausola di riallineamento e non è possibile ignorare il differenziale economico complessivo tra i due Contratti Nazionali (Federalberghi – Confindustria) pur a parità dei minimi contrattuali che abbiamo raggiunto.

Il punto per noi è, in una fase inedita e diversa che comunque si è aperta, quale senso ha agire sulla clausola di riallineamento?

Il senso è di non scaricare per intero sul futuro rinnovo contrattuale il peso del differenziale economico e del disallineamento nell’ambito di un sistema concorrenziale ed evitare così il rischio di avere già una trattativa di rinnovo ampiamente pregiudicata.

In questa ottica non ci siamo sottratti al confronto. La nostra posizione è quella di un allineamento che può produrre, solo in quota parte, una calmierazione immediata del differenziale. Questa proposta è stata considerata insufficiente da Federalberghi ma per noi le motivazioni a supporto sono oggettive: trasferire immediatamente su Federalberghi le condizioni di miglior favore – che sono in maniera evidente quelle economiche – significa annullare nei fatti il Contratto. Un intervento in tal senso, non trovando capienza sulla parte economica, se non prevedendo la restituzione di quanto già erogato (condizione ovviamente impraticabile e irricevibile), si trasferisce di conseguenza sui vari aspetti normativi (scatti e rol) peggiorando, seppur temporaneamente, proprio quegli istituti che avevamo salvaguardato durante la trattativa di rinnovo.

Per questo, seppur con difficoltà, abbiamo ritenuto di circoscrivere la risposta alla clausola del riallineamento introducendo solo i minimi retributivi di Confindustria ai nuovi assunti che arriveranno a 88 euro entro quindici mesi.

Altra ragione della “soluzione in due tempi” che abbiamo individuato nell’accordo è in risposta alla tenuta sindacale unitaria. Fisascat e Uiltucs, hanno espresso la possibilità di trovare un accordo che ricomprendesse le materie degli scatti e dei rol, ma hanno tenuto e fatta propria la posizione Filcams.

Componendo tutti questi aspetti abbiamo ritenuto possibile l’intesa del 14 novembre che è costituita anche da un secondo tempo da svolgersi a Gennaio.

Un appuntamento che rappresenta uno spazio ancora aperto che può dare incertezza ma che, in realtà, dovremmo sfruttare per continuare a parlare con i delegati/e le lavoratrici e i lavoratori per spiegare la fase, le sue implicazioni e le scelte che abbiamo fatto.

La nostra posizione, anche per l’oggettivo limite delle leve contrattuali da agire, ad oggi, si può concretizzare intorno a poche questioni (ultima tranche già erogata da Federalberghi da considerare come anticipo sui futuri aumenti). Per l’entità che questa ipotesi sviluppa, è realistico che sia considerata ancora insufficiente dalla controparte per soddisfare un recupero immediato, tangibile e spendibile verso le aziende.

Se non saremo in grado di costruire ipotesi alternative lungo questo percorso che ci separa dal prossimo incontro, riconfermeremo i nostri margini di manovra. Cosa questo potrà produrre lo possiamo già intravedere sia nei confronti di Fisascat e Uiltucs sia verso Federalberghi.

Infatti, Federalberghi potrebbe nuovamente rimarcare la minaccia di agire da sola la clausola. Il punto per noi è quello di comprendere se abbiamo le condizioni per cercare una soluzione condivisa e non se lasciare agire Federalberghi in maniera unilaterale interrogandoci se possono farlo e come possono farlo.

Su questo aspetto, non abbiamo dubbi nell’affermare che se l’Associazione decide di muoversi unilateralmente se ne assumerà la responsabilità e le conseguenze di tale scelta.

Terziario

Abbiamo bisogno di una lettura d’insieme per valutare gli sviluppi delle scorse settimane ma soprattutto per costruire un indirizzo di prospettiva.

In tal senso, la sospensione della tranche di Novembre nel Contratto Confcommercio è interconnessa con la vicenda contrattuale di Confesercenti, Federdistribuzione e infine Coop.

La decisione di sospendere la tranche è stata assunta con la rapidità necessaria richiesta dalla fase che si stava aprendo. Una decisione non semplice e in cui ci si è assunti una forte responsabilità; forse potremmo dire anche una responsabilità oltre misura ma funzionale a gestire le difficoltà e congiuntamente le possibilità che nuovamente ci sono state poste.

