Supermarket in pillole

19/01/2006
    N.2 anno LII – 19 gennaio 2006

      Pagina 76/77 – Attualità

        MERCATO DEI FARMACI / LE NUOVE LOBBY

          Supermarket in pillole

            Aspirina, tachipirina, antinfiammatori nei centri commerciali? Lo vogliono le catene della grande distribuzione e i consumatori. Che sfidano il monopolio delle farmacie

            di Letizia Gabaglio

            Una bomba a orologeria. Questo rappresenta per il feudo finora inespugnabile delle farmacie la proposta di estendere la vendita dei farmaci di automedicazione anche nei supermercati. Aspirina, tachipirine, integratori vitaminici, antinfiammatori, tutti i medicinali cioè che si possono acquistare senza ricetta, che potrebbero presto finire nel carrello della spesa insieme a pasta e pelati. Il timer ha iniziato a scorrere lunedì 9 gennaio: fino ad aprile prossimo, infatti, è aperta la raccolta di firme in favore della legge di iniziativa popolare che ha promosso la la Coop. Quattro i punti: la vendita dei farmaci non soggetti a ricetta medica negli esercizi della grande distribuzione; la vendita in corner appositi separati dagli altri reparti; la presenza di un farmacista iscritto all’ordine che venda i medicinali; la possibilità per i distributori al dettaglio di stabilire l’entità degli sconti sul singolo farmaco. Risultato: secondo la Coop, un risparmio per i cittadini che oscilla a seconda della specialità fra il 20 e il 50 per cento rispetto ai prezzi attuali (in Gran Bretagna, dopo quattro anni di liberalizzazione parziale si è ottenuta una riduzione media dei prezzi intorno al 30 per cento). E lo spettro, paventato da molti, che le grandi catene di distribuzione possano finire col diventare loro stessi produttori di brand: l’antistaminico Coop, il paracetamolo Conad, e così via. Col conseguente abbassamento ulteriore dei prezzi, ma, soprattutto, con il totale smantellamento dell’attuale sistema di vendita dei farmaci di facile consumo.

            Una prospettiva lontana? Mica tanto. Perché se è vero che la raccolta di firme non potrà certo portare a nulla entro questa legislatura, è anche vero che il ministro della Salute Francesco Storace ha molto a cuore l’argomento e difficilmente, a pochi mesi dalle elezioni, lo lascerà nelle mani della Coop. In effetti, ad abbassare il prezzo dei farmaci il ministro ci prova dallo scorso maggio. Anche se con una certa timidezza: un suo discusso decreto aveva, infatti, indicato ai farmacisti alcune norme di comportamento per meglio contenere la spesa dei cittadini. E annotava che chi voleva poteva tagliare i prezzi. Un consiglio per lo più disatteso e oggetto di una seconda contrattazione fra le parti risolta lo scorso dicembre, con la firma di un protocollo d’intesa fra ministero e Federfarma (Federazione nazionale unitaria dei titolari di farmacia italiani). Ora i farmacisti che lo ritengono opportuno possono applicare lo sconto fino al 20 per cento sui farmaci senza obbligo di prescrizione e da banco, tutti invece dovranno apporre dei cartelli che indichino in maniera chiara lo sconto praticato, e si impegnano a proporre sempre la sostituzione dei medicinali prescritti con ricetta con equivalenti meno costosi. Insomma, se oggi un obbligo c’è, è quello della chiarezza. Ma i tagli restano un optional. Al ministero dicono che ora i farmacisti si muoveranno. E non c’è dubbio che la raccolta di firme fungerà da stimolo. Altrimenti, in assenza di una reale alternativa, perché mai i farmacisti dovrebbero di loro spontanea volontà tagliare i prezzi?

            Come dimostrano i dati raccolti da Cittadinanzattiva, gli effetti del decreto Storace sui prezzi sono stati davvero esigui: solo l’11 per cento delle farmacie applica gli sconti previsti mentre il 77 per cento fa riduzioni di varia entità e differenziate a seconda dei prodotti. "Se il problema è quello del prezzo dei farmaci allora bisogna prendere provvedimenti a monte, insieme alle aziende che li fissano" afferma Franco Caprino, direttore generale di Federfarma: "E poi le medicine non sono beni di consumo. Cosa succederebbe se una persona in trattamento con anticoagulanti potesse liberamente comprare al supermercato dell’aspirina? Molto probabilmente sarebbe vittima di una emorragia".

            Un problema che la proposta di legge targata Coop, a cui anche altre catene di distribuzione come Conad hanno dato la loro adesione, prende in seria considerazione: all’articolo 3 si cita espressamente l’obbligatorietà della presenza di un farmacista all’interno del supermarket. E non si capisce perché "il professionista dovrebbe essere attento quando opera nelle farmacie ma potrebbe diventare consumista quando opera in un supermercato", ha sottolineato Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. Sempre sul fronte ‘tutela della salute’, Caprino si preoccupa del "rischio di aumentare il consumo e con esso gli abusi". Preoccupazione infondata secondo i sostenitori della proposta di liberalizzazione: prima di tutto perché sui medicinali non si potrebbero applicare per legge offerte tipo ‘paghi 2 e prendi 3′, e poi perché la presenza di un farmacista fornirebbe la stessa garanzia che si ha in farmacia.

            Insomma, la tutela della salute del consumatore sembra un argomento specioso. In gioco, invece, c’è il totem stesso di Federfarma: la pianta organica. I farmacisti sembrano disposti a tutto pur di non mettere in discussione il numero e la dislocazione degli esercizi sul territorio, definito una volta per tutte, e massima garanzia del loro monopolio e dei loro guadagni. Ma anche, secondo i farmacisti, tutela dei cittadini perché in alcuni centri rurali la farmacia è l’unico presidio medico esistente. Cosa che, peraltro rende l’offerta "artificiosamente scarsa", come ha avuto modo di affermare Nicola C. Salerno del centro di ricerche Competitività, Regolazione, Mercati: l’80 per cento dei comuni italiani, vale a dire il 27 per cento della popolazione, ha a disposizione una sola farmacia. Difficile, vista l’assenza oggettiva di concorrenza, che in questi punti vendita vengano applicati gli sconti chiesti da Storace. Secondo l’economista, se quello che ora è considerato il limite massimo di farmacie per abitante e spazio territoriale fosse considerato il minimo, e quindi molti più punti farmacia potessero nascere, l’offerta per il cittadino sarebbe migliore in termini di comodità e risparmi. I punti vendita dentro i supermercati, garantiti da un farmacista iscritto all’ordine, scompaginano la pianta e dà un colpo netto al monopolio. Inaccettabile, per Federfarma. Che, per scongiurarlo, oggi si dichiara pronta a rinunciare all’ereditabilità delle farmacie. E i prezzi?


                Così fa l’Europa
                La Commissione europea non ha una specifica competenza in fatto di farmaci, ogni Stato detta le proprie regole. Esistono, però, norme Ue sul commercio e la concorrenza. A questo proposito, la Commissione ha sollevato nei confronti del governo italiano la questione della titolarità delle farmacie. Fatto salvo che a gestirle debba essere un farmacista, sottolinea la Ue, non si vede perché anche la proprietà debba essere di diritto solo dei farmacisti, norma che esiste solo in Italia, con diritto di proprietà ereditario. Nei diversi paesi ci si comporta così.

                Austria A vendere i medicinali possono essere solo le farmacie oppure medici che operano in zone rurali, lontani da una farmacia.

                Belgio Il monopolio della vendita di farmaci è delle farmacie.

                Danimarca Un’ampia gamma di prodotti medicinali, tra quelli che si possono acquistare senza prescrizione del medico, vengono venduti nei supermercati: aspirina, analgesici e altri farmaci antidolorifici, oltre a lassativi, antidiarroici e prodotti contro allergie e raffreddore da fieno.

                Francia La vendita di qualsiasi prodotto farmaceutico è consentita solo all’interno delle farmacie.

                Germania I prodotti farmaceutici venduti fuori dalla farmacia sono elencati in una lista molto ristretta. C’è distinzione fra prodotti come l’aspirina che si può vendere solo in farmacia e altri medicinali, come gli antisettici, i calmanti della tosse, le vitamine a basso dosaggio, che si possono acquistare anche in altri esercizi.

                Gran Bretagna La legge permette ai supermercati, ai grocery stores e ad altri negozi simili di vendere medicinali da banco fra cui anche quelli a basso dosaggio, che rientrano nella categoria degli analgesici. Non è prevista la presenza di un farmacista vicino agli scaffali ma, per esempio, le confezioni di analgesici non possono contenere più di 16 compresse.

                Grecia Gli unici farmaci da banco venduti fuori dalle farmacie sono rimedi contro la tosse e il raffreddore, pomate lenitive, vitamine e prodotti dietetici.

                Olanda La vendita dei farmaci da banco è permessa nei supermercati solo se sono dispensati da farmacisti. Alcune catene di grande distribuzione hanno cominciato a esporre cartelli di comparazione fra i prezzi dei diversi farmaci contenenti lo stesso principio attivo.

                Portogallo Consentita la vendita dei farmaci da banco anche fuori dalle farmacie e nella grande distribuzione.

                Svezia I farmaci possono essere venduti solo in farmacia. Tutte le farmacie sono controllate dallo Stato che vigila sui prezzi applicati e sul servizio fornito.