Sull’Enasarco si rispettino le regole

03/09/2007
    sabato 11 agosto 2007

    Pagina 35 – Agenti di commercio
    Pagina a cura della Federagenti Cisal

    Federagenti è ancora critica sulla composizione del cda dell’ente. E fioccano le interrogazioni.

      Sull’Enasarco si rispettino le regole

        Ignorata la volontà di rinnovamento espressa dalla categoria

          Dopo le proteste di numerose associazioni sindacali fioccano le interrogazioni sulla composizione e sulla gestione del nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione Enasarco.

          Abbiamo dato conto delle critiche che la Federagenti Cisal, la Filcams Cgil e l’Anasf, per gli agenti di commercio e anche alcune associazioni datoriali hanno mosso al nuovo consiglio di amministrazione che, dichiara il segretario generale della federagenti, Fulvio De Gregorio, «è stato composto in dispregio alle più elementari regole della democrazia, ignorando la chiara volontà di rinnovamento espressa dalla categoria e addirittura le norme dello statuto vigente nel colpevole silenzio degli organi vigilanti. La situazione è allarmante perché il nuovo cda», prosegue De Gregorio, «avrebbe dovuto essere rappresentativo di tutte le parti sociali che hanno sottoscritto l’accordo programmatico sulla gestione della Fondazione il 10 maggio scorso con l’obiettivo di risanare il bilancio e dare voce alla categoria nella linea tracciata dall’ex commissario Pollastrini nominato proprio da Damiano per dare certezze agli iscritti all’Enasarco dopo i noti accadimenti giudiziari. Le finalità dell’accordo, illustrate nel corso del convegno organizzato a Roma il 26 maggio scorso da ItaliaOggi e dalla Federagenti, avevano, tra l’altro, riscosso l’apprezzamento del presidente della commissione parlamentare di controllo degli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie, Emma Cardoni dei Ds, nonché del vice presidente Antonino Lo Presti di An. In realtà tale accordo è stato disatteso», prosegue De Gregorio, «perché sono stati adottati provvedimenti illegittimi che sembrano rispondere a logiche autoreferenziali e verticistiche che non tengono conto della reale rappresentatività delle associazioni».
          La situazione ha indotto parlamentari di varie forze politiche a chiedere a Damiano, al ministro del lavoro e della previdenza sociale competente la vigilanza sull’Enasarco, di riferire in parlamento. Le interrogazioni sono numerose e,perciò, abbiamo ritenuto di distinguerle per argomenti. Gli onorevoli Antonio Mazzocchi di An e Luciano Ciocchetti dell’Udc hanno evidenziato l’illegittimità della costituzione del nuovo cda che, contrariamente a quanto previsto dallo statuto, vede rappresentare la categoria da soggetti che non hanno svolto l’attività di agente di commercio. I due parlamentari già in precedenza avevano specificato che ovvie esigenze di chiarezza e di democrazia avrebbero imposto di far fronte attraverso una consiliatura di garanzia e compartecipata alle forti preoccupazioni espresse dalla categoria nelle diverse riunioni cui avevano partecipato. Oggi, denunciano, non solo che ciò non sia avvenuto, ma che il ministro Damiano avrebbe di fatto avallato la violazione delle regole statutarie vigenti. Ma i due parlamentari non si fermano qui e, in sintonia con l’onorevole Maurizio Bernardo di FI, chiedono lumi anche sulle ingenti spese che la Fondazione si appresterebbe a effettuare, nonostante l’economicità della gestione costituisca un punto essenziale dell’accordo programmatico voluto proprio dal ministero del lavoro e della previdenza sociale. In tale contesto come si può impegnare una spesa di 5 milioni e mezzo di euro per realizzare un contact center esterno senza confrontarsi con i sindacati dei dipendenti e ricercare al proprio interno soluzioni meno dispendiose? E come si giustifica, precisa Mazzocchi, il rinnovo dei dirigenti di grado più elevato senza una previa valutazione dei risultati conseguiti dagli stessi alla luce della relazione svolta dall’ex commissario Pollastrini che, oltre tutto, avrebbe espresso voto contrario al provvedimento, unitamente ai rappresentati della Confindustria e della Confapi? Infine, sia Mazzocchi che Bernardo toccano un tasto cui è particolarmente sensibile la categoria e, cioè, la necessità che i contributi versati obbligatoriamente all’Enasarco vengano comunque valutati ai fini pensionistici anche nel caso frequente che non vengano raggiunti i 20 anni utili per maturare la pensione. Totalizzazione o unificazione. La si chiami come si vuole, dicono in sostanza gli interroganti, l’importante è che si modifichi una norma iniqua e disarmonica rispetto alle regole introdotte dalla previdenza integrativa che dispone la portabilità dei contributi per la generalità dei lavoratori. Qualora le doverose risposte del ministro Damiano tardassero o, peggio, vanificassero ancora una volta le attese della categoria, l’unica strada da percorrere sarebbe quella di ritornare alla commissione parlamentare di controllo. Questa la tesi della Federagenti», prosegue De Gregorio, «ma abbiamo motivo di ritenere che su questa linea troveremo molti alleati perché sta aumentando la sensibilità su di un ente che, non dimentichiamolo, vanta un patrimonio immobiliare notevole che, nel passato recente e meno recente, ha già dato spazio a numerosi scandali. Auspichiamo che, una volta per tutte, sia detta la parola fine su una gestione cristallizzata e bloccata, consentendo alla categoria di eleggere direttamente i propri amministratori come avviene nelle altre casse privatizzate. In proposito non ci facciamo illusioni», conclude De Gregorio, «perché le ultime vicende dimostrano che sono pochissime le associazioni che si battono per un reale cambiamento. Tutte, in realtà, sono contrarie alle elezioni perché temono di mettersi in gioco e il fatto che Damiano abbia preteso come punto qualificante dell’accordo del 10 maggio la necessità di introdurre per statuto il sistema elettivo non ci tranquillizza affatto, visti i recenti trascorsi. Comunque entro la fine dell’anno trarremo le nostre conclusioni perché non intendiamo assistere, né tanto meno contribuire all’agonia di un ente che, così com’è stato gestito, non può avere alcun futuro se non quello di dismettere gli immobili per poi chiudere i battenti. Se questo è l’obiettivo di qualcuno, non è certamente il nostro».