Affrontiamo subito la questione di metodo perché per la Filcams il metodo non è mai stato un’operazione di facciata, ma è parte integrante della nostra azione.

Quanto avvenuto non può essere vissuto e non rappresenta una modifica del DNA della nostra organizzazione che ha sempre ricercato e lavorato, a tutti i livelli, per costruire scelte e decisioni condivise ponendo il tema della partecipazione e della rappresentanza in ogni percorso fatto. Questo è stato e questa resta la linea di azione della Filcams e la parentesi che si è aperta, creando una frattura che va ricomposta, si colloca nella eccezionalità di una fase mai affrontata in precedenza e nelle ragioni di merito che a loro volta, non possono essere disgiunte per una valutazione complessiva.

Non avere avuto i tempi per svolgere riunioni, coinvolgere e far partecipare al contesto e alla scelta il corpo complessivo dell’organizzazione, le delegate e i delegati ha prodotto confusione e disorientamento.

Per questo è necessario fare chiarezza. Quando Confcommercio ha posto con forza il problema della sostenibilità del proprio contratto, in un settore dove nessun altro concorrente pagava gli stessi aumenti contrattuali, si è aperta una questione politica importante. L’elemento scatenante di questa presa di posizione è rappresentato dalla sottoscrizione del Contratto Confesercenti; contratto nel quale abbiamo garantito gli stessi minimi ma con uno sviluppo della massa salariale inferiore anche se non in misura significativa.

Confcommercio ha posto il primato del proprio contratto e del proprio ruolo come prima Organizzazione datoriale ad aver firmato un rinnovo messo in discussione da un contratto concorrente. Una situazione di tale rilevanza da portare l’Associazione a prendere in considerazione azioni politicamente forti a difesa quindi del Contratto e del sistema di relazioni sindacali costruito anche attraverso la sottoscrizione degli accordi interconfederali sulla rappresentanza e sul Nuovo Modello Contrattuale.

In questa discussione si è inserita Federdistribuzione con la volontà di riprendere un dialogo sul contratto dopo la rottura intervenuta nel mese di Aprile 2016 dove, come ricordiamo, il salario è stato tra le maggiori difficoltà del negoziato.

E’ utile evidenziare che la ripresa di un contatto con Federdistribuzione è riconducibile anche alle diverse azioni tra cui quelle vertenziali che abbiamo avviato dal mese di giugno. Azioni costruire con la consulta giuridica volte a sollevare il problema alle varie autorità e al Ministero del Lavoro facendo seguire comunicazioni di diffida all’Associazione e a tutte le aziende della GdO. Come abbiamo ampiamente discusso nel Cd del 22 settembre us, la nostra azione vertenziale era uno percorso obbligato e strumento utile di pressione per realizzare il contratto.

La sospensione della tranche – finalizzata a rispondere alla prima complicazione cioè le differenze tra i Contratti Confcommercio e Confesercenti –rispondeva anche alla possibilità di non ampliare ulteriormente il gap retributivo tra Confcommercio e Federdistribuzione.

Davanti allo svilupparsi di questi passaggi, ci siamo assunti la responsabilità di passare attraverso la cruna dell’ago per capire se dal problema posto nel rapporto tra Confcommercio e Confesercenti si poteva produrre una ricomposizione più ampia del quadro contrattuale sbloccando anche la trattativa di Federdistribuzione.

Le motivazioni che abbiamo tradotto nell’accordo integrativo al CCNL Confcommercio non potevano riportare questi incastri perché una manifesta dichiarazione in tal senso avrebbe ulteriormente esposto il contratto Confcommercio e posto in una posizione di maggiore forza la stessa Federdistribuzione nell’affrontare la discussione sui termini dell’eventuale Contratto.

Certamente la situazione economica riportata nell’accordo che vede un quadro peggiorato rispetto al momento della sottoscrizione del contratto Confcommercio non ha, per le Organizzazioni Sindacali, lo stesso peso e soprattutto, non è la condizione scatenante per le ragioni che ho richiamato sopra.

