Sulla riforma delle pensioni un possibile aiuto dalla Ue

26/03/2003

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ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
072, pag. 4 del 26/3/2003
Antonio Giancane


Con una direttiva sull’andamento dell’età.

Sulla riforma delle pensioni un possibile aiuto dalla Ue

Nonostante la delicata fase bellica, continua sul piano interno ed europeo il braccio di ferro sulla previdenza pubblica, una sorta di fronte interno economico, nel quale si gioca il futuro del benessere delle nostre società. È noto che l’invecchiamento della popolazione può mettere a rischio la sostenibilità dei conti pubblici di almeno la metà dei paesi dell’Unione. I dati parlano chiaro: nei prossimi 50 anni, nell’Unione allargata, gli ultrasessantacinquenni saranno 40 milioni in più mentre le persone attive saranno 40 milioni in meno (vedi tabella).

Nel 2040, secondo dati Eurostat citati dal commissario Ue agli affari monetari ed economici Pedro Solbes in un recente convegno a Bruxelles, due lavoratori occupati avranno a loro carico un pensionato: oggi il rapporto è di quattro persone attive (dai 15 ai 64 anni) per anziano. Nonostante la strenua difesa dei sindacati, che si oppongono ovunque a misure di contenimento della spesa, la questione pensionistica è destinata a diventare il nodo più impegnativo del risanamento finanziario dei bilanci di molti paesi, tra cui l’Italia.

Secondo le stime più accreditate, la spesa pubblica finalizzata a sostenere i redditi della terza età potrebbe aumentare tra cinque e otto punti percentuali di pil entro il 2040. Gli effetti dell’aumento della terza età inizieranno a manifestarsi dal 2010 in misura significativa.

A politiche invariate, il semplice invecchiamento della popolazione potrebbe determinare una caduta del tasso potenziale di crescita dello 0,8% all’anno. Sembra poco, ma l’effetto cumulativo potrebbe causare in pochi anni una caduta del pil pro capite di circa il 20%.

Sul piano della spesa sociale, l’invecchiamento della popolazione, assieme ai costi crescenti delle tecnologie mediche, esercita un’inesorabile spinta espansiva in tutti i sistemi sanitari occidentali. Si calcola che il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo nel prossimo mezzo secolo passerà in Italia dal 6 all’8%.

Uno dei problemi più seri sarà la necessità di frenare i consumi sanitari (farmaci, analisi, visite mediche, ricoveri ospedalieri): per soddisfare i bisogni sanitari di ciascun cittadino si disporrà di un ammontare di risorse, in rapporto a quelle complessivamente prodotte, notevolmente inferiore all’attuale. Dunque, c’è il concreto pericolo di uno scadimento, in qualità e forse anche in quantità, delle prestazioni assicurate ai cittadini.

E se appare opportuna la strada di accrescere l’efficienza del sistema sanitario pubblico, per conservare le attuali tutele pubbliche sul piano sanitario, occorre rassegnarsi a pagare di più.

Diverso il caso delle pensioni. In Italia a partire dal 2006 si attende un’accelerazione della spesa che durerà fino al 2033, anno del punto massimo al 16% del pil, per poi ridiscendere ai livelli di oggi. Certo, le riforme Amato e Prodi hanno consentito nell’ultimo decennio di frenare una tendenza che avrebbe condotto, in alcuni decenni, la spesa pensionistica a ipotecare quasi un quarto del pil; tuttavia molti equilibri si reggono ancora su un aumento di entrate tutto da dimostrare.

Basti pensare che tutti i calcoli sulla tenuta dei nostri conti previdenziali si basano su un forte aumento del prelievo sui giovani occupati (cui peraltro non saranno garantite pensioni dignitose) a favore dei lavoratori anziani; questo potrebbe aprire un inedito e sgradevole scontro generazionale.

Peraltro il mantenimento di un rapporto stabile tra spesa pensionistica e pil presuppone una crescita reale del reddito intorno al 2-2,2% annuo per tutto il prossimo decennio; un’ipotesi a dir poco ottimistica, anche per i più ostinati difensori della sostenibilità dei regimi obbligatori.

Ma il governo non si muove, assediato sul tema previdenziale dalle centrali sindacali, divise su tutto ma non sulla difesa dei loro tesserati: lavoratori over 50 e pensionati.

L’invito pressante dell’Europa è di accelerare il cammino delle riforme: un ritiro dal lavoro in età compresa tra i 55 e i 65 anni, per restare inattivi 20 o 30 anni, non è una opzione attuabile dal punto di vista economico per la nostra società, e probabilmente non è neppure ciò che i cittadini oggi vogliono.

Da qui un’ipotesi molto allettante per un paese come il nostro; una direttiva europea sull’aumento dell’età pensionabile, che offrirebbe un importante alibi al governo e alle forze riformiste.

Queste, bipolarismo permettendo, potrebbero essere in grado di completare le riforme degli anni 90 mediante una revisione del sistema previdenziale all’insegna dell’equità, correggendo i limiti di una fase di transizione troppo lunga, tanto generosa con i lavoratori anziani quanto severa con i giovani.

Antonio Giancane