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Con l’iniziativa di oggi vorremmo dare voce a quella parte del mondo del lavoro che ancora convive con un sistema di relazioni sindacali fortemente caratterizzato dalla discrezionalità delle scelte, un sistema nel quale democrazia e partecipazione costituiscono non la regola, ma l’eccezione.

Per tanti cronisti questa parte del mondo del lavoro sembra non esistere, eppure, rappresenta la parte preponderante dell’occupazione, un mondo del lavoro sempre più ai margini delle tutele, caratterizzato da molta precarietà e tanta solitudine e anche là dove esprime settori dell’economia maggiormente strutturati o produttori di ricchezza, è un mondo del lavoro che vive oggi le conseguenze della più grave crisi che ha investito l’economia italiana dal dopoguerra, perdendo le antiche certezze o, come direbbe qualcuno, i consolidati privilegi.

Per queste ragioni, il messaggio che vogliamo fare uscire da questa iniziativa è forte e chiaro: questo è un mondo del lavoro che necessità di affrontare la crisi e di sviluppare la contrattazione dentro il contesto della crisi, potendo esercitare pienamente il nuovo sistema di regole che, nella storia delle relazioni sindacali nel nostro Paese, ha vissuto una svolta radicale con l’accordo raggiunto tra sindacati confederali e Confindustria lo scorso 31 maggio. Quell’accordo ha inaugurato una fase nuova nella vita sindacale del Paese e si può ben dire che se esso fosse già esistito ed esteso a tutti i settori produttivi negli anni più recenti, la storia contrattuale degli ultimi anni, per alcune delle categorie qui presenti, sarebbe stata scritta diversamente, a partire dalla prassi per lungo tempo seguita degli accordi separati, sempre contro o per isolare la Cgil.

Qui sta il primo contenuto del nostro messaggio, che vuole uscire con forza e chiarezza da questa iniziativa: quell’accordo, che le confederazioni hanno raggiunto con la Confindustria e che apre la strada ad una nuova concezione della democrazia sindacale nel nostro Paese è stata una grande vittoria della Cgil! Il coronamento di una battaglia condotta per decenni, contro chi si opponeva ad una concezione della democrazia sindacale che anteponeva la rappresentanza generale del lavoro ad una visione più chiusa e monopolistica.

Molti di noi erano giovani sindacalisti quando già la Cgil si batteva per affermare questa concezione della democrazia sindacale. E molti di noi sono cresciuti e maturati nel corso di questi anni quando la Cgil continuava a battersi per far si che i diritti e le libertà sindacali contenuti nella Costituzione Repubblicana ed introdotti, pur parzialmente, nella fondamentale legge del 1970, lo Statuto dei Lavoratori, potessero essere agite nell’universo mondo del lavoro.

Molti di noi (e di voi) hanno dovuto soffrire l’esercizio discrezionale di quei diritti, quindi, anche la loro limitazione o negazione, quando la legittimazione della rappresentanza non veniva dal rapporto diretto e dal consenso delle lavoratrici e dei lavoratori, ma dalle convenienze politiche dei vari contesti che si succedevano nel corso degli anni.

Quante volte abbiamo ripetuto che nel mondo sindacale era giunto il momento di decidere chi rappresenta chi? Quante volte abbiamo detto che gli accordi siglati dalle organizzazioni sindacali rappresentative avrebbero dovuto acquisire la loro validità con il voto delle lavoratrici e dei lavoratori e non solo degli iscritti? Quante volte abbiamo detto che la rappresentanza unitaria nei luoghi di lavoro (rsu) doveva costituirsi senza il condizionamento di quella riserva (il terzo garantito) che doveva assicurare la presenza “a prescindere” delle tre organizzazioni maggiormente rappresentative? La storia sindacale di molti di noi è segnata da questi passaggi, da queste battaglie, da queste sofferenze, anche perché le mancate soluzioni a questi problemi hanno nel tempo generato non poche distorsioni sia nell’esercizio della contrattazione, sia negli effetti della stessa contrattazione, basti pensare a tutto il pianeta della bilateralità, da lungo tempo condizionato nella sua gestione da un ruolo delle parti sociali del tutto astratto dall’effettiva rappresentanza.

Ebbene, l’accordo del 31 maggio 2013 con la Confindustria ed il suo regolamento attuativo definito col Testo Unico del 10 gennaio 2014, ribalta lo schema nel quale per decenni si sono sviluppate le relazioni sindacali ed afferma con chiarezza che da oggi in poi non potranno più esistere accordi separati, poiché, ogni intesa dovrà essere sottoposta al voto delle lavoratrici e dei lavoratori e quando diciamo che non potranno più esserci accordi separati non parliamo solo della prevalente propensione ad escludere la Cgil, quanto, di una scelta sempre in capo alla parte datoriale, perchè sappiamo che gli accordi separati sono la conseguenza di una scelta fatta sempre dai “padroni”, che individuano gli interlocutori di comodo per definire le soluzioni più congeniali agli interessi unilaterali delle imprese. E questa è la prima grande vittoria della Cgil, il voto dei lavoratori!!

Ma quell’accordo, finalmente, da una risposta all’annosa domanda chi rappresenta chi? perché per la prima volta estende al settore privato, per adesso di parte confindustriale, il criterio di determinazione della rappresentatività che già da anni abbiamo iniziato a sperimentare nel pubblico impiego. Con quell’accordo finalmente ci contiamo!! E non potrà più essere che ognuno pensi di essere determinante in base ad una rappresentatività presunta o discrezionale.

Quanti di noi e quante volte ci siamo detti, oppure, abbiamo sentito dire che quell’organizzazione o quell’altra ancora aveva condizionato l’esito di un negoziato, pur contando poco o nulla? In alcuni casi, addirittura, senza avere una rappresentanza effettiva nei luoghi di lavoro. Il sistema discrezionale delle relazioni sindacali nel settore privato ha origine proprio in questo vulnus, le distorsioni del monopolio della rappresentanza affondano le radici proprio nel fatto che non è mai stato chiaro a nome e per conto di chi ognuno parlava, contrattava e firmava!

Adesso tutto ciò non sarà più possibile, adesso ognuno dovrà scoprire le proprie carte e dovrà dire in cosa consiste la propria rappresentatività, incrociando i dati degli iscritti con quelli relativi alle elezioni delle rsu.

Del resto, la volontà di lasciarsi alle spalle la prassi e la cultura del monopolio della rappresentanza è fortemente segnata nei criteri di elezione delle rsu, dove viene abbandonata la riserva del terzo destinata alle confederazioni. Anche questo vincolo abbiamo fatto saltare ed è utile ricordare che questa è stata una rivendicazione che per tanti anni molti di noi qui presenti hanno avanzato, subendo questo criterio, figlio di una stagione unitaria passata e in origine ispirato alla scelta di non penalizzare alcuna delle tre organizzazioni, come una concessione non più corrispondente all’attualità della situazione presente nei luoghi di lavoro.

Questi tre caposaldi, che costituiscono il valore fondamentale dell’accordo, fanno di quell’intesa un grande successo della Cgil, la Confederazione che più di ogni altra si è battuta in tutti questi anni per affermare una concezione della democrazia sindacale fondata sul voto delle lavoratrici e dei lavoratori e sulla certezza della rappresentanza di ognuna delle parti sociali. Questo deve essere motivo di orgoglio di tutta la nostra organizzazione, perché premia l’impegno, la determinazione, la coerenza di tutte le nostre strutture, di tutti i nostri dirigenti e –soprattutto- di tutti i nostri quadri delegati, che per anni hanno svolto il loro ruolo nei luoghi di lavoro in condizioni spesso avverse, sfavorevoli, dovendo combattere la tendenza a isolare la Cgil, a creare divisioni tra i sindacati, per indebolirne le istanze di tutela e di difesa dei diritti.

Da questa iniziativa, dunque, il primo messaggio forte che deve uscire è quello di riaffermare quella che rappresenta la vera e prioritaria notizia, la vittoria della Cgil, dato che non compare con la dovuta forza, che si è cercato di offuscare dando piuttosto risalto alle divisioni che hanno seguito l’accordo sul regolamento attuativo del 10 gennaio u.s.. Crediamo sia nell’interesse di tutta la Cgil, di tutte le categorie, di tutte le strutture territoriali far si che questa verità torni a galla, torni ad essere la vera, importante notizia in grado di dominare la cronaca politica e sindacale.

Dobbiamo farlo anche perché le vicende che sono seguite all’accordo del 31 maggio 2013 dimostrano che chi ha subito quel nostro successo non si è mai rassegnato a vanificarne il risultato, provando ad insabbiarlo. Sono occorsi più di sette mesi per arrivare al regolamento attuativo, con l’accordo del 10 gennaio e tutto questo tempo non è trascorso per pigrizia delle parti sociali o per loro distrazione. Tutto questo tempo è trascorso perché dopo l’accordo del 31 maggio la Cgil ha dovuto continuare la sua battaglia, per evitare che tutti coloro che avevano subito quell’intesa, facessero uscire dalla finestra le conquiste importanti che noi avevamo fatto entrare dalla porta.

Ciò nonostante, dopo sette mesi di confronto complicato, siamo riusciti a definire un regolamento attuativo che rende esigibili le nuove norme contenute nell’accordo sulla rappresentanza e la rappresentatività. Naturalmente, come tutti gli accordi sofferti, quell’intesa contiene certamente mediazioni tra posizioni anche distanti. Nel lavorare alle necessarie mediazioni la Cgil ha cercato fin dal primo momento di salvaguardare il valore innovativo del nuovo sistema di regole democratiche e lo ha fatto innanzitutto investendo le categorie delle giuste titolarità nella definizione dei criteri e delle modalità attraverso le quali attuare le nuove norme sulle regole. La fonte dei criteri attuativi è il contratto nazionale di categoria e questa rappresenta una grande assunzione di responsabilità da parte delle categorie.

Aver definito con chiarezza che il Ccnl è la sede nella quale definire i criteri attuativi dell’accordo sulle regole esalta l’autonomia delle categorie e assegna carattere puramente transitorio all’arbitrato affidato alle confederazioni. Così come aver definito un impianto sanzionatorio che non scarichi sui lavoratori, ma sulle loro organizzazioni, le eventuali sanzioni e che preveda, grazie alla Cgil, sanzioni anche per le aziende non rispettose degli accordi sottoscritti, colloca questa criticità in un contesto in ogni caso innovativo, poiché è la prima volta che nel sistema di relazioni viene introdotta la sanzionabilità anche per le aziende.

Sono due esempi per dire che, senza negare le possibili criticità di un accordo così complesso, la Cgil si è mossa seguendo coerentemente un tracciato di rotta che non confondesse la gerarchia dei valori contenuti in tutta questa operazione. Al primo posto portare a casa la vittoria della Cgil sulla nuova democrazia sindacale, dopo decenni di tentativi andati a vuoti, incassare il risultato storico che potrà cambiare il volto alle relazioni sindacali. In secondo luogo, offrire alle strutture categoriali della Cgil gli strumenti per poter gestirne l’applicazione nel modo più coerente possibile ed al tempo stesso per intervenire attivamente anche su quelle che sono apparse come criticità dell’accordo stesso. Quindi, rendere titolari le categorie della costruzione effettiva delle nuove regole.

Per queste ragioni non possiamo accettare che venga ribaltata la verità e intendiamo ribadire che le difficoltà che pure abbiamo incontrato nel definire un regolamento attuativo non sono minimamente paragonabili all’importanza davvero storica di ciò che è contenuto nell’accordo sulle nuove regole. Quell’accordo rappresenta un vero esempio di riforma strutturale ed è importante che le parti sociali dimostrino ad una politica sempre più smarrita e confusa, per non dire attardata sulle riforme strutturali, che queste si possono fare. E noi dobbiamo difenderle, perché in esse è contenuto il patrimonio di lotte e di iniziativa che ci vede da anni impegnati in prima fila. La riforma delle relazioni sindacali e parte importante delle riforme democratiche di questo Paese. Quell’accordo è una iniezione di democrazia in un Paese dove sembra essere tornati alla politica dei caminetti, delle lavanderie, dei camper, anche se in versione moderna.

Ma difendere questa riforma è ancor più importante per il mondo del lavoro che qui è rappresentato. Abbiamo detto che questo è un mondo senza regole, dove la contrattazione si svolge nel pieno della discrezionalità tra le parti, in un contesto di reciproca legittimazione fondato sulle convenienze. Così sono nati i contratti separati, che si sono aggiunti a quelli subiti dalla Fiom.

Adesso è il nostro turno, adesso è il momento di estendere quelle regole a tutto il mondo del lavoro e in questo mondo lo è ancor più importante almeno per due ragioni: 1) qui la precarietà, la debolezza, la solitudine del lavoro, se non è la regola, non è neanche l’eccezione. Il ricorso diffuso alla flessibilità, i pesanti processi di destrutturazione che hanno investito settori che fino a ieri sembravano al riparo dalle crisi, basti guardare alla crisi in cui è precipitato l’intero terziario italiano, espongono le lavoratrici ed i lavoratori di questi settori a rischi di pesanti arretramenti delle tutele, per effetto di una contrattazione sempre più in balia delle spinte più retrive delle aziende. Lasciare la contrattazione in balia di queste spinte diventa ancor più deleterio se la stessa non può essere regolata da una nuova civiltà delle relazioni sindacali. In questi settori è già duro fare contrattazione per la pesantezza della crisi, farla, poi, senza regole è ancor più difficile e pericoloso. 2) definire nuove regole in questo mondo non è operazione di automatico, meccanico trasferimento di quanto fatto con Confindustria. Qui abbiamo mondi diversi da quelli tradizionalmente manifatturieri. In alcuni casi le affinità con il mondo confindustriale possono non apparire molto distanti; ma in altri siamo davvero in un altro mondo. Faccio l’esempio del terziario distributivo, anche perché è il tavolo sulla rappresentanza attualmente aperto, dopo quelli chiusi con Confindustria e centrali cooperative. Come si contano gli iscritti nel settore distributivo? Sono tutti iscritti per delega? E come si incrocia il dato con quello elettorale? In quante aziende del terziario esistono le rsu? Ma perché in edilizia è forse tanto diverso? E nel settore agricolo è tanto diverso?

Appalti, lavoro nero, illegalità, quand’anche penetrazione malavitosa, contratti a termine a go go, part-time dilagante, un campionario di condizioni che rendono il lavoro una dimensione non sempre afferrabile e sicuramente non facilmente rappresentabile con lo stereotipo del grande contenitore manifatturiero. Definire regole giuste e farle applicare in questi mondi non è altrettanto facile come nel mondo confindustriale.

Ma proprio per questa ragione vogliamo che questa iniziativa solleciti la coesione e l’impegno di tutta la confederazione, di tutta l’organizzazione, perché se ognuno si preoccupasse solo del proprio orticello noi non riusciremmo ad esportare qui la nuova civiltà delle relazioni sindacali di cui hanno bisogno queste lavoratrici e questi lavoratori. E siccome non possiamo esportare automaticamente quanto fatto con Confindustria, qui dobbiamo inventarci qualcosa, dobbiamo sperimentare forme inedite di partecipazione, qui non basta dire “votiamo gli accordi”, dobbiamo capire come rendere fruibile questo diritto dove è difficile raggiungere il posto di lavoro.

E sapete perché dobbiamo farlo? Perché le difficoltà a rendere praticabili queste regole rischiano di diventare un alibi per non fare nessuna regola e continuare a lasciare molti di questi settori in una condizione di assoluta discrezionalità delle relazioni.

Il secondo messaggio forte e chiaro, dunque, è questo: vogliamo anche per questi mondi una democrazia sindacale fondata sul voto e sulla certificazione, ma che sia una nuova democrazia fruibile, non facilmente vanificabile dalla mancanza di capacità innovativa da parte nostra.

Giunti a questo punto dobbiamo però dirci la verità. Completare la riforma della democrazia sindacale, una riforma che comprenda anche questi nostri mondi, è possibile se tutta la Cgil lavora per questo obiettivo, se facciamo di questa battaglia, quella della estensione delle regole a tutti i settori, una battaglia di tutta la Cgil. E la ragione è abbastanza chiara, perché è soprattutto la Cgil a volere questa democrazia, nessun altro sarebbe disponibile a sostenerla come noi l’abbiamo voluta sostenere.

Ed anche perché la Cgil non rinuncia ad arrivare alla legge dopo aver esteso gli accordi a tutti i settori, di modo che l’intervento legislativo tenga conto dei principi unificanti e lasci all’autonomia delle parti la regolamentazione e per sancire la piena esigibilità dell’esercizio di democrazia su accordi e contratti e di libertà sindacale nella rappresentanza.

Per questo non possiamo apparire come un esercito che deve guardarsi più dal fuoco amico che da quello nemico, o che non sa gioire delle importanti battaglie vinte, traendo da questi successi lo spirito e le energie per vincere la guerra, che non abbiamo ancora vinto. Non possiamo sentirci dire dalle altre organizzazioni che siamo gente strana, perché anche quando abbiamo stravinto non sappiamo fare altro che dilaniarci!

Allora, da questo attivo vogliamo dire forte e chiaro che qui dentro non c’è nessuno che vuol dilaniare qualcun’altro, siamo tutti dirigenti di una organizzazione che ha piena consapevolezza dell’importanza della vittoria che abbiamo ottenuto sulla democrazia; che ha piena consapevolezza che la partita non è ancora finita. Che essa dovrà essere giocata in campo avverso, come i settori che noi rappresentiamo. Ma siamo altrettanto consapevoli che su questa battaglia noi non potremo che esaltare il valore confederale e unitario della Cgil. Se c’è qualcuno fuori dalla Cgil che ci vuole divisi è perché ci vuole sconfitti. Ma chi ci vuole sconfitti è perché intende nuovamente negare che le ragioni del lavoro rappresentino il vero punto di riferimento nella ricostruzione del Paese, disastrato dalla crisi, per rompere il nesso tra lavoro e futuro, che la Cgil ha voluto rilanciare con il proprio congresso.

Noi difenderemo la Cgil per difendere quello che forse rappresenta oggi il vero punto di riferimento per il mondo del lavoro che vuole cambiare. E da questo attivo vogliamo dire forte e chiaro che la nostra battaglia per l’estensione delle regole a chi ancora non le ha è perché, se è vero che i mondi del lavoro sono tanti, tantissimi, il valore del lavoro, però, è uno solo. Ed è per questo che non esistono per la Cgil lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. La Cgil sarà impegnata, assieme a tutte le sue categorie, per portare la nuova democrazia e la nuova civiltà del lavoro in tutti i luoghi di lavoro, perché da qui potrà nascere la speranza di un vero cambiamento che il Paese attende da anni.