Sull’innovazione Italia ferma da dieci anni

19/03/2003


              Mercoledí 19 Marzo 2003



              Sull’innovazione Italia ferma da dieci anni

              Secondo un rapporto dell’Enea il divario con gli Stati Uniti e gli altri Paesi europei è sempre più accentuato

              CESARE PERUZZI


              FIRENZE – È un’immagine impietosa. Dalla quale si vede in maniera netta come nel campo dell’innovazione, a livello mondiale e anche europeo, l’Italia sia sempre più marginale. Il declino tecnologico del Paese, in base alla fotografia scattata dal terzo rapporto dell’Osservatorio Enea, è iniziato alla fine del decennio scorso. E, purtroppo, non accenna a fermarsi. Il problema è che il nostro sistema produttivo partiva da un livello più basso dei principali partner dell’Unione, con i quali negli ultimi anni il divario si è ulteriormente accentuato. Mentre il Vecchio Continente ha saputo arrestare la parabola discendente, recuperando saldi commerciali positivi e accrescendo la propria quota di mercato mondiale e la dotazione di brevetti nei diversi comparti dell’alta tecnologia, l’Italia, esauriti gli effetti competitivi della svalutazione della lira del 1992, ha imboccato la discesa perdendo altro terreno e peggiorando gli indicatori tecnologico-economici. L’indagine dell’Enea, oggetto di un convegno ieri a Pontedera, nel nuovo polo tecnologico Sant’Anna-Valdera, oggi il più importante centro di ricerca della Scuola Sant’Anna di Pisa, costato 10 milioni di euro, conferma la riduzione della quota mondiale di brevetti high tech per l’Italia, passata dal 2,1% del biennio 1993-1995 al 2% del ’97, all’1,7% del ’99. Nello stesso arco di tempo, la Francia è salita dal 6,5 al 7,3% e la Germania dal 13,9 al 15 per cento. Soltanto la Gran Bretagna ha registrato un trend analogo al nostro, scendendo dal 4,7 al 3,8 per cento (si veda la tabella qui sopra). «I dati statistici della seconda metà degli anni 90 – scrivono i ricercatori dell’Enea – non sembrano indicare un’inversione di rotta, quanto piuttosto un processo d’esclusione tecnologica per alcuni versi più intenso e strutturale». Il contributo italiano alle esportazioni di manufatti high tech mondiali è stata nel 1998 del 2,48%, in continua contrazione nel corso del decennio (2,94% nel ’92, 2,72% nel ’95). Anche il disavanzo commerciale nei comparti ad alta tecnologia, dopo un lungo periodo di attenuazione per effetto della svalutazione, ha ripreso a crescere, arrivando a superare nel ’98 i 18mila miliardi di lire del 1991 (l’anno precedente il riallineamento della lira). Le imprese italiane, che nel ’90 spendevano lo 0,75% del Pil in ricerca, nel ’98 hanno ridotto la percentuale allo 0,55 per cento. Sempre nel periodo, la spesa finanziata dallo Stato in questo campo è scesa dal 19,3 al 13,3 per cento. Una performance davvero negativa, che ha accompagnato il "crollo" degli investimenti in ricerca e sviluppo del Paese, quasi dimezzati tra il 1989 e il 1999. Rispetto al resto dell’Ue, nella seconda metà del decennio scorso l’Italia ha perso lo 0,5% del Pil, il 10% della popolazione attiva, 197 euro circa per abitante di saldo commerciale high tech, e il 7% degli occupati in comparti ad alta tecnologia. «Il pericolo di declino è evidente e dipende in larga misura dalla mancanza di una politica nazionale adeguata al settore – commenta Nicola Bellini, docente di economia e gestione delle imprese al Sant’Anna. – Però non è tutto perso: ci sono comparti e tecnologie, come nel caso delle telecomunicazioni, in cui l’Italia può ancora dire la sua, inserendosi tra i primi della classe». Il messaggio non è dunque del tutto negativo: «Scelte politiche rapide e programmi snelli possono ancora permettere alle Università, ai centri di ricerca e alle imprese di giocare la partita dell’alta tecnologia». La questione non è solo economica. Ci vuole anche collaborazione tra pubblico e privato. «A Pontedera abbiamo già avviato 15 spin-off e il Comune ci metterà presto a disposizione un nuovo immobile per realizzare un incubatore ad alta tecnologia – spiega il direttore della Scuola Sant’Anna, Riccardo Varaldo. – Intanto, stiamo partendo con visite guidate di imprenditori al nuovo polo di ricerca in Valdera, dove abbiamo concentrato il 70% dei nostri laboratori d’ingegneria e di agraria». La riscossa tecnologica parte dal basso. In attesa che arrivino segnali positivi anche dall’alto.