Sviluppo Italia e l’ombra della vecchia Iri

14/03/2005
    sabato 12 marzo 2005

    sezione: COMMENTI E INCHIESTE – pagina 11

      Sviluppo Italia e l’ombra della vecchia Iri

        Di Mariano Maugeri

          In fondo, può capitare a chiunque che il nome prenda il sopravvento sulla missione. Pure le imprese, un po’ come gli esseri umani, sono fatte di sangue, sogni, progetti e orizzonti temporali. Sviluppo Italia è un’agenzia nazionale che avrebbe dovuto favorire la crescita imprenditoriale e attirare investimenti stranieri. Così si fa ( con successo) in Francia, in Irlanda e in tanti altri Paesi europei. Dopo sei anni, a svilupparsi fino a diventare bulimica è stata solo l’Agenzia italiana, un’entità governata da una reazione a catena che nessuno sembra più in grado di arrestare, una coazione a ripetere che non smette di farle incamerare partecipazioni, società di scopo, progetti pilota, programmi operativi. Una nuova Iri, si ripete da più parti. Ma l’Iri, come disse cinquant’anni fa il presidente di Confindustria Giovanni Costa, si occupava di quei settori in cui i privati non avevano le risorse per entrare.

          Non è certo il caso di Sviluppo Italia. Tutto comincia nel ‘ 98, mentre regnava il G o v e r n o dell’Ulivo. Idea: creiamo un grande contenitore e mettiamoci dentro i cascami del non certo brillante Intervento straordinario nel Mezzogiorno, che aveva chiuso i battenti nel ‘ 92. Così, l’Agenzia nostrana (posseduta al 100% dal ministero dell’Economia, ma voce in capitolo, con parecchi inevitabili litigi, ce l’hanno anche Palazzo Chigi, le Attività produttive e le Risorse agricole) è riuscita nel compito di mettere dentro al contenitore le sette società preesistenti ( tra cui l’Insud, che si occupava di turismo al Sud, la Itainvest, a sua volta metamorfosi della Gepi e della Spi, la società dell’Iri per la riconversione delle aree industriali in crisi, e l’Ig, l’imprenditorialità giovanile) e le oltre 130 partecipazioni di minoranza che queste società avevano accumulato nel corso degli anni. Un’eredità pesante, di cui nessuna Agenzia omologa straniera si sarebbe mai fatta carico.

          Con l’arrivo a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, Sviluppo Italia cambia di nuovo pelle, trasformandosi nel braccio operativo dei ministeri e dello stesso Governo per qualsiasi operazione venga giudicata propedeutica o funzionale allo sviluppo economico. Così, alle vecchie attività, cominciamo a sommarsi quelle di infrastrutturazione, advisoring, turismo, biotech, autostrade del mare, bonifica delle aree dismesse, cablaggio, politiche per i giovani e i disoccupati, sostegno alle imprese in difficoltà e financo la costruzione di posti barca. Sono i posti barca funzionali allo sviluppo del Paese? Non chiedetelo a Massimo Caputi, l’amministratore delegato di Sviluppo Italia, un abruzzese che si è fatto le ossa nella società di engineering paterna prima di passare alla guida delle Grandi stazioni Spa per decisione dell’allora Governo di Centro sinistra. Caputi è un manager abilissimo che di mosse, in vita sua, non ne ha mai sbagliata una. La sua compagna è una Jona Celesia, una famiglia di banchieri torinesi.

          Lui, manager bipartisan, che piace sia al Centro destra che al Centro sinistra, ha solo un nemico dichiarato, il ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano: « Se potesse mi metterebbe sotto con l’automobile. Io non smetto di ripetergli che in questo Paese non c’è uno straccio di politica industriale » . Caputi passa la sua vita girando in lungo e largo l’Italia per presentare uno degli innumerevoli progetti partoriti da Sviluppo Italia. L’unica attività che gestisce in proprio è il posto che occupa nel Consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena in rappresentanza del gruppo Caltagirone.

          Il conflitto d’interessi sembra evidente. Ma lui nega. « Mi creda, non c’è una sola attività di Sviluppo Italia che sfiori gli interessi dei Caltagirone » . E sui singoli progetti risponde snocciolando numeri e date. I porti? « Con i 50 milioni stanziati abbiamo già realizzato 5mila posti barca, ristrutturando delle Marine già esistenti ma sostanzialmente abbandonate. Entro il 2008 saranno 25mila » . L’autoimprenditorialità? « Dei 1.350 milioni ricevuti dal Cipe abbiamo fatto nascere 25mila nuove imprese nel biennio 2003 2004. In cassa abbiamo ancora 300 milioni, ma le richieste arrivano al ritmo di 50mila l’anno » . Il cablaggio dei centri minori, un’operazione titanica che coinvolge decine di città medie come Grosseto, Foggia e Bergamo, per cui sono stati stanziati oltre 450milioni in tandem con Innovazione Italia? « Entro la fine del mese partiranno i bandi di gara. Ci abbiamo messo un anno, sfido chiunque a fare meglio ».

          Caputi si arrampicherebbe sugli specchi pur di dimostrare che Sviluppo Italia va. Ma è un esercizio in cui eccelle indipendentemente dal ruolo che occupa. Esempio: il manager abruzzese non dirà mai che nel 2003 il ministro dell’Economia cancellò il credito d’imposta per le imprese del Sud. Lui dice: « Ma no, Tremonti l’ha semplicemente esteso al Nord » . Insomma, dipende sempre dai punti di vista, ma i giochi di prestigio s’infrangono su nomi, cognomi, incarichi, progetti. Cominciamo dalla rete territoriale di ben 17 uffici, quasi uno per regione, con tanto di presidente ( nominato dal Governatore) e un amministratore delegato ( nominato da Caputi). Alcuni di questi, come il trevigiano Massimo Colomban, responsabile dell’Agenzia in Veneto, sono imprenditori di successo. Altri, come Vincenzo Paradiso, Ad di Sviluppo Italia Sicilia, il 24 dicembre sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Caltanissetta nell’inchiesta sui mandanti esterni dell’omicidio del giudice Paolo Borsellino. Altri ancora, come Giovanni Portaluri, amministratore delegato di Sviluppo Italia Puglia, hanno strettissimi rapporti di parentela (ugino) con il Governatore Raffaele Fitto.

          È singolare che economisti di alcune grandi regioni e meridionali (Gianfranco Viesti a Bari, Mario Centorrino a Messina, Mimmo Cersosimo a Cosenza) apostrofino Sviluppo Italia come una specie di scatola nera. Un’autorefenzialità che spesso ha fatto scivolare l’Agenzia su alcuni errori banali: come quando la brochure che doveva pubblicizzare i distretti industriali siciliani non ha citato il distretto del marmo a Trapani e i cantieri Rodriquez a Messina.

          Scivoloni o semplici disattenzioni che forse nascono dall’impossibilità di gestire una macchina che con 1.200 dipendenti dovrebbe colmare il gap competitivo dell’Italia occupandosi perfino di Torino 2006. Alla fine dell’anno scorso, Caputi fu convocato in fretta e furia a Palazzo Chigi per affrontare la crisi del Toroc, il Comitato che sta organizzando i giochi invernali. Il manager e i suoi, da bravi advisor, uno dei tanti compiti che spettano all’Agenzia, dopo qualche settimana tirarono fuori dal cilindro la ricetta vincente: « Azzeriamo tutti i manager del Toroc e il loro presidente » . Per la successione al vertice, nessun problema. L’Ad di Sviluppo Italia è uno che non si tira indietro: « Beh, l’avrei potuto presiedere pure io » . Se uno si stupisce lui replica: « Una volta c’era l’Iritecna che faceva l’advisor, adesso ci siamo noi » . È l’ammissione che lo spettro della nuova Iri non è un’invenzione dei giornalisti.

          Anche sugli aiuti alle imprese, Caputi è ecumenico: « Ma perché si devono aiutare solo le aziende calabresi e siciliane? Anche quelle del distretto dell’occhialeria di Belluno hanno bisogno di noi » . E allora ecco 500mila euro per mettere insieme 12 aziende e creare una rete di distribuzione in comune. Qualcuno lo chiamerebbe delirio di onnipotenza. E fortuna che ieri il Consiglio dei ministri ha sottratto alla bulimica Agenzia la gestione dei fondi per le aziende in crisi. Caputi si ostina a ripetere di essere solo un manager « appassionato del suo lavoro ».

          Nel ginepraio di partecipazioni e di interessi, alla fine rischiano di smarrirsi gli stessi vertici della società. A ricordarlo, altro fatto singolare, sono stati i sindacati, che nel novembre scorso hanno proclamato uno sciopero di tre ore non per reclamare quattrini o scatti di carriera, ma per rammentare che spetta al Governo « definire con chiarezza gli obiettivi e le risorse di Sviluppo Italia ». L’idea di Cgil, Cisl e Uil è semplice come la mission che dovrebbe ispirare ogni Agenzia per lo sviluppo: perché non concentrarsi sulle aree svantaggiate del Paese? E proprio sui contratti di localizzazione l’ottimismo mostra la corda: « Potevamo fare di più, ma partivamo da zero » . Con questo strumento si sarebbe dovuta tradurre in pratica la più importante missione dell’Agenzia: l’attrazione di imprese straniere al Sud. Dei 140 milioni ne sono stati impegnati 130 per portare i giapponesi della Kagome in Calabria ma con un ruolo di minoranza ( si veda l’articolo sotto) e sir Rocco Forte e il gruppo spagnolo Snh Sotogrande in Sicilia.

          Una lentezza difficile da negare. Massimo Caputi, però, si è spinto molto più in là, chiedendosi ad alta voce: « Come mai l’ 85% degli investimenti esteri realizzati in Italia avviene in Lombardia, dove gli incentivi sono scarsi se non inesistenti? Il vero imprenditore non va a caccia di finanziamenti pubblici a fondo perduto, ma vuole tempi certi, mercati di sbocco, infrastrutture, personale qualificato » . Ineccepibile, ma allora a che cosa serve Sviluppo Italia?