Sulla riforma delle pensioni un mese di armistizio

11/12/2003



    11 Dicembre 2003

    DAL VICEPREMIER L’IDEA DELLA TREGUA, GLI ESPERTI: DIFFICILE CHIUDERE ENTRO GENNAIO
    Sulla riforma delle pensioni un mese di armistizio
    Stop alle mobilitazioni, i sindacati perfezionano una controproposta
    Roberto Giovannini

    ROMA
    Gianfranco Fini, il grande protagonista del vertice sulle pensioni di Palazzo Chigi, scende in sala stampa. E, dopo aver detto: «sono giornalista anch’io», propone un «occhiello» per gli articoli dei giornali: «Permangono profonde differenze, ma il dialogo continua». Non sarà particolarmente frizzante, ma è decisamente realistico. Come realistica è l’altra considerazione del vicepremier: «il filo del dialogo – dice Fini – è sottile».
    Intanto, però, un filo di dialogo c’è. Dall’incontro tra governo e sindacati sulla riforma delle pensioni, emerge una conclusione per nulla scontata, viste le previsioni della vigilia: di qui al 10 gennaio scatta una sorta di «tregua armata» («armistizio», precisa il numero uno della Uil Luigi Angeletti). Nel corso di questi trenta giorni, i sindacati rinunceranno a progettare nuove mobilitazioni, e perfezioneranno la loro «controproposta» in materia di previdenza. Nel frattempo, il governo sospenderà le iniziative «ostili», e soprattutto chiederà al Senato di bloccare ogni votazione sull’articolato della riforma delle pensioni che giace in Commissione Lavoro di Palazzo Madama. Poi, intorno al 10, ci sarà un altro incontro, e si tireranno le somme.
    Dei due contendenti, quello che paga il prezzo maggiore per la riapertura del dialogo è l’Esecutivo. Al termine dell’incontro, un Roberto Maroni decisamente scuro in volto ha ribadito la «ferma intenzione» del governo di varare la riforma entro la fine di gennaio, sia che ciò avvenga sulla base di un accordo che il ministro del Welfare auspica, sia che si tratti del testo originario. Ma a sentire gli esperti di procedura parlamentare, in soli venti giorni sarebbe pressoché impossibile far sì che un accordo (o la riforma Maroni-Tremonti) possa diventare legge dello Stato. Insomma, i tempi si allungano, favorendo in ciò la tattica dilatoria fin qui seguita dalle tre confederazioni. Detto questo, però, l’Esecutivo è riuscito nell’intento di «agganciare» al tavolo negoziale Cgil-Cisl-Uil, e di tenere aperta la speranza di siglare una intesa sulle pensioni (che avrebbe un evidente grande valore politico), sia pure su basi diverse di quelle inizialmente ipotizzate.
    Per adesso, le posizioni sono molto distanti: l’Esecutivo non è disposto a ritirare la delega, mentre Cgil, Cisl e Uil non sono disposte a presentare proposte «emendative» del testo fermo al Senato. «Il governo è indisponibile al ritiro della delega, ma è disponibile al confronto – ha detto Fini – per verificare se la proposta alternativa del sindacato può avere da parte del governo una valutazione positiva. Oggi uno dice bianco, l’altro nero. Bisogna vedere se è possibile arrivare al grigio». I tre leader sindacali confermano. «Quello che si apre è solo un confronto – ha affermato Guglielmo Epifani – non una trattativa vera. Perché una vera trattativa inizia con titoli condivisi. Il confronto continua, ma restano le distanze. Sono confermate le due diverse impostazioni». Per il leader della Uil Luigi Angeletti, «nel merito non ci siamo avvicinati di un centimetro, anche se abbiamo iniziato quella discussione che il governo ha evitato fino ad oggi di fare». E sempre Epifani chiarisce che «utilizzeremo questo tempo per illustrare al governo le nostre ragioni. Ma il confronto può finire in tanti modi, anche con lo sciopero generale».
    Adesso le tre confederazioni saranno «costrette» a mettere a punto il loro pacchetto di controproposte, che nelle sue linee guida è già largamente condiviso: sui temi più «caldi», conterrebbe la richiesta di un aumento della contribuzione per i lavoratori autonomi, ingenti risorse aggiuntive per il welfare, e un intervento sui meccanismi per l’accesso alla pensione, introducendo un sistema di «quote» combinando età anagrafica ed età contributiva. Una medicina difficile da digerire per il governo.
    Sul versante dell’Esecutivo, la mossa di ieri ha un senso politico e simbolico: un gesto con cui si dimostra una buona volontà e si accetta il confronto col sindacato, senza rinunciare affatto né alla delega né alla minaccia di farla approvare senza sostanziali modifiche. Allo stesso tempo, il messaggio è rivolto anche alle forze della maggioranza più preoccupate per uno scontro sociale col sindacato e per possibili ripercussioni negative sul piano elettorale del braccio di ferro sulle pensioni. Secondo alcuni osservatori, altri significati, oltre a quelli simbolici, non ce ne possono essere: il governo non può permettersi di fronte all’Europa e agli operatori dei mercati finanziari di fare marcia indietro sulla previdenza. Altri osservatori, invece, fanno notare due circostanze. La prima è che la scadenza del 10 gennaio si andrà ad accavallare con la programmata verifica politica di maggioranza, che dunque dovrà – tra l’altro – sciogliere anche il nodo delle pensioni. La seconda riguarda direttamente Gianfranco Fini: nel corso del confronto di ieri, il vicepremier – pur senza mai fare marcia indietro sulle posizioni note – ha frenato e limitato i toni più battaglieri di Roberto Maroni Giulio Tremonti e del sottosegretario al lavoro Maurizio Sacconi. E soprattutto, è stato proprio Fini a partorire nel corso di una riunione riservata con Angeletti, Pezzotta ed Epifani (riunione richiesta dai sindacalisti, mentre gli altri partecipanti attendevano per un quarto d’ora seduti al tavolo della «Sala Verde») la formula dell’«armistizio». Una formula che per adesso sospende le ostilità fino al 10 gennaio.

    E poi si vedrà.