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la festa non si vende

Ancora nessuna risposta da parte del neo Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi di Maio alla richiesta di incontro avanzata da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs al fine di approfondire il tema delle liberalizzazioni degli orari e delle aperture nel commercio.

Da tempo impegnata nella battaglia per una regolamentazione del settore e per condizioni ed un’organizzazione del lavoro sostenibili per le centinaia di migliaia di dipendenti del commercio, la Filcams continua ad essere convinta che il decreto Salva Italia, introdotto dal Governo Monti che ha eliminato qualsiasi vincolo alle aperture di negozi e centri commerciali, debba essere modificato.

“La nostra richiesta di avvio di un confronto al Ministro di Maio è rimasta inascoltata e intanto ci si avvicina alla festività di Ferragosto, durante la quale molti lavoratori si ritroveranno a dover garantire la copertura di un ulteriore turno di lavoro”, afferma Maria Grazia Gabrielli segretaria generale della Filcams Cgil, la categoria che dal 2012 porta avanti La Festa Non si vende, una campagna contro la liberalizzazione indiscriminata degli orari e delle aperture commerciali.

I fautori del Decreto Salva Italia promettevano un rilancio dei consumi e l’aumento dell’occupazione, ma, dopo più di 6 anni, è ormai certo che questi obiettivi non sono stati raggiunti.

Anzi, al di là delle numerose procedure di licenziamento collettivo avviate e l’abbandono delle aree del Mezzogiorno da parte delle aziende della distribuzione, la poca occupazione creata si è attestata su contratti a termine e part time involontari, a cui si sono aggiunti lavoro somministrato, contratti a chiamata, stage, promoter e merchandiser oltre al ricorso sempre più frequente a esternalizzazioni, terziarizzazioni ed appalti, in un tentativo sempre più esasperato da parte delle imprese del settore di contenere il costo del lavoro.

Le condizioni di lavoro degli addetti del settore sono inevitabilmente peggiorate, con turni di lavoro ormai strutturalmente su 365 giorni all’anno e con la sperimentazione dell’orario h24; alle difficoltà nella conciliazione dei tempi vita e di lavoro si aggiunge peraltro un’indisponibilità sempre più diffusa da parte delle imprese a contrattare anche il riconoscimento economico per i turni di lavoro domenicali.

“Quello che chiediamo”, prosegue la segretaria, “è il rispetto dei valori civili e religiosi, prevedendo la chiusura delle attività commerciali nei giorni festivi; condizioni di lavoro sostenibili, riducendo le aperture e definendo, a livello locale, quante e quali domeniche e con quali orari aprire; la salvaguardia del territorio, riconsegnando alle istituzioni locali la responsabilità di stabilire i nuovi insediamenti commerciali.”