Non c’è dubbio che nel 2015 i dati dell’inflazione non erano confortanti ma in pochi credevano che si sarebbe andati verso la deflazione e che gli indicatori di crescita proiettati con ottimismo per gli anni 2015-2016 2017 sarebbero stati rivisti tutti a ribasso.

Per rileggere quel Contratto ma anche per comprendere in quale dinamica stiamo affrontando i rinnovi e le richieste economiche che sosteniamo, evidenziamo alcuni dati: nel periodo gennaio 2014-gennaio 2015 la previsione dell’inflazione era del 2,30 e quella reale è stata di -0,7%; la previsione per il periodo gennaio 2015 – gennaio 2016 era di un +1,5% e quella reale di solo +0,3% e gli andamenti nei successivi mesi dell’anno non sono migliorati.

In questo quadro il contratto Confcommercio continua a essere un contratto che non ha tenuto conto dell’inflazione altrimenti l’aumento economico sarebbe stato con importi ben inferiori agli 85 euro.

Il rinnovo Confcommercio è stato il frutto di un lavoro contrattuale intenso e di una scelta politica forte in una situazione di altrettanto forte attacco al contratto nazionale da parte della politica e dei detrattori di questo istituto a vantaggio della contrattazione aziendale.

La stessa matrice ha avuto, in qualche modo, anche il CCNL Confesercenti cioè un contratto sopra l’inflazione e frutto di una scelta politica considerata anche dall’Associazione non più rinviabile dopo una fase di contrapposizione.

Il realizzarsi di un quadro economico negativo rispetto alle previsioni, con gli indicatori del PIL, dei consumi, dell’inflazione che hanno continuato a mostrare tutta la debolezza del nostro paese, ha comportato, questo sì, una difficoltà, per chi ha sottoscritto per primo il contratto a reggere la competizione nel mercato. Una difficoltà sia rispetto a chi non ha sottoscritto contratti mantenendo quindi un vantaggio rispetto all’incidenza del costo del lavoro e degli oneri a esso collegati, sia rispetto a chi, pur rinnovando, ha un delta più leggero in termini di costi.

In tal senso, possiamo valutare la portata del problema degli andamenti economici che interessano il settore.

Non si tratta quindi di sminuire i fatti e le conseguenze del testo sottoscritto ma di analizzare tutti gli elementi che lo hanno prodotto e contestualmente, comprendendo il grado di confusione generato della comunicazione ufficiale anche per la sua parzialità, credo dobbiamo soffermarci sul merito della scelta fatta e del suo obiettivo.

Con altrettanta chiarezza, in questo direttivo, è necessario tornare alla questione di metodo che ho sopra richiamato perché il metodo è anche sostanza.

La sospensione della tranche di Confcommercio preoccupa indubbiamente per la gestione, per il precedente che costituisce perché è una scelta mai compiuta sino a oggi. Per la prima volta si produce un correttivo ad un Contratto Nazionale stipulato e validato.

Ma questa condizione non trova precedenti nella nostra storia contrattuale perché mai ci siamo trovati ad affrontare un disallineamento e sfaldamento tra le Organizzazioni datoriali di questa portata.

Avevamo prima due contratti gemelli (Confcommercio e Confesercenti) che hanno poi marcato le diversità; Federdistribuzione era in Confcommercio e si è invece costituita autonomamente; la Coop è sempre più presa nella sua metamorfosi di cambiamento.

E’ un caso, il nostro, che possiamo definire unico perché unica è la situazione in cui, per consegnare un contratto ai lavoratori del commercio e terziario, si devono chiudere in realtà quattro contratti le cui Associazioni imprenditoriali hanno smesso di comunicare tra loro.

Situazione identica nel turismo dove consegnare un risultato significa chiudere oggi ben cinque contenitori contrattuali se vogliamo ricomprendere anche tutti i segmenti che prima convivevano nell’unico contenitore di Confcommercio (ANGEM e FIPE).

Un’analisi che abbiamo già fatto, quella rispetto alla “atipicità” della situazione, perché alcune anticipazioni le avevamo colte al momento della presentazione delle piattaforme rivendicative e quando abbiamo poi consegnato, all’assemblea dei delegati riunita a Roma, l’ipotesi di accordo del Contratto Confcommercio.

