Svolta movimentista delle tute blu

12/09/2007
    mercoledì 12 settembre 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

    RETROSCENA

      Svolta movimentista delle tute blu
      La parola «scissione» non fa paura

        RESA DEI CONTI
        Dopo il referendum
        ci sarà un direttivo
        straordinario Cgil

          Sergio Rizzo

            ROMA — Lunedì pomeriggio, dopo che Gianni Rinaldini aveva presentato il documento con il quale chiedeva alla Cgil di votare contro il protocollo sul welfare, la frase è uscita dalla bocca di Guglielmo Epifani come spinta da una forza liberatoria: «La Fiom farà minoranza. O altro». Testuale. E non è stato tanto quel «farà minoranza », quanto la seconda parte, «o altro », a lasciare qualcuno esterrefatto. Perché in quelle due parole, «o altro», si può leggere di tutto. Persino la presa d’atto che il Quarto sindacato, come la Fiom viene definita ormai da tempo per sottolineare la sua «diversità» all’interno della Cgil, possa diventarlo anche formalmente. Nessuno ha mai osato pronunciare quella parola, «scissione», a cui probabilmente nessuno ha mai davvero pensato. Ma se non si arriverà fino a quel punto, lo strappo lascerà comunque segni indelebili.

            Nel sindacato i metalmeccanici sono sempre stati una cosa a parte. Fin dai tempi della mitica Flm, organizzazione potentissima che era in grado di condizionare le scelte dei sindacati confederali. Esaurita quella esperienza unitaria, la Fiom ne ha ereditato i tratti più radicali. Nei metalmeccanici della Cgil i riformisti (come l’attuale ministro del Lavoro Cesare Damiano) sono sempre stati in minoranza. E il nodo dei rapporti fra le due componenti, nel tempo, si è ingrossato. Finché non è venuto al pettine.

            Per quanto il predecessore di Epifani, Sergio Cofferati, si sia impegnato per venirne a capo, non c’è mai riuscito. E adesso la questione si è fatta davvero complicata, anche per quello che sta accadendo fuori dal sindacato. La nascita del Partito democratico, con la scissione dei Ds, ha favorito la formazione di un blocco di sinistra radicale che dalla scorsa estate sta sperimentando forme di coordinamento. Una iniezione di fiducia per i massimalisti della Fiom che si vedevano sempre più ridotti, appunto, a semplice «minoranza » del più grande sindacato italiano. E che con quel blocco hanno invece iniziato un dialogo sempre più stretto. Ricevendo e restituendo forza.

            È vero che lo scorso anno la Fiom aderì alla manifestazione d’autunno sul precariato da cui la Cgil si era dissociata e che invece alla manifestazione del prossimo 20 ottobre contro il protocollo sul welfare (indetta da Liberazione e dal Manifesto, quotidiano che fin dall’inizio della nuova direzione ha dimostrato grandi simpatie per la linea della Fiom) i dirigenti dei metalmeccanici della Cgil hanno aderito soltanto a titolo personale. Ma è anche vero che questa volta il sindacato metalmeccanico ha bocciato un accordo siglato dai vertici della Cgil con il governo. Ed è la prima volta in sessant’anni.

            Forse avendo già chiaro in mente lo scenario che si sarebbe presentato dopo un paio di giorni, Epifani aveva lanciato domenica scorsa alla Festa dell’Unità di Bologna un avvertimento preciso alla sinistra radicale: «Se il referendum fra i lavoratori ci darà ragione, la manifestazione del 20 ottobre sarà contro i lavoratori e contro il sindacato». Una battuta che non poteva non essere diretta anche ai dirigenti della Fiom, Rinaldini in testa, che a quella manifestazione avevano comunque deciso di partecipare. Ma per quanto il risultato a favore del «sì» appaia scontato, proprio il referendum è il passaggio più delicato nella resa dei conti fra Epifani e Rinaldini. Lo statuto della Cgil prevede che non si possa fare campagna contro una decisione della maggioranza. Inutile dire che ci sia una certa ansia per come nelle fabbriche i delegati della Fiom, dopo essersi schierati per il «no», prepareranno la consultazione. E il risultato peserà più di quanto si possa immaginare. Non a caso, il segretario della Cgil continua a ripetere di augurarsi una partecipazione al voto pari almeno a quella del referendum precedente. Incrociando le dita.