Sull’articolo 18 prende forma il partito del mare

14/04/2003

            Sabato 12 Aprile 2003

            URNE VUOTE. MARONI AMMETTE: «NIENTE CAMPAGNA PER IL NO, IL GOVERNO NON VUOLE IL QUORUM»

            Sull’articolo 18 prende forma il partito del mare

              Per sfogare il suo dispiacere il ministro del Welfare Roberto Maroni ha scelto il più insospettabile degli interlocutori, uno dei promotori del referendum per l’estensione dell’articolo 18. A lui ha confessato il suo rammarico per il probabile imminente tramonto dei comitati per il no del governo, di cui è stato il principale animatore, nonché il disappunto per aver fallito nel proposito di fondo: trasformare il referendum in un grande e risolutivo scontro di idee. «Le speranze che il centrodestra si impegni nella campagna per il no – ha confidato Maroni – sono pochissime. Non ce l’abbiamo fatta a portarci appresso il governo, Berlusconi non vuole infilarsi in uno scontro aperto». Quindi Maroni ha spiegato che la sconfitta della sua posizione ha preso forma già con il mancato accorpamento con le amministrative: «E’ stato il primo chiaro segnale che non c’era grande voglia di battersi per il no, ma il fatto che il referendum sia stato fissato al 15 giugno, a una sola settimana dai ballottaggi, fa capire che non è aria. Se non succede niente di clamoroso da qui a giugno, il governo lavorerà per far mancare il quorum».

              La notizia è stata ovviamente accolta con sconforto nel comitato per il sì, che sull’impegno della Cdl e di Berlusconi in prima persona faceva conto per puntare a sua volta sullo «scontro di civiltà» e catalizzare l’attenzione del paese sulla consultazione. Ma una conferma che non saranno le forze del centrodestra a trascinare alle urne il proprio elettorato arriva anche dall’entourage di Giulio Tremonti, dal quale si apprende che il ministro dell’Economia ha convinto più di un collega di Palazzo Chigi della necessità che in questo referendum si intruppi solo la sinistra, con tutte le sue beghe interne. E anche in Confindustria comincia a farsi largo la medesima convinzione. Il presidente della piccola industria Francesco Bellotti invita esplicitamente le forze politiche al boicottaggio: «Il nostro no – ha detto intervenendo al convegno di Confindustria a Torino – è un no al referendum, prima che un no nel referendum, perché se si andrà alle urne energie importanti saranno dissipate in discussioni né utili né costruttive». Resta, a supporto delle tesi di Maroni, solo il Nuovo Psi di Gianni De Michelis, che ieri ha utilizzato la platea del congresso per lanciare la sfida: «Noi non accettiamo che si affronti il referendum nella logica dell’andare al mare: noi vogliamo che i no sconfiggano i sì come avvenne per la scala mobile».

              Di questo quadro non mancheranno di tener conto anche i Ds quando martedì sera si riunirà la maggioranza del partito per discutere del dopo Saddam e, appunto, di referendum. Sarà la prima volta che il gruppo dirigente della Quercia si confronterà non sull’opportunità della consultazione (bocciata sin dall’inizio) ma sull’orientamento di voto. O meglio, di non voto. Perché se Aprile ha già messo nero su bianco la sua scelta finale per il sì, la maggioranza del partito preferirebbe evitare l’impegno per il no. Nei pour parler interni Massimo D’Alema ripete che per i Ds non è possibile né opportuno scegliere il no. Perciò i Ds lavoreranno per il fallimento del quorum. I dubbi residui, che dovranno essere sciolti martedì in attesa che sia poi la direzione nazionale a ratificare la scelta, riguardano il modo in cui affrontare una campagna per il non voto. Da una parte c’è infatti chi spinge perché Fassino prenda una posizione di esplicito boicottaggio delle urne, in una sorta di riedizione impegnata e motivata del craxiano «tutti a mare». «Questa non è la nostra battaglia», direbbe in sostanza Fassino ai propri elettori, rilanciando al contempo la soluzione legislativa e sull’articolo 18 e sugli altri aspetti di una riforma del lavoro ispirata alla cosiddetta flexicurity. D’altra parte c’è chi preferirebbe un astensionismo più morbido, magari ispirato a una generica libertà di voto o a una preferenza "silenziosa" per il no, che permetterebbe anche di rendere meno lacerante e vistosa la contrapposizione con le truppe cofferatiane. L’incognita del neutralismo sta nelle sorprese che possono uscire dall’asse Rutelli-Bertinotti, che all’ultimo incontro con i vertici dell’Ulivo ottenne dal leader della Margherita la garanzia che il centrosinistra, al di là delle sue scelte di voto, non avrebbe comunque boicottato il raggiungimento del quorum. E rompere con Bertinotti, in piena campagna per i ballottaggi, potrebbe complicare la corsa di qualche candidato ds.