Il problema del dumping tra settori e quindi tra i lavoratori ha declinato la nostra piattaforma tanto da indicare che la piattaforma unica e unitaria veniva fatta: “nella convinzione che le norme fondamentali del rapporto di lavoro devono restare OMOGENEE al fine della concorrenza leale tra soggetti imprenditoriali diversi e della concorrenza ed equità nella determinazione delle condizioni contrattuali di lavoratori e lavoratrici che prestano attività in ambiti distributivi tra loro assimilabili”.

Condizione che non è stata resa praticabile dalle stesse controparti datoriali che si sono immediatamente smarcate con le rispettive richieste e dove, per sbloccare le trattative, abbiamo spinto per costruire il primo risultato con Confcommercio nel tentativo di provocare l’effetto trascinamento; condizione che, a differenza delle tornate precedenti, non si è realizzata.

La consapevolezza di questa involuzione nella contrattazione l’abbiamo trasmessa anche presentando l’ipotesi di rinnovo del Contratto Confcommercio quando, oltre alla valutazione sul risultato raggiunto, abbiamo detto alla platea di delegate e delegati che il loro contratto, per le instabilità che viveva il settore, rischiava di diventare più debole se non si completava l’intero ciclo contrattuale.

In virtù di questo avevamo chiesto alle lavoratrici e ai lavoratori di Confcommercio di continuare ad essere solidali con quanto avveniva ancora negli altri tavoli negoziali.

Forse quella consapevolezza non siamo riusciti a farla filtrare e vivere fino in fondo tra le persone ma questo, eventualmente, non toglie che le difficoltà che provavamo a leggere hanno iniziato, a distanza di non molto tempo e nonostante tutte le azioni intraprese, ad assumere concretezza.

La situazione che stiamo provando ora a costruire è quella di un contratto con Federdistribuzione lavorando sugli aspetti che ci avevano reso impraticabile, ad Aprile di quest’anno, il raggiungimento di un’intesa.

Un lavoro circoscritto nei contenuti ma di grande portata. C’erano, insieme al salario, tre temi ostativi sul fronte normativo che riguardavano l’automatismo nelle deroghe contrattuali, il demansionamento con il Jobs Act, gli orari e le flessibilità.

Sul salario ci eravamo fermati a 1811 euro che Federdistribuzione proponeva al 31 dicembre 2018. La condizione che posso consegnare oggi è di una massa di circa 2361 euro di cui € 525 a titolo di una tantum scaglionato durante la vigenza e con una tranche fuori dalla vigenza. I minimi contrattuali restano confermati a 85 euro al IV livello che sarebbero raggiunti al 31-12-2018 utilizzando, per singola tranche, gli stessi importi che abbiamo utilizzato in Confcommercio ma con collocazioni diverse.

Ciò significa che la prima tranche di pagamento, in caso di raggiungimento dell’intesa, potrebbe essere retroattiva a novembre 2016 con un importo di 30 euro e si andrebbe ad aggiungere ai 15 euro pagati unilateralmente dalle aziende da maggio 2016 a titolo di anticipo sui futuri aumenti contrattuali. Una cifra, quest’ultima, che viene quindi assunta come cifra del contratto e sommata ai 30 euro producendo da novembre un allineamento ai minimi contrattuali di Confcommercio (45 euro di erogato). Un risultato che evidentemente si realizza per effetto della sospensione della tranche di Confcommercio.

Sulle deroghe possiamo dire, pur con un margine di cautela, che l’automatismo nelle mani dell’impresa viene meno. Della richiesta originaria di Federdistribuzione, resta una procedura, aggiuntiva agli attuali sistemi di derogabilità, che potrà essere attivata dall’azienda nel caso di risultati di EBIT negativo per due anni consecutivi. La procedura prevede un termine di trenta giorni ed è volta a ricercare interventi di tipo sospensivo o derogatorio a orari, prestazioni e relativi costi. Ma il punto dirimente è che al termine del confronto non c’è alcuna possibilità da parte dell’azienda di agire unilateralmente e automaticamente deroghe al Contratto.

Elemento importante è dato dal fatto che la procedura era diretta, secondo l’impostazione Federdistribuzione, alle RSA/RSU e solo in loro assenza alle OOSS. Questo punto può esser smarcato inserendo come titolari del Contratto e quindi della possibilità del confronto le OOSS congiuntamente alle RSA/RSU.

