Sull’interinale “all’europea” il sindacato rompe le trattative

23/03/2001

Il Sole 24 ORE.comItalia-Lavoro
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    LAVORO

    Sull’interinale "all’europea" il sindacato rompe le trattative
    Bocciate le aperture delle imprese.
    La parola alla Commissione
    di Lina Palmerini
    I sindacati europei rompono la trattativa sul lavoro temporaneo. Non sono bastate le aperture, da loro considerate insignificanti, arrivate dall’associazione Ue delle imprese (Unice) che mercoledì aveva chiesto il proseguimento del negoziato. Ieri, invece, il sindacato, riunito a Stoccolma, ha dato uno stop al tavolo dandone comunicazione ufficiale alle istituzioni europee che, a questo punto, devono decidere autonomamente se concedere più tempo o scrivere la direttiva sull’interinale senza l’avviso comune.
    Il dialogo sociale scricchiola anche a Bruxelles e questo mostra come ci sia davvero una difficoltà oggettiva sui temi dell’occupazione. Il punto è che sempre più si sta creando un divario tra le diverse ricette di politica del lavoro: una distanza che le parti sociali non riescono a colmare.
    «In questo caso — commenta Luigi Angeletti, segretario generale della Uil — c’è l’aggravante che si confrontano 15 Paesi europei diversi, con differenti legislazioni e prassi contrattuali. In più anche il processo decisionale è complicato dal fatto che è richiesta, come nel caso dell’Unice, l’unanimità dei consensi per un sì o un no».
    Il fatto è che le parti sociali europee erano da mesi sedute al tavolo di trattativa e avevano già chiesto e ottenuto dalla Commissione Ue una proroga dei tempi. Un supplemento negoziale che non è bastato a scavalcare le difficoltà su due punti in particolare: quello sul principio di non discriminazione, ossia, la parità di trattamento tra lavoratore temporaneo e assunti presso l’impresa utilizzatrice e sulle causali. «In realtà — dice Angeletti — l’ostacolo più grande è stato sul principio di non discriminazione: come sindacato europeo non possiamo non difenderlo soprattutto perché in alcuni Paesi, soprattutto del Nord-Europa, non esiste».
    Insomma, questa vicenda dimostra come sia difficile un processo di armonizzazione europea sul mercato del lavoro mettendo più in chiaro le diverse linee politiche dei Governi, anche di quelli con maggioranza di sinistra.
    Ora tocca quindi alla Commissione dare una risposta. «Riteniamo negativa — commenta Giorgio Usai, direttore per il lavoro e le relazioni industriali di Confindustria — qualsiasi decisione che faccia fare passi indietro alla negoziazione e dia più spazi al legislatore. Credo non si debba buttare via una trattativa durata mesi, anche se questa vicenda riflette le difficoltà sempre maggiori ad aprire spazi a un mercato del lavoro con regole più moderne che facilitino le occasioni di ingresso nelle aziende».
    L’interinale, per ora, resta in stand by: ogni Paese con le proprie leggi. «Qualsiasi decisione della Commissione — dice Beppe Casadio, segretario confederale Cgil — sarà presa in autonomia perché il sindacato europeo, preso atto della mancata disponibilità delle imprese a fare passi in avanti sui punti in questione, ha deciso di chiudere il tavolo».
    Sulla parità di trattamento, infatti, l’unico spazio offerto dalle imprese è stato quello di rinviare alle legislazioni e contrattazioni negoziali. «Ma questo — dice Casadio — non risolve il probema di alcuni Stati dove il principio di non discriminazione non è riconosciuto».
    Il "morbo" italiano che attacca il dialogo sociale infetta anche l’Europa e Bruxelles? «Sarebbe una malattia se accadesse il contrario: ossia se ci fosse l’obbligo di fare accordi anche senza consensi sui contenuti. Credo — conclude Casadio — che questi contrasti siano fisiologici e che vadano risolti seguendo le linee già espresse in sede comunitaria, cioè rafforzando le pratiche di partnernariato senza volersi ritagliare spazi unilaterali di decisione».

    23 marzo 2001
 

 
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