Sull’orario di lavoro rischio di sanzioni Ue

03/10/2002



            3 ottobre 2002


            ITALIA-LAVORO


            Sull’orario di lavoro rischio di sanzioni Ue

            Documento della Confindustria per cambiare le regole


            MILANO – Il rischio è alto: una sanzione pecuniaria giornaliera da parte dell’alta Corte di Giustizia europea. È la penale che grava sull’Italia se non recepirà, entro novembre o al massimo entro la fine dell’anno, la direttiva 93/104/Ce sull’orario di lavoro. Prima ancora che sul filo dell’accordo tra le parti è, dunque, su quello del tempo che, in queste settimane, si sta giocando, la partita tra le associazioni datoriali e i sindacati per arrivare a un nuovo avviso comune da presentare al Governo. Nuovo, perché già nel 1997, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil ne siglarono uno che di fatto non venne mai recepito dall’Esecutivo di allora nè dai successivi. Quel testo è ora nuovamente sul tavolo, aggiornato con le altre direttive che sono state emanate in questi cinque anni, in un documento che Confindustria ha presentato nei giorni scorsi ai sindacati, durante un incontro con il Governo. Al provvedimento comunitario del 1997, infatti, sono seguite altre quattro direttive che hanno ampliato la disciplina europea a quegli ambiti professionali in precedenza lasciati fuori come, ad esempio, la direttiva 63 del 1999 per la "gente di mare". In Italia il mancato accoglimento del testo non ha coinciso esattamente con un vuoto normativo, dal momento che ci sono stati, comunque, alcuni interventi da parte del legislatore, ad esempio la legge 409 del 1998 sulla limitazione dell’orario di lavoro straordinario, e la 532 del 1999 sul lavoro notturno. Si tratta ora di riorganizzare questa materia, diventata complessa, e soprattutto di riuscire a evitare la scure europea. Per farlo – spiega Giorgio Usai, responsabile delle Relazioni industriali di Confindustria – basterà «dare precisa e piena attuazione all’articolo 22 della Legge comunitario del 2001, che stabilisce che il recepimento della direttiva europea avvenga attraverso la trasposizione in legge dell’accordo che abbiamo siglato nel 1997 con i sindacati». Un passaggio, questo, scontato sulla carta ma non nei fatti. I primi colloqui hanno fatto emergere alcune divergenze che – è però un rischio in questa fase ridimensionato dalle parti – potrebbero pregiudicare l’esito unitario della trattativa e mettere un’ipoteca sulla possibilità di un nuovo avviso comune. Lo scoglio più grande è rappresentato dalle obiezioni avanzate dalla Cgil: «Il testo presentato – spiega Nicoletta Rocchi, segretaria confederale – non è altro che la traduzione in articolato dell’avviso comune del 1997. Ma rispetto a quella versione sono state introdotte alcune modifiche sulla durata settimanale, sul lavoro straordinario e sul lavoro notturno che annullano le leggi approvate nel frattempo. Per noi si tratta di cambiamenti decisamente peggiorativi. Se non verranno rimossi non firmeremo l’avviso comune». A questo nuovo tavolo partecipano, poi, confederazioni come la Confcommercio, che non erano, invece, intervenute nella precedente trattativa e delle cui indicazioni il nuovo accordo dovrà tener pertanto conto. Se ne ridiscuterà il 9 ottobre, in un confronto tra le parti e poi il 15 davanti al Governo.
            S.U.