Questione mansioni e Jobs Act: come ricorderete dalla trattativa la richiesta, oltre a ragioni facilmente comprensibili, è stata motivata da Federdistribuzione anche in virtù della successione tra legge e contratto che produce l’effetto di una differenza applicativa della norma di legge con Confcommercio.

La proposta che abbiamo provato a costruire si può sintetizzare nel tentativo di contrattualizzare la norma del Jobs Act sulle mansioni andando in deroga al Jobs Act stesso.

La nuova eventuale formulazione dell’articolo sulle mansioni (art 101 del CCNL Confcommercio) interviene solo sul primo e settimo comma del Jobs Act e lascia fuori i commi dal secondo al sesto.

Per quanto riguarda il primo comma si può arrivare a stabilire che il cambio di mansione può avvenire rispettando il livello e la categoria di inquadramento o quella successivamente acquisita aggiungendo la specifica, come da precedente normativa, che non c’è alcuna diminuzione della retribuzione.

Il settimo comma del Jobs Act è quello che ha modificato i tempi per l’acquisizione della mansione del livello superiore cui il lavoratore è adibito portandolo a sei mesi continuativi rispetto ai tre mesi della precedente normativa.

Anche qui si può definire un correttivo importante inserendo una scalettatura progressiva che mantenga i tre mesi (che diventano comunque continuativi) per i livelli 6 e 5 aumentando le tempistiche fino ad arrivare a 6 mesi per l’acquisizione del 1 livello.

In questa progressione ovviamente sono esclusi gli automatismi già previsti dal contratto per il passaggio dal 5 al 4 livello.

La condizione di escludere – dal secondo al sesto comma del Jobs Act – significa ad esempio escludere l’utilizzo automatico della parte più pericolosa della norma riguardante la possibilità di demansionamento nel caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali.

Su questo particolare aspetto – pur rappresentando una novità – crediamo che l’operazione così costruita possa essere considerata sostenibile per le sue caratteristiche derogatorie in positivo.

Tema degli orari e flessibilità: una norma per noi molto controversa di cui abbiamo ampiamente discusso e su cui abbiamo trovato una mediazione nell’ambito del rinnovo del Contratto Confcommercio.

Abbiamo proposto un miglioramento della norma, in particolare concentrandoci sul punto più controverso relativo all’art 125, registrando una iniziale dichiarazione di disponibilità da parte di Federdistribuzione a discuterne. Disponibilità che però nei contatti degli ultimi giorni è venuta meno e il tema degli orari e della flessibilità è stato assunto come pregiudiziale da parte dell’Associazione. Questo costituisce indubbiamente un elemento di complicazione importante nella definizione del Contratto.

Un ulteriore elemento di complicazione è dato dal fatto che il tema orari/flessibilità continua ad essere sostenuto solo dalla Filcams. Fisascat e Uiltucs non osteggiano la discussione ma non la ritengono rilevante poiché si tratta di riaprire un punto dove era stata costruita una mediazione nel Contratto Confcommercio. Questa diversità di impostazione rende più difficile gestire un pezzo delle dinamiche della trattativa da soli e consegna alla controparte la percezione di un punto di debolezza.

Il tema orari/flessibilità è quindi uno dei problemi irrisolti su cui continuare a lavorare promuovendo una discussione anche con le altre OOSS.

Per le altre norme che dovrebbero andare a comporre il Contratto, trattandosi, di fatto, del nuovo contratto per la MDO, siamo alla perfetta similitudine con quanto stabilito nel rinnovo del 2015 con Confcommercio cui si aggiungono tutte le normative dal Contratto 2008.

Tra le questioni che possiamo dare come chiarite c’è anche lo stralcio del capitolo concernente i contratti a termine stagionali e l’aggiunta di un lavoro di commissione tra le parti per rivedere la classificazione e le mansioni dei dipendenti e renderle effettivamente aderenti alla sfera di applicazione del nuovo contatto.

