Sviluppo Italia vuole fare la Gepi del turismo

18/11/2003





FINANZA
lunedi 17 Novembre 2003
pag. 30

L’amministratore delegato della società posseduta interamente dal Tesoro ha lanciato l’idea di mettere insieme sotto il suo cappello una serie di aziende turistiche, quasi tutte notevolmente indebitate. L’idea di fare un grande gruppo risponde ad una logica industriale il problema sono i capitali

Sviluppo Italia vuole fare la Gepi del turismo


VITTORIA PULEDDA


progetto industriale o ciambella di salvataggio? Il ventilato polo italiano del turismo, che sta studiando Sviluppo Italia, ha contemporaneamente entrambe le caratteristiche, a seconda di come lo si vede. E, in più, potrebbe avere un gradimento politico di massima: molti protagonisti della vicenda, infatti, sono vicini tra loro, da Calisto Tanzi, azionista di Parmatour, a Ubaldo Livolsi, presidente della Cit, allo stesso Massimo Caputi, presidente appunto di Sviluppo Italia, struttura pubblica che fa capo al ministero dell’Economia.
Partiamo dagli aspetti industriali. Un’industria importante, quella del turismo, che rappresenta il 10% del Pil italiano ed è caratterizzata da un’altissima parcellizzazione: società piccole, facili bocconi per qualsiasi grande operatore straniero. Creare un polo, diciamo a quattro — Alpitour, Valtur, Parmatour e Cit — avrebbe insomma un suo senso. Rafforzerebbe la struttura dell’offerta, renderebbe più difficile la penetrazione agli altri gruppi: basti pensare che i veri big esteri fatturano fino a 10 miliardi di euro; tutte insieme le quattro sigle non arrivano a 2 miliardi. In più, a rendere ancora più interessante il progetto, ci sarebbe il modo di coinvolgere fin da subito il mercato, perché la Cit è quotata. Oggi al Ristretto, ma in prossimo futuro (la domanda di ammissione è stata già presentata) al segmento Star della Borsa. Insomma, il costituendo polo avrebbe già un veicolo pronto per andare al listino.
Tuttavia, la storia può essere letta (e molti lo fanno) anche in un altro modo. Partendo dal capitolo debiti. E qui le somme sono parziali (a parte Cit, le altre non sono quotate e quindi i bilanci non sono molto noti) ma un’idea è possibile farsela. Cit aveva a fine dicembre 2002 una posizione finanziaria netta negativa pari a 75 milioni di euro e anche se ha come obiettivo il dimezzamento a fine 2003 — grazie alla cessione di tutto il patrimonio immobiliare e allo smobilizzo di altre partecipazioni — e poi l’azzeramento nell’anno successivo, per il momento ha un rapporto tra debiti e mezzi propri pari a uno. Di Alpitour, controllata dall’Ifil, non si conoscono dati ufficiali, mentre la Valtur della famiglia Patti ha un’esposizione finanziaria netta a lungo termine vicina alla cinquantina di milioni di euro (ed ha appena concluso un’operazione di riscadenzamento del debito con le banche più esposte). Parmatour, diretta dalla figlia di Tanzi, Francesca, dovrebbe avere un’esposizione debitoria intorno ai 300 milioni di euro. Non solo, se i debiti sono tanti, la gestione ordinaria è zoppicante. Ancora una volta gli unici dati completi e trasparenti sono quelli della Cit, che ha chiuso la semestrale con un rosso di 26 milioni di euro. Il dato dovrebbe migliorare per fine anno — il gruppo ha avviato una profonda opera di ristrutturazione, anche con la riduzione del personale e la chiusura di alcuni rami secchi — ma resta il fatto che nella migliore delle ipotesi si può parlare di società in via di risanamento. Il neo amministratore delegato, Giovanni Natali, è molto determinato, ma per il momento i risultati sono solo promesse future.
Stesso dicasi per Valtur. Le banche hanno deciso di aver fiducia nella società che fa capo alla famiglia Patti (dopo essere passata per l’Insud allora diretto da Gianni Zandano, e un periodo anche al Sanpaolo, sempre all’epoca di Zandano). I Patti sono diventati i proprietari unici abbastanza di recente, rilevando poco più di un anno fa anche il pacchetto che era rimasto proprio a Sviluppo Italia. Ultimamente la famiglia ha chiamato un superconsulente alla guida di tutto il gruppo, Franco Tatò. Il gruppo, tra l’altro, è uno dei maggiori fornitori della Fiat nella componentistica auto. Il top manager ha il compito di seguire da vicino le strategie complessive e, tra l’altro, di dividere ancor più nettamente le attività industriali da quelle turistiche. Insomma, il quadro dovrebbe essere positivo, ma di qui al risanamento ancora ce ne passa.
Questo non significa che Valtur sia troppo entusiasta di partecipare al nuovo polo. «Il progetto è ambizioso, ma per il momento non ci sono stati contatti diretti. E comunque la precedente collaborazione con Sviluppo Italia non è stata particolarmente riuscita», spiega Bruno Panunzi, direttore finanziario di Valtur. Più diplomatico Natali: «Il progetto ci piace molto, ma non ci stiamo lavorando noi della Cit: ad oggi, non abbiamo ricevuto un pezzo di carta né un invito». Quello che i due non dicono, ma che è altamente sottinteso, è che un progetto del genere avrebbe bisogno soprattutto di grandi risorse economiche, di tanta "finanza". Tradotto in altri termini, di tanti soldi. Perché insieme si mettono molti punti di forza — i villaggi Valtur, la rete commerciale Alpitur e la grande capacità distributiva di Cit, che ha dalla sua anche una discreta fetta di pacchetti chiavi in mano venduti all’estero, agli stranieri che vogliono venire in Italia — ma anche forti indebitamenti, che già così mangiano buona parte dell’Ebitda (e spesso annullano l’utile). Se poi ci si mette anche il carico di Parmatour, le cose si complicano ancora.
Sviluppo Italia ha dalla sua una certa conoscenza del settore — è a sua volta attiva nel campo turistico — ma da un primo giro di orizzonte non sembra aver a disposizione, né nella legge finanziaria, né al Cipe, né presso altri capitoli pubblici — molti soldi da mettere sul piatto. E se anche li trovasse, la cosa potrebbe suonare in parte come ripubblicizzazione del turismo.
Restano le banche, che potrebbero mettere mano al portafoglio e, chissà, il mercato (attraverso Cit, se accettasse di partecipare). Ma entrambi i capitoli sono tutti da studiare.