Sulle ricette vince la lobby dei farmacisti

14/11/2007
    mercoledì 14 novembre 2007

      Pagina 2 – Primo Piano

        il caso
        Le proteste dei consumatori

          E sulle ricette
          vince la lobby
          dei farmacisti

            STEFANO LEPRI

            ROMA
            No, il medico non ci darà ricette con scritto «acido acetilsalicilico» o «paracetamolo» invece che con i nomi commerciali dei farmaci, tipo Aspirina o Tachipirina: per evitare una sconfitta nell’aula del Senato, la maggioranza ha accantonato l’articolo votato in commissione. «La lobby farmaceutica è potente, entra anche nell’Unione – protesta il senatore Roberto Manzione – e buon viaggio ai medici che potranno continuare a fare le crociere gratis». Contente le case farmaceutiche, contenti (non tutti) i medici.

            Per sapere se con lo stesso «principio attivo» esiste un medicinale meno caro di quello prescritto dal proprio medico, si può già chiedere al farmacista; e c’è una lista pubblica con i prezzi per dose, preparata dall’Agenzia del farmaco (Aifa). Secondo i sostenitori della norma del «principio attivo», gli utenti avrebbero risparmiato (si tratta della fascia C, non rimborsata); e si sarebbe sgonfiata una dispendiosa concorrenza tra marche su prodotti identici che si esercita soprattutto in iniziative promozionali, tipo viaggi e convegni, per i medici di famiglia.

            «Ancora una volta le lobby hanno la meglio sul Parlamento italiano: dopo tassisti e farmacisti, stavolta è stata la lobby dei medici ad ottenere il dietrofront su una norma importantissima che avrebbe consentito cospicui risparmi ai consumatori» sostiene Carlo Rienzi, presidente del Codacons, associazione di difesa dei consumatori. L’industria farmaceutica non voleva che i nomi commerciali scomparissero dalle ricette. I medici si dicevano umiliati a cedere la scelta del medicinale ai farmacisti. Ieri «ha prevalso il buon senso» dichiara il senatore Giuseppe Scalera, dei liberaldemocratici di Dini, che è anche presidente dell’Ordine dei medici della Campania.

            Frattanto, i farmacisti hanno sospeso l’agitazione indetta a partire dal 19 novembre, che pure aveva al centro i farmaci di fascia C. Nel quadro del provvedimento Bersani 3 sulle liberalizzazioni, il Parlamento discute se consentire la vendita dei medicinali di fascia C nei supermercati con la presenza di un medico (è il modello americano del drugstore); ma anche Livia Turco, ministro della Sanità, è contraria. Bersani e Turco ora hanno convocato la Federfarma. La protesta dei farmacisti (biasimata dal presidente degli industriali farmaceutici, Sergio Dompé) sarebbe consistita nel far pagare ai cittadini i farmaci di fascia A, quelli rimborsati dal Servizio sanitario nazionale. A Palazzo Chigi, si accoglie con piacere che la Federfarma «abbia responsabilmente capito che i problemi si risolvono con il dialogo e non facendoli pagare ai cittadini». E’ probabile che il drugstore all’americana non si farà.

            Le associazioni dei consumatori attribuiscono a pressione lobbistica anche un’altra decisione presa dal Senato nella giornata di ieri: accantonare la norma che avrebbe introdotto l’azione collettiva di risarcimento, o class action. Si tratta della possibilità di fare causa in gruppo, consumatori a imprese, risparmiatori a banche; è frequente negli Usa. La Confindustria, che non l’ama, è tornata a consigliare di discuterne con calma in commissione Giustizia. La posizione del governo era favorevole, ma il ministro della Giustizia Clemente Mastella si era detto perplesso soprattutto per i tempi troppo stretti, sei mesi; «e poi la legge finanziaria non può contenere di tutto». Scalera e Lamberto Dini si sono schierati con l’opposizione: l’accantonamento è passato.