Altro punto di criticità attiene il sistema bilaterale. Abbiamo in parte chiarito che For.te e Fonte restano Fondi di riferimento e quindi Federdistribuzione abbandona la velleità di uscire o costituire nuovi fondi. Diversa la situazione con gli Enti Bilaterali e il Fondo Sanitario. Abbiamo continuato a sostenere, congiuntamente alle altre Organizzazioni Sindacali, la necessità di evitare la costituzione di nuove strutture e promuovere ogni sforzo nella direzione di ricercare modalità di convivenza all’interno di EBINTER e di Fondo EST.

In tal senso siamo a conoscenza che le due Associazioni datoriali hanno anche effettuato degli incontri ma senza alcun risultato scaricando ognuna le responsabilità del mancato raggiungimento di un’intesa.

Federdistribuzione quindi conferma la costituzione di un Ente Bilaterale autonomo con caratteristiche ancora da definire in termini di prestazioni e organizzazione. Più complicata la posizione per la costituzione di un Fondo Sanitario di derivazione contrattuale poiché resta aperto il problema della scelta fatta dall’Associazione nel 2013/2014 che ha determinato l’uscita delle aziende da Fondo Est e la stipula di un contratto di assicurazione finalizzato a garantire le prestazioni nei confronti dei lavoratori.

In questa situazione diventa complicato trovare una soluzione “tecnica” per passare da un mero contratto di assicurazione a un Fondo che diventa patrimonio contrattuale. Posto per noi, nella ricerca di una soluzione ancora tutta da individuare, un presupposto imprescindibile che è quello di non volere alcun coinvolgimento nelle scelte unilaterali assunte dall’Associazione. Scelte che abbiamo ritenuto sbagliate e sulle quali non vogliamo entrare e avere alcuna forma di coinvolgimento.

Sulla scorta del contesto descritto e del quadro specifico su Federdistribuzione che vede, rispetto ad aprile, delle luci diverse e ancora delle opacità, il Comitato Direttivo è chiamato a fare una valutazione e consegnare un mandato alla segreteria nazionale per aprire e concludere la trattiva per il contratto.

Un mandato che porta con se l’interdipendenza con il contratto Confcommercio e poi Confesercenti poiché il posizionamento sul salario in Federdistribuzione produrrà delle conseguenze sul riposizionamento delle tranche di Confcommercio.

Questa sera, come abbiamo già comunicato a tutte le strutture, è confermato l’incontro con Confcommercio così come da impegni assunti in merito alla ricollocazione della tranche sospesa.

Prevedibilmente ci troveremo in una discussione complessa poiché i risultati descritti, soprattutto quelli economici e sulla bilateralità, sono già a conoscenza di Confcommercio. Sulla scorta di questo l’Associazione sarà sollecitata a porre un problema politico per le differenze che si determinano tra i due contratti, per la lesione del ruolo e della centralità del Contratto stipulato insieme, per la messa in discussione del valore del sistema di relazioni sindacali.

Valuteremo nella giornata di domani l’esito dell’incontro ma queste saranno, con tutta probabilità, le questioni da affrontare e che precedono il problema della ricollocazione della tranche.

Il mandato su cui il CD è chiamato a esprimersi non può inoltre essere disgiunto da un’analisi di prospettiva al fine di evitare un’elaborazione parcellizzata.

La categoria è in grado di affrontare le complicazioni connesse ai negoziati per raggiungere un risultato contrattuale ma non abbiamo mai affrontato prima una situazione, dove le soluzioni trovate per definire i contratti soffrono di instabilità. Una condizione in cui i contratti sono diventati molto interdipendenti non per nostra scelta.

Davanti a questo scenario, trovare e adottare delle soluzioni, attingendo alla nostra strumentazione negoziale, diventa più complicato. In questo senso la valutazione che dobbiamo fare oggi non può essere disgiunta anche da una analisi di prospettiva.

La domanda alla quale dobbiamo trovare le risposte è: cosa ci ha consegnato questa stagione non ancora conclusa, da portare a definizione e stabilizzare? Non possiamo non chiederci che cosa succederà ai prossimi contratti nazionali in virtù dell’esperienza dell’oggi.

La discussione che dobbiamo fare con le lavoratrici e i lavoratori, con i delegati e delegate, vede al centro una stagione contrattuale con caratteristiche precise di cui possiamo tracciare alcuni tratti: una forte impronta difensiva soprattutto sulle normative; la necessità di uniformità dei risultati che abbiamo provato a porre all’origine nelle nostre piattaforme e che stiamo invece affrontando a valle delle contrattazioni stesse; il ruolo di soggetto di rappresentanza sociale e contrattuale delle Associazioni datoriali.

Partendo da qui possiamo già dire che non possiamo ripresentare le piattaforme per i futuri rinnovi con le modalità utilizzate fino ad ora. Non c’è un’idea innovativa e predefinita ma abbiamo l’esigenza di provare a costruirla collettivamente, a svilupparla per essere in grado di porre soluzioni che neanche il nuovo modello contrattuale, scaturito dall’accordo interconfederale, è in grado di consegnarci rispetto al caso specifico del turismo e del terziario.

Una riflessione che va affrontata aprendo un confronto con le stesse associazioni datoriali perché, il problema del disallineamento tra le organizzazioni imprenditoriali non può essere risolto dalla volontà delle OOSS e soprattutto non può essere scaricato sui lavoratori e sulle OOSS.

In questa stagione, svolta in presenza delle norme e della cultura derivante dal Jobs Act, dobbiamo analizzare anche molto altro perché mentre sui contratti nazionali conclusi possiamo riconoscerci di aver mantenuto l’obiettivo di un risultato economico superiore all’inflazione dove agli incrementi economici abbiamo aggiunto, in alcuni casi, altre risposte non scontate, a partire dal welfare, abbiamo fatto fatica a praticare la parola d’ordine su cui abbiamo strutturato la nostra linea di azione cioè una contrattazione inclusiva del mondo del lavoro.

Se non facciamo insieme questa lettura e non la proiettiamo in avanti credo, sarà ancora più complicato uscire dalla fase attuale e spiegare alle lavoratrici e ai lavoratori le ragioni e le soluzioni da praticare e l’orizzonte che vogliamo provare a delineare.

Le tracce indicate non sono evidentemente esaustive di tutti gli aspetti e le problematicità della contrattazione ma possiamo considerare la discussione di oggi come una delle tappe del percorso da fare che si aggiunge al lavoro avviato nell’Assemblea Generale svolta a Torino a Ottobre.

In questa fase, ogni Organizzazione Sindacale sta completando le verifiche nei propri organismi. Se oggi decideremo per la prosecuzione del confronto finalizzato al contratto, abbiamo già posto il tema del percorso poiché abbiamo la necessità di uno spazio temporale per aprire ufficialmente la trattativa e per convocare le delegazioni trattanti.

Il risultato contrattuale dovrà essere portato agli attivi unitari che riteniamo necessario ricomprendano tutti i settori del terziario per poi avviare la consultazione e il voto per il contratto di Federdistribuzione e le assemblee in Confcommercio e Confesercenti.

In questo percorso un’attenzione particolare va rivolta al Contratto della Distribuzione Cooperativa. L’incontro del 13 u.s. non ha dato segnali diversi rispetto agli andamenti dei mesi scorsi. Il tema del salario resta appaltato a Federdistiribuzione e quindi il problema si concentra sulla parte normativa che per le Coop orbita ancora intorno al tema della malattia. Una materia che abbiamo confermato non disponibile per la definizione del rinnovo contrattuale.

Sappiamo inoltre che questa indisponibilità non appartiene alle altre Organizzazioni Sindacali che credono si possa aprire a un accordo sul tema malattia. Questa diversità di valutazione però non è utilizzata come elemento di rottura poiché possiamo registrare che si continuerà a mantenere un profilo unitario di gestione del negoziato.

Davanti alla definizione del CCNL Federdistribuzione che completa il quadro del terziario privato, la Coop rimarrebbe dunque isolata. E’ credibile pensare che la Distribuzione Cooperativa farà fatica nell’essere indicata come l’unica associazione che non rinnova il contratto e non eroga aumenti retributivi. Ma all’oggi il messaggio che ci viene trasmesso è di una cooperazione che vuole mantenere il punto, continuando a dire che anche nel caso di sottoscrizione di un contratto Federdistribuzione preferisce prepararsi ad una lunga stagione senza rinnovo.

Stiamo ragionando certamente di prese di posizione in un clima “attendista” ma se così fosse prenderemo le giuste contromisure consapevoli che la valutazione saremo in grado di farla compiutamente in virtù degli sviluppi che ci saranno nelle prossime settimane.