Sviluppo Italia: la strana vendita dei villaggi

27/06/2006
    domenica 25 giugno 2006

    ECONOMIA ITALIANA – Pagina 11

      LA STORIA

        Sviluppo Italia, la strana vendita dei villaggi

          La cessione ai privati con un’asta senza gara – La societ� pubblica: sono partecipazioni di secondo livello -

            I finanziamenti per favorire investimenti in Puglia, Calabria e Sicilia – L’operazione � vincolata a un contributo del Cipe di 132 milioni di euro

              Mariano Maugeri

                Ci sono tanti modi di sottoscrivere dei contratti di compravendita. O di privatizzare. Quello scelto da Sviluppo Italia (posseduta al 100% dallo Stato) per cedere ai privati tutto il patrimonio immobiliare e turistico di Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna (nove villaggi da 6.850 posti letto) � tra i pi� vantaggiosi che ci possano essere. Vantaggiosi per chi? Meglio lasciare la domanda in sospeso.

                Le operazioni cui ci ha abituato Sviluppo Italia potrebbero essere materia per infaticabili giallisti, tanti sono gli intrecci societari, i passaggi di mano, i giri milionari tra alti dirigenti e manager di stretta nomina e osservanza partitica. Un’architettura dentro la quale, alla fine, � rimasto ingabbiato pure il suo inventore, l’ex amministratore delegato Massimo Caputi, che quasi un anno fa rimise il mandato nelle mani dell’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Al suo posto, dopo mesi di duro scontro politico con il manuale Cencelli alla mano, � arrivato Ferruccio Ferranti, ex capo di Consip, la societ� pubblica che ha centralizzato gli acquisti della pubblica amministrazione e uomo vicinissimo ad Andrea Ronchi, portavoce di Alleanza nazionale, con cui Ferranti condivide la propriet�, insieme ad altri soci, della Baam Srl, un’azienda iscritta alla Camera di commercio di Roma.

                Affari, sempre una girandola di affari nei destini di Sviluppo Italia. Come quello siglato nell’aprile del 2005, dopo un annuncio di gara in cui la societ� pubblica, nata con lo scopo di promuovere la creazione di nuove imprese e di attrarre nel nostro Paese aziende straniere, comunicava di voler cedere ai privati il 49% di tutti i beni immobiliari e turistici. Non si � trattato di una gara pubblica, come sarebbe logico supporre, tanto che alla sede di Via Calabria, a Roma, quartier generale di Sviluppo Italia, arrivano diciassette manifestazioni d’interesse. Gli uomini della societ� di Stato, tra i quali il pupillo di Caputi, Sergio Iasi, amministratore delegato durante la gestione pubblica e amministratore delegato espressione dei soci privati dopo l’ingresso dei nuovi azionisti, decidono di accogliere quella presentata dalla cordata formata da Banca Intesa Spa, Ifil Investissement S.a (una delle holding controllate dalla famiglia Agnelli) e gruppo Marcegaglia. Nomi di prim’ordine, ma � corretto che una societ� pubblica dismetta il suo patrimonio con una sorta di privatizzazione privata? Un dubbio che non sfiora Iasi. Che spiega: �Si tratta di partecipazioni statali ma di secondo livello. Ecco perch� l’asta � uno strumento regolare�.

                Nell’aprile del 2005 si formalizza l’accordo tra le due parti con un "contratto di investimento" tra Sviluppo Italia (da una parte) e Turismo & Immobiliare spa, Banca Intesa Spa, Marcegaglia Spa, Ifil Investissement S.a (dall’altra). Di questo contratto il Sole-24 Ore � in possesso. E forse va spiegato che Turismo & Immobiliare � un’azienda veicolo appositamente creata per l’operazione con la partecipazione paritetica dei tre soci privati, ai quali nel novembre del 2005 si � aggiunta Pirelli Real Estate Spa, alla quale i tre soci privati hanno ceduto una parte del loro pacchetto, in modo che tutti i quattro soci privati detenessero una quota paritetica del 25 per cento.

                La cessione � avvenuta in due momenti: nel primo i privati si sono impegnati a pagare 16,4 milioni, di cui solo 800mila euro versati alla firma. I restanti 15,6 milioni dovranno essere liquidati entro il 2007; nel secondo (aprile 2005) � stato sottoscritto un aumento di capitale di 60 milioni, di cui 22,9 alla firma, altri 5 nel 2005 e i rimanenti 32,1 entro il 2008 (con dilazioni).

                Il 49% di Sviluppo Italia turismo vale 76,4 milioni, ma fino ad oggi i privati hanno tirato fuori solo 29 milioni, rateizzando il resto. Entro quest’anno avrebbero potuto salire al 65%, ma proprio in questi giorni � in corso un negoziato per arrivare al 100% entro l’autunno.

                Fin qui, a parte l’anomalia della gara, sarebbe un’operazione come le altre, tenendo conto che l’impero turistico Sviluppo Italia l’ha ereditato dalla Insud, una della tante societ� partorite dalla Cassa del Mezzogiorno e poi transitate nella galassia dell’Agensud. Alberghi e strutture turistiche sono gestite da grandi societ� del settore come Alpitour e Club Med. Sviluppo Italia da un lato incassa gli affitti, dall’altra non lesina robusti programmi di ristrutturazione dei villaggi e nuovi investimenti. Con i soldi di chi? Iasi sostiene che dal 2003 lo Stato non ha pi� speso un centesimo per i suoi villaggi. ma basta scorrere il budget 2006 di Italia turismo per scoprire che sono stati acquisiti �nuovi fondi di rotazione da Sviluppo Italia per un totale di 9,1 milioni�.

                  Nella trattativa per la cessione del ramo turismo, la societ� pubblica si � dimostrata particolarmente generosa. I privati si sono assicurati pure un superpremio del Cipe di 132 milioni come contributo a fondo perduto previsto da un contratto di programma per sostenere nuovi investimenti in Calabria, Puglia e Sicilia. Ed � su questo passaggio che parecchi osservatori (e pure molti contribuenti) storcono la bocca. E la storcerebbero ancora di pi� se andando a pagina 51 del contratto di investimento e scorrendo l’articolo 13 intitolato "Opzione straordinaria di vendita" leggessero che se i contributi promessi dal Cipe non saranno liquidati entro la fine del 2006 e non supereranno i 75 milioni, i privati avranno la facolt� di sbarazzarsi del 49% gi� acquisito ricedendolo alla societ� pubblica. Iasi cade dalle nuvole: �Di questo articolo del contratto non so nulla�. Strano, per un amministratore delegato che ha gestito tutte le fasi della privatizzazione. Un diniego che, semmai, d� ancora pi� forza alla domanda: chi ha fatto l’affare? E per merito di chi?