«Sull’occupazione la Ue cambi la rotta»

21/06/2002





Dopo il patto Berlusconi-Blair anche la Confindustria italiana e quella inglese firmano un documento comune per il vertice di Siviglia
«Sull’occupazione la Ue cambi la rotta»
Sussidiarietà e liberalizzazioni per attuare l’obiettivo di Lisbona sulla crescita dell’impiego

Massimo Mascini
ROMA – Sono passati due anni e mezzo dal vertice di Lisbona, quando l’Unione europea decise di puntare su una maggiore competitività per avere più occupazione e più sviluppo, ma i risultati stentano a vedersi. Colpa anche della Commissione europea che non ha adeguato la sua politica ai nuovi obiettivi. È quanto pensano la Confindustria italiana e quella inglese, la Cbi, che hanno redatto un documento-proposta presentato ai capi dei Governi italiano e inglese perché, a loro volta, lo pongano alla generale attenzione in occasione del vertice di Siviglia. Un documento nel quale si chiede di non imporre più vincoli alle imprese, ma al contrario liberalizzare il mercato del lavoro e, più in generale, i sistemi produttivi. Gli industriali italiani e inglesi chiedono che la legislazione non sia più imposta dall’alto verso gli Stati membri, norme sempre uguali, ma al contrario sia lasciata libertà agli stati di adeguare le singole legislazioni alle esigenze dei rispettivi sistemi economici. Una necessità, ha detto il leader di Confindustria Antonio D’Amato presentando ieri mattina a Roma il documento alla stampa assieme ad Andrew Moore, il responsabile della politica europea della Cbi. Una necessità perché gli impegni di Lisbona vengano vissuti come un obbligo, così come fu per quelli di Maastricht, abbiano valore cogente e riescano a imprimere una marcia più forte e più chiara alla costruzione europea. Il documento parte dalle esigenze del mercato del lavoro, non perché solo queste siano le necessità, i punti deboli sui quali soffermarsi, ma perché, ha spiegato D’Amato, su questi temi le parti sociali hanno una diretta responsabilità. E soprattutto perché la verità è che «in Europa si sta lavorando per realizzare nuove rigidità, nuove sclerosi, laddove l’impegno dovrebbe essere tutto il contrario, per avere maggiore flessibilità». Il pericolo, lo ha detto anche Gianmarco Moratti, vicepresidente di Confindustria per l’Europa, è che fallisca tutto il progetto di Lisbona e l’Europa diventi un gruppo di nazioni con una sola moneta, ma disgregate tra loro. E buona parte della responsabilità è per gli industriali proprio della Commissione, che non riesce a superare la politica sociale attuata negli anni 90, non più in grado di far cogliere gli obiettivi occupazionali indicati a Lisbona. L’Italia, ha ricordato D’Amato, l’anno passato ha realizzato obiettivi impegnativi in termini di nuova occupazione, ma deve andare ancora più avanti per non perdere l’impegno di Lisbona; ma per fare questo deve avere libertà di azione, soprattutto deve essere libera di attuare tutte le riforme strutturali che crede necessarie per l’aumento di competitività. Un cambiamento, ha detto anche Andrew Moore, è «assolutamente imperativo, perché serve più flessibilità nel mercato del lavoro, non fine a se stessa, ma atta a rispondere alle sfide dell’economia globalizzata». E D’Amato ha sottolineato come sia singolare che «la Gran Bretagna, il Paese che ha cambiato e innovato di più la propria legislazione lavoristica, la prima della classe, senta la necessità di studiare ancora come e dove poter continuare a innovare, a cambiare». Sarà possibile questo cambiamento di rotta strutturale, che indirizzi il lavoro della Commissione su nuovi binari? Le due Confindustrie pensano di sì e per questo hanno messo a punto il documento, nella speranza che diventi il nuovo manifesto del vertice di Siviglia in programma nei prossimi giorni. A loro avviso ciò sarebbe possibile riposizionando l’agenda europea, trovando nuove e diverse strade di realizzazione di dialogo sociale, mettendolo in grado di indicare gli strumenti da utilizzare per accrescere la competitività delle economie nazionali. In questo modo si invertirebbe la regola dell’one size cannot fit all, finora attuata. L’Europa, ha notato il documento, è un patchwork di mercati del lavoro, ognuno con proprie caratteristiche ed è impossibile riuscire a ottenere risultati concreti e reali con regole uguali per tutti. Se gli stati mostrano realtà differenti devono poter contare su interventi tra loro diseguali. Non si è fatto attendere il commento della Commissione europea: «La stessa Confidustria ha più volte sottolineato che i ritardi nel raggiungimento di alcuni obiettivi sono dovuti alle scelte, ovviamente legittime, degli stati membri e non all’inerzia della Commissione stessa». Fonti dell’Esecutivo Ue hanno poi aggiunto che la politica sociale della Commissione non è mai intervenuta in modo dirigistico, ma con un approccio quadro che mira a sviluppare la competitività ed a favorire intese fra le parti sociali nei vari Paesi. Le stesse fonti precisano che nel futuro prevedibile, e comunque fino alla fine del 2003, non è prevista alcuna iniziativa legislativa o regolamentare di politica sociale.

Venerdí 21 Giugno 2002