Super market mafia

23/11/2007
    N.46 anno LIII – 22 novembre 2007

    da pagina 38 a pagina 41 – PRIMO PIANO

    Super market mafia

      Cento milioni l’anno. Questo il tesoro del boss
      Lo Piccolo. Investito nell’edilizia, nelle sale gioco
      e nella grande distribuzione. Grazie ai legami in
      America e Sudafrica. E ai rapporti tra i capi di
      Cosa nostra e il top manager del gruppo Sisa.
      In edicola da venerdì

        di Peter Gomez

          Il braccialetto tempestato di diamanti è stata l’ultima cosa che si è sfilato dal polso. Salvatore Lo Piccolo lo ha appoggiato con cura in una vaschetta di plastica del posto di Polizia di Boccadifalco, accanto a un altro bracciale, questa volta di cuoio, identico a quelli che indossavano suo figlio Sandro, e i due boss di Brancaccio e di Carini, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi, arrestati con loro.

          Lunedì 5 novembre, guardando quegli oggetti, gli investigatori non avevano potuto fare a meno di chiedersi chi fossero davvero i quattro uomini appena catturati. Sui bracciali di cuoio c’erano incise immagini sacre, strani simboli religiosi, che spingevano a pensare che i quattro appartenessero a una sorta di setta. I diamanti invece… Beh, i diamanti erano tutta un’altra cosa. Profumavano di affari e di Sudafrica. Raccontavano la storia di uno che ce l’aveva fatta. Di uno che negli anni Settanta era uscito dall’inferno della borgata di Tommaso Natale per arrivare oggi, pistola in pugno, a trasudare milioni di euro. Milioni di euro da tutti i pori.

          Sì, perché basta dare un’occhiata alla sua contabilità, la contabilità che Lo Piccolo si portava sempre appresso, per rendersi conto di quanto fosse ricco quell’uomo. Solo le scommesse clandestine fruttavano al padrone di Palermo dai 140 mila ai 200 mila euro la settimana. Altri 2 milioni, questa volta al mese, giungevano dal pizzo: centinaia e centinaia di commercianti, industriali, professionisti, da anni gli versano tangenti tra i 500 e i 10 mila euro ogni 30 giorni. In via Ugo La Malfa, la strada dove ci sono gli uffici e i grandi magazzini più importanti di Palermo, pagavano tutti. O almeno così raccontano indagini e pentiti le cui parole vengono adesso raffrontate con il contenuto delle agende, dei block notes che Lo Piccolo conservava in una valigetta 24 ore, per scoprire se in quegli elenchi figurano anche indicazioni sul comportamento tenuto da grandi aziende come Telecom e Mediaset. Di certo, in via La Malfa, Auchan allungava ai picciotti la ‘mesata’: il nome della multinazionale è lì. Scritto chiaro chiaro.

            Poi ci sono le mazzette del 3 per cento sugli appalti pubblici. In particolare quelli assegnati dalle municipalizzate, dove Lo Piccolo sembrava poter decidere tutto: roba grossa, entrate che superavano anche i 200 mila euro per volta. Infine gli affari legali: le aziende di movimento terra che qualche mese fa hanno permesso al boss di incassare 2 milioni di euro in un colpo solo. In totale, esaminate le carte e riletto il contenuto dei rapporti ancora segreti dove sono riassunte ore e ore d’intercettazioni ambientali, tra gli investigatori c’è chi azzarda una stima: "Ogni mese Lo Piccolo e i suoi fedelissimi si mettevano in tasca qualcosa come sette, otto milioni di euro". Cento milioni all’anno, insomma. Tanto valeva l’uomo che sognava di diventare il nuovo Bernardo Provenzano.

            Dove sono finiti tutti quei soldi? Una parte certamente a Palermo dove, lo scorso anno, il Gico della Guardia di Finanza ha sequestrato a dieci prestanome del clan beni per 334 milioni. Sono stati messi i sigilli a centinaia di villette in costruzione allo Zen, a decine di appartamenti di pregio. Sono stati arrestati un commercialista e un sensale, Salvatore Gottuso, un uomo d’onore specializzato nell’intermediazioni di terreni che aveva anche contatti politici di buon livello. La Procura ha poi bloccato il 20 per cento delle quote del Las Vegas, una delle sale Bingo più grandi d’Europa. Appartengono, dice l’accusa, a tre mafiosi di rango: Sandro Mannino, Rosario Inzerillo e Vincenzo Marcianò. Tre discendenti degli ‘scappati’, cioè delle famiglie di Cosa Nostra perdenti a cui i corleonesi di Totò Riina, dopo la mattanza dei primi anni Ottanta, avevano risparmiato la vita a patto che si rifugiassero all’estero e non mettessero più piede in città. Con Lo Piccolo in sella, ‘gli scappati’ sono tornati. E, d’accordo con il nuovo capo, hanno investito qui il denaro guadagnato in anni e anni trascorsi negli Stati Uniti. Tutto questo però non basta a spiegare che fine abbia fatto l’intero tesoro di Lo Piccolo, il boss che ha regnato su Cosa Nostra una sola estate. Dov’è questo tesoro?

            I pm Gaetano Paci e Nico Gozzo, che coordinano le indagini su di lui, seguono molte piste. Una è particolarmente significativa. Per scoprirla bisogna mettersi in macchina e dirigersi verso l’aeroporto. Sulla destra, pochi chilometri dopo Mondello, la spiaggia dei palermitani, ecco Carini: 25 mila abitanti, villette basse, un nugolo di stradine senza nome e molti imprenditori in odor di mafia. Alcuni di loro sono già finiti in manette: con una sorta di cassa comune targata Cosa Nostra stavano costruendo alberghi, avevano messo in piedi ditte di autotrasporti e di distribuzione di materiale elettronico. Le solite cose, insomma. Diverso era però l’istituto di credito cui si appoggiavano: una filiale della Popolare di Lodi, ora Popolare Italiana, dove il direttore e gli impiegati, prima di venir rimossi in seguito a un controllo interno, di fronte alla mafia chiudevano entrambi gli occhi. Da quelli sportelli entravano e uscivano borse piene di contanti. Soldi che a volte erano diretti in Svizzera.

            I militari della Guardia di Finanza lo scoprono alle sei e mezza del pomeriggio del 29 aprile 2006, a Milano, quando in viale Bianca Maria bloccano il corriere polacco di una società svizzera, la Numisart di Lugano, specializzata in trasporto di valuta oltre frontiera. In mano l’uomo ha una borsa piena di banconote in parte ancora fascettate dalla Lodi: 450 mila euro. Niente di strano per uno spallone come lui, da sempre abituato a far la spola con Lugano, per far espatriare il nero di grandi aziende italiane. E in fondo anche questa volta l’uomo che gli ha appena dato la sacca dei soldi è un manager. Si chiama Paolo Sgroi, ha 61 anni ed è membro del consiglio di amministrazione della Sisa, il colosso della grande distribuzione con sede a Carpi, che conta 730 soci e oltre 700 affiliati, e che fattura più di 4 miliardi di euro l’anno. Sgroi, proprio a Carini, presiede e dirige il Cida Sicilia, cioè l’azienda che si occupa di consegnare i prodotti Sisa agli affiliati dell’isola. Il suo è un bel business, il giro di affari supera i 238 milioni di euro. Sgroi però, questa l’ipotesi della Procura di Palermo, non è solo un bravo dirigente. Ha anche un secondo lavoro: per conto dei vertici di Cosa Nostra ricicla i soldi dei clan. Il suo caso è tutto raccontato in un documento di 15 pagine che ‘L’espresso’ ha potuto leggere: la rogatoria inviata in Svizzera per ricostruire i movimenti di un conto cifrato, chiamato 100.264 Maroi, sul quale sono stati bloccati 2 milioni di euro. Dentro è narrata una vicenda da far tremare i polsi. Una vicenda che inizia non a Milano, ma a Palermo, addirittura sei anni fa.

              È l’autunno del 2001. Bernardo Provenzano è ancora saldamente alla testa di Cosa Nostra e Totuccio Lo Piccolo, a quell’epoca latitante già da 19 anni, è solo il suo uomo di fiducia nella zona occidentale della città. Gli agenti della squadra catturandi della Questura già lo cercano disperatamente. Lo Piccolo, del resto, domina su un mandamento mafioso importante: quello di San Lorenzo, fino al 1993 tenuto saldamente in mano da Salvatore Biondino, l’autista di Riina. E nella mafia, si sa, guidare l’auto del capo dei capi non significa portarlo a spasso. A San Lorenzo, poi, il pizzo è la regola. A metà degli anni Novanta, per la prima volta, i magistrati si sono trovati in mano, proprio come accade adesso, il libro mastro del clan. Leggendo hanno scoperto che anche la Fininvest di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri versava i soldi alla mafia, anche se, spiegheranno i pentiti, non come tangenti, ma come regali.

              Insomma, in quel 2001 ci sono molti buoni motivi per dare la caccia a Lo Piccolo. Per questo decine di microspie sono in funzione. Alle 12,38 del 17 novembre una di queste capta la discussione fra tre uomini di Lo Piccolo: un importante boss e due gregari. I tre parlano di Sgroi e della Sisa. Spiegano che quella è la strada giusta per fare soldi senza correre rischi e aggiungono che, in ogni caso, la Sisa non avrebbe avuto tanto successo se non avesse avuto dietro "quelli". "Ma loro non sono nessuno, ci sono quelli sopra loro", dicono. Poi fanno due nomi, o meglio due soprannomi: "Il più grosso" e "l’africano, quello delle miniere d’oro". Ovvero Provenzano e il suo alter ego in doppiopetto: Robert Von Palace, al secolo Roberto Vito Palazzolo. Negli anni Ottanta Palazzolo riciclava in Svizzera milioni di dollari sporchi di eroina. Oggi è residente in Sudafrica dove possiede le miniere di diamanti della Rbc Corporation; fornisce, grazie ai buoni rapporti con l’African National Congress, la propria acqua minerale, La Vie, agli aerei della compagnia di bandiera; e ha fatto affari, attraverso la Banca del Gottardo di Montecarlo, con un celebre amico, il conte Rocky Agusta. Lì per lì quella dei tre mafiosi sembra quasi una boutade. Ma nel corso degli anni le cose cambieranno. Adesso c’è Lo Piccolo che nei suoi pizzini parla del "nostro amico Sgroi" e lo descrive come uno al quale si possono chiedere favori. Poi c’è il capo dei capi, zio Bino, che nella corrispondenza sequestrata nel 2006 nel suo covo di Montagna dei Cavalli, lo include, assieme al re siciliano dei discount di detersivi, Giuseppe Ferdico, tra le persone su cui si può contare.

              Così, a poco a poco nelle menti degli investigatori si affaccia un interrogativo: gli uomini di Provenzano, e Lo Piccolo è uno di loro, si stanno buttando sui supermercati? In fondo la mafia del vecchio boss corleonese è stata scoperta almeno due volte mentre tentava d’infiltrarsi, grazie agli appoggi della politica, nella costruzione di ipermercati. Lì però si parlava solo di appalti e della possibilità di ottenere in gestione dei negozi all’interno delle strutture. Qui la cosa sembra diversa. Nel 2006, pochi giorni dopo la cattura di Provenzano, la domanda si trasforma in un sospetto. Anche nella Mercedes di Sgroi sono state nascoste delle microspie. E non appena i giornali locali pubblicano degli articoli in cui si dice che tra le carte del boss dei boss ci sono pizzini inviati da Lo Piccolo in cui si parla di grande distiribuzione, Sgroi va nel panico. Nessuno ha pubblicato il suo nome o quello della Sisa. Ma lui si riconosce lo stesso. A suo fratello dice più o meno: "Quel pizzino l’ho scritto io". E chiude la frase sussurrando: "Io non vedo l’ora che è domani… alle sei e mezza… consegno queste cose e tu sai perché". La mattina dopo parte con la moglie per Milano, incontra lo spallone polacco, gli dà la borsa coi soldi e viene fermato dalla Guardia di Finanza.

              Svizzera, Sudafrica, Montecarlo. Ne ha fatta di strada Lo Piccolo, pensano i poliziotti che lo arrestano. A guardarlo, mentre, tra la sorpresa generale, si bacia sulla bocca con Gaspare Pulizzi, prima di essere portato in galera, sembra solo l’ultimo esponente di una mafia arcaica e un po’ animale. Ma in fondo Pulizzi è di Carini. E quella bocca deve restare